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 2026  marzo 09 Lunedì calendario

Big Tech, la rivolta contro i data center che spaventa Trump

Donald Trump ha fondato parte della sua retorica politica sul sogno americano del ritorno alla fabbrica, col progetto titanico di riportare gli Stati Uniti a essere una potenza manifatturiera. Se guardiamo all’occupazione, si tratta per ora di una promessa non mantenuta. Nel primo anno della seconda amministrazione Trump, l’industria manifatturiera ha visto una contrazione di 68.000 posti di lavoro, secondo i dati del Bureau of Labor Statistics. Molte industrie, per via dell’incertezza politica e sui dazi, restano alla finestra e preferiscono non assumere.
Tuttavia, bisogna anche dire che alcuni investimenti continuano a crescere. Già nell’amministrazione Biden, grazie alle politiche industriali, c’era stato un effetto positivo sulla costruzione di nuove fabbriche, venuto dalla produzione di semiconduttori e da ciò che è cresciuto ancora di più con Trump: i data center per l’intelligenza artificiale.
Le cifre sono ormai impressionanti. Quattro aziende (Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft) hanno annunciato di investire 650 miliardi di dollari in conto capitale nel 2026, soprattutto per i data center. Gli Stati Uniti sono la punta più avanzata di un fenomeno globale che ha un effetto sempre più pervasivo sull’economia. Le Nazioni Unite stimano che i data center abbiano pesato per più del 20% degli investimenti diretti esteri del pianeta. La Francia è il Paese che ne ha attratto di più, come ha detto Macron.
Il boom dei data center non riguarda solo il rischio di bolla, di cui si è parlato molto negli ultimi mesi, ma anche le proteste. È un fenomeno che caratterizza molti Paesi. Per esempio, la regione del Messico che ospita più data center ha subito problemi nelle reti elettriche e nella distribuzione d’acqua, con gravi disservizi per i cittadini. In Irlanda, anche per le politiche fiscali, i data center consumano ormai un quinto dell’elettricità del Paese. Oltre a crescere i consumi di elettricità e acqua, crescono le manifestazioni e le resistenze verso questa tipologia di sviluppo tecnologico, che non ha una grande intensità occupazionale. Perfino l’Asia non è estranea, ormai, a fenomeni di questo tipo. Per esempio, in Malesia le proteste hanno iniziato a toccare i data center cinesi e il loro consumo idrico.
L’attivismo più o meno organizzato contro i data center sta crescendo in tutto il mondo. La punta più avanzata di questo fenomeno, che può attirare un legittimo malcontento ma anche frange più violente, si trova negli Stati Uniti. In diverse aree vicine ai principali poli di data center, sono stati registrati aumenti delle bollette elettriche. La resistenza all’incessante corsa ai data center prende anche la forma del blocco dei progetti, con una pressione sui governi locali per ritardare o revocare i permessi. E il contrasto ai data center sta diventando parte delle piattaforme politiche di vari candidati alle elezioni di novembre 2026.
Ciò pone un chiaro problema politico per Trump, il quale aveva promesso di dimezzare i prezzi dell’elettricità all’inizio del mandato, indicandolo come un obiettivo da raggiungere in un anno e mezzo. Anche questa rischia di essere una premessa non mantenuta. Da un lato, Trump e i suoi consiglieri, tra cui David Sacks, vedono l’intelligenza artificiale come strumento essenziale per sostenere la forza economica degli Stati Uniti e il suo dominio tecnologico, dall’altro lato la corsa ai data center rischia di alimentare un tonfo sul piano che conta: la politica interna.
Anche per questo, il 4 marzo Trump ha convocato alla Casa Bianca i dirigenti di sette giganti tecnologici (Google, Meta, Microsoft, Oracle, xAI, OpenAI e Amazon) costringendoli a firmare un impegno per proteggere i contribuenti. Secondo il linguaggio dell’annuncio trumpiano, le Big Tech si impegneranno a pagare le infrastrutture energetiche per i data center senza scaricare i costi sui cittadini, e in cambio di questa concessione il governo accelererà al massimo i permessi per nuove centrali elettriche.
Questo in teoria. In pratica, il patto non risulta vincolante dal punto di vista legale e non può cambiare la divisione delle competenze che riguardano le centrali e la rete elettrica. Queste decisioni coinvolgono anche i singoli Stati e le commissioni locali e continueranno, con ogni probabilità, a essere lunghe e farraginose. Nel mentre, il mix tra la domanda galoppante di data center e la guerra può spingere al rialzo i costi dell’energia ma anche di materiali essenziali come il rame.
L’opposizione ai data center negli Stati Uniti si intreccia sempre di più con una preoccupazione più generale sull’intelligenza artificiale, una tecnologia che nei cittadini americani suscita più paure che entusiasmi, come confermano tutti i sondaggi. Come osservato dai media, si sta anche registrando su questo tema una saldatura tra figure come Bernie Sanders, da sinistra, e varie voci del mondo repubblicano e conservatore come il governatore della Florida, Ron De Santis, nonché l’ala del mondo Maga mai davvero persuasa dell’alleanza di Donald Trump coi giganti tecnologici.
La corsa dei data center per Trump potrebbe quindi diventare un’arma a doppio taglio: continua a essere considerata indispensabile per alimentare l’economia degli Stati Uniti, ma alimenta le stesse proteste che potrebbero contribuire a un risultato deludente nelle elezioni di midterm.