La Stampa, 9 marzo 2026
Intervista a Paolo Belli
«A una scorciatoia per Vienna e l’Euro Song Contest non ho proprio mai pensato. Non l’ho cercato. Ma quando da San Marino mi hanno proposto di partecipare al loro festival ero pronto: avevo una grande canzone. Solo per questo ho accettato». Paolo Belli della sua Bellissima, con cui si è classificato terzo, dice che è «la versione 2.0 di Sotto questo sole», grande successo dell’estate 90 quando era frontman dei Ladri di biciclette. «Solare, fresca, orecchiabile. Chi l’ha ascoltata ha avuto le mie stesse sensazioni». Modenese, classe 1962, Belli è nato e cresciuto a un passo dal Monte Titano, «qui ho dato il primo bacio a mia moglie. Ora capite perché sono così felice?». Evento epocale, quel bacio, che si perde nella notte dei tempi di una coppia insieme da 46 anni.
Bellissima l’hanno scritta tre ragazzi (Galeffi, Riccardo Scirè e Leo Pari). Ma lei non cantava solo cose sue?
«L’ho ascoltata: più giusta non poteva essere. Largo ai giovani. E poi, qualcosa di simile ha fatto Vasco Rossi con me: già famoso, prese noi giovani Ladri per aprire il suo tour. Aveva solo da perdere, ma ci diede fiducia. Non solo: una sera a cena, parlando di musica e creatività, gli dissi delle difficoltà a scrivere i testi da abbinare alle mie musiche. Per lui, spiegò, era il contrario, così propose: “se hai una canzone, ti scrivo le parole”. Pochi giorni dopo me la diede. Era Bella città. Ci chiudo ancora i concerti. Questo fatto dice molto della sua generosità per niente comune nel nostro ambiente. Da allora penso sia giusto restituire a chi inizia le stesse chance che ho avuto io».
Poi bisogna essere bravi a prenderle, le chance?
«Certo, anche se vecchio e saggio, dall’alto della mia esperienza: le cose accadono perché c’è il karma, manitù, il destino o quel che vuoi tu, che le fa accadere. Mai forzare, invece, solo farsi trovare pronti. Mi accadde con Panariello per Torno sabato : mi aveva visto far ballare un pubblico che più freddo e ingessato non si poteva. Ero molto più che incerto, non avevo mai fatto la tv. “Non ti preoccupare, sii te stesso, fai quello che hai fatto stasera e andrà tutto benissimo”. E infatti fu un successone, da cui derivò l’incontro con Milly Carlucci. Anche qui: voleva quel che mi aveva visto fare, cantare, intrattenere e al caso pure ballare».
Un successo che ritrova ogni sera a teatro nello show Pur di far spettacolo ?
«Mi meraviglia sempre constatare l’affetto della gente. Dovevano essere poche date, e invece continuo ad aggiungerne, primavera, estate, autunno, senza interruzioni... D’altronde, lavorare per me è vacanza: un’estate iniziata il 21 febbraio 1989».
Sanremo ’89, eppure Ladri di biciclette fu eliminata subito.
«E il giorno dopo eravamo primi in classifica e trasmessi da tutte le radio. Una bella compagnia, la nostra: Vasco, Zucchero, Dalla... Io il bidello di una squadra di maestri fatti fuori senza appello».
Per un paio di anni i Ladri di biciclette occuparono la hit parade. La strada da solista andò meno bene.
«Capita nella musica e nell’arte in genere: non sai mai come andrà a finire. So cosa vuol dire perdere tutto e tornare a mangiare pane e cipolle. Ma so anche un’altra cosa altrettanto importante: mai demoralizzarsi, mai fermarsi. Mai. La mia passione per la musica e il supporto di mia moglie mi hanno aiutato e, un mattoncino dopo l’altro, sono tornato».
Sempre con la stessa band.
«Mi seguirono in quell’avventura e nei momenti bui. È quel che mi rende così attento: non sono responsabile solo per me e la mia famiglia, ci sono anche loro, una trentina di persone con famiglie e mutui».
Un’altra incognita fu quando accettò di lavorare in tv?
«Molti me lo sconsigliarono. Altri mi criticarono. Da cantante a “orchestrale” sminuirono alcuni. Magari gli stessi che ora rodono. Per dire che non fu facile. Quando Milly mi parlò di un nuovo programma di ballo che stava preparando, scommisi forte».
Ovvero?
«In Rai mi avevano proposto la conduzione di uno show in quattro puntate da solo. La musica in fondo è solo una parte del mondo che sognavo da bambino: fare lo showman, il mio mito Lelio Luttazzi e i varietà del sabato sera. Insomma, era un treno importante. Con Milly invece non sarei stato il titolare e il programma era un’incognita. Ma erano comunque tante puntate e c’era spazio per la mia band. Fu anche per loro che scelsi Ballando con le stelle. Be’, 20 anni dopo, direi che ho preso un altro gran bel treno».
Il feeling con Carlucci da cosa nasce?
«È un’intesa che da subito non ha avuto bisogno di parole. E poi abbiamo la stesso filosofia del lavoro: primi ad arrivare in studio, ultimi a spegnere le luci mai sentendolo come un sacrificio».
Insomma grandi opportunità, ma anche grandi paure ?
«Oggi come allora, la paura c’è sempre. Mai negato. Come ho detto, sono consapevole della fragilità del successo».
Quest’anno, un’altra scommessa: a Ballando, da padrone di casa a concorrente. Una botta di follia?
«Un po’. Mi sono divertito immensamente. Ma mi sono anche sfiancato: il mio ruolo precedente mi imponeva un certo impegno, mica potevo far finta. Per non parlare della fatica a non rispondere alle “amichevoli” provocazioni dei giurati: ma detesto la rissa televisiva, serve a nulla. Però non perdonerò mai a Milly di avermelo proposto solo ora: ho un’età, ormai, oltre al mio bel peso. Io che non ho mai preso una medicina ho scoperto Toradol e Brufen. A chi me lo chiede lo consiglio: fatelo assolutamente, è una grande palestra emozionale. Ma mai dopo i 50 anni!».
20 anni di Ballando con le stelle cosa ha capito?
«L’insicurezza. Non c’è nessuno che non ne sia vittima, bravi bravissimi e imbranati totali. Ne sono immuni solo alcuni fuoriclasse che hanno coscienza del proprio talento, tipo Bianca Guaccero. Trovai Fabrizio Frizzi, uomo di tv navigato, in camerino in preda al panico. “Ma scherzi? Sei Frizzi, tutti ti amano”. E poi, per sdrammatizzare, dato che era di quelli che contano per tenere il ritmo: “Sei il classico ballerino che conta”. Igor Cassina, un campione con un controllo del corpo tale da avere dato il proprio nome a un esercizio di ginnastica artistica difficilissimo, pareva un pulcino bagnato. La coppia Terzi-Ventura: erano nella stessa edizione, in teoria avversari, ma appena possibile si rifugiavano l’uno nelle braccia dell’altro per rassicurarsi».
Qualcuno che non si è fatto spaventare?
«Maradona: un mito! Sempre pronto a scendere in campo e a redarguire la giuria se pensava che fossero stati ingiusti o troppo severi con gli altri concorrenti. Cioè sempre. “Non avete il diritto di trattare così la gente”, li aggrediva».
Lei è della razza Guaccero ?
«Non certo nel ballo. Nel canto, forse. Ad andare in bici. Per un po’, l’ho pensato per il calcio. Ma qui ora resta solo il tifo per la Juve: ne canto l’inno ed è nel mio cuore persino davanti a mia moglie. Strana cosa il talento: figlio di cuoca e fratello di cuoco, non so cucinare, solo mangiare».
La bici: altro grande amore. Quanto rimpiange i tempi di “Bar Toletti”?
«Fantastico momento legato al Giro d’Italia che feci con quel fuoriclasse di Marino Bartoletti. Se Milly è il rettore dell’Università della Tv, lui lo è di quella dello Sport: un’enciclopedia di musica, sport e aneddoti vari».
Sanremo 2026: che ne pensa?
«Io avrei votato Arisa e Raf, ma confesso che l’età mi rende un po’ ostiche le canzoni dei giovani. Quanto a Sal Da Vinci: perfetto per quella canzone, in lui riconosco il lavoro di chi non ha mai smesso di crederci».