la Repubblica, 9 marzo 2026
Crans, indagato anche il sindaco.
Cinque nuovi indagati. Nove in totale, per la strage del Constellation. Tra loro, per la prima volta, il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud: anche lui è accusato di incendio, omicidio e lesioni colpose, come i coniugi Jacques e Jessica Moretti. Nel bar che si è trasformato in una trappola, secondo gli investigatori, a Capodanno ci sono 164 persone. Sono quasi tutte nel seminterrato ed è grazie al sistema di videosorveglianza che vengono contate una a una. Immagini che mostrano i momenti che precedono la strage da diverse angolazioni, i volti di chi stava festeggiando. Istantanee inedite, come il tentativo disperato del dj, anche lui vittima del rogo, mentre prova a salvare i ragazzi con l’estintore. Ma è forse un banale conto uno dei dettagli più impressionanti: se si sommano i 41 morti e i 115 feriti, significa che solo otto di loro hanno scampo.
Il nome del sindaco Féraud compare in un atto di “estensione dell’azione penale” firmato dai pm. Indagato. Lui che, pochi giorni dopo la strage, ammette l’assenza totale di controlli al Constellation dal 2020 al 2025 (quando le ispezioni dovevano essere annuali). E che viene tirato in ballo da più testimoni che ripetono: i vertici dell’amministrazione del ricco comune svizzero sapevano che non c’erano risorse e personale per garantire i controlli periodici.
Diventano dunque nove gli indagati. I proprietari del Constellation, Jacques e Jessica Moretti, il primo cittadino Féraud, Cristophe Balat e Ken Jacquemoud, l’attuale e l’ex responsabile comunale della sicurezza. Poi Kévin Géo Michel Barras, consigliere di Crans-Montana fino al 2024 con delega al dipartimento della sicurezza pubblica, oggi “deputato supplente” nel parlamento Vallese. Pierre Albéric Clivaz, ex capo dei vigili del fuoco di Chermignon (poi fuso con Crans) ed ex responsabile della sicurezza: firma lui, nel 2015, uno dei documenti chiave legati alla sciagurata ristrutturazione del Constellation. È Jacques, in un interrogatorio, a inguaiarlo: «Deve aver notato che c’era schiuma acustica ovunque», dice Moretti. Ancora Rudy Tissières, già addetto alla sicurezza di Cranse infine Baptiste Cotter, oggi con lo stesso ruolo.
Minuto per minuto, grazie alle telecamere del locale, la polizia ricostruisce il dramma. E c’è un ragazzo di cui finora si è parlato poco. Matéo Lesguer, 23 anni, all’1,27 si accorge delle prime fiamme sul soffitto. La musica prosegue, ma lui lascia di corsa la consolle per recuperare un estintore. Torna nella sala principale da cui non esce più vivo. Il fumo è sempre più denso: «Alcune persone si muovono piegate in avanti, con il viso vicino al pavimento», annotano i poliziotti. Con Matéo c’è Stefan Ivanovic, l’unica guardia di sicurezza in servizio quella sera: muore pure lui. Il fumo tossico è sempre più nero e decine rimangono intrappolati. Solo un’uscita possibile: la scala stretta che porta al piano di sopra. L’uscita d’emergenza è ostruita da uno sgabello. Dev’essere ritenuta talmente inutile che su quella sedia, negli attimi prima del rogo, c’è seduto un giovane che nulla può immaginare di ciò che accadrà.
L’incendio è stato provocato dal contatto tra le candele sulle bottiglie e il soffitto pieno di schiuma infiammabile. Jacques Moretti aveva detto di aver comprato i pannelli in Svizzera, nel negozio della catena Hornback. Il 20 febbraio, invece, va in procura e dichiara tutt’altro: dice di averla presa nel settembre del 2015 in Germania. Ai pm porta pure la fattura dell’acquisto. Costo: 13 mila euro. Con gli occhi di oggi, il prezzo del disastro.
Per l’ultimo dell’anno i Moretti si rivolgono all’agenzia di sicurezza gestita da Ivan Prodanovic. Sentito come testimone, dice di considerarsi «amico del signor Jacques». «Mi aveva chiesto due agenti, ma ne avevo solo uno». Quindi che fa? Contatta un altro ragazzo, Predrag Jankovic: «L’ho portato dal barbiere, gliel’ho chiesto e lui ha detto di sì. Doveva venire come addetto all’accoglienza o come “fisionomista». Predrag, 29 anni, è un sopravvissuto. «Quando venivano in gruppi di dieci, quindici persone, Jean-Marc mi ha ordinato di non controllare più le carte d’identità perché bisognava far entrare tutti».