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 2026  marzo 09 Lunedì calendario

Petroliere in fila al checkpoint Hormuz. C’è chi trucca i transponder.

Il segnale Gps del cellulare impazzisce proprio quando in lontananza appaiono le sagome di grandi navi cariche di container colorati, quelle che da una settimana stazionano a largo del Golfo dell’Oman. Evanescenti, oltre le palme che incorniciano la spiaggia cristallina di Khor Fakkan, la cittadina portuale emiratina, a pochi chilometri dal collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz. Lì dove la penisola arabica e le coste dell’Iran quasi si sfiorano, distanti, in un tratto, meno di 33 chilometri. Anche Google Map è sconvolta dal jamming – il disturbo indotto dei segnali – che dall’inizio degli attacchi israelo-americani l’Iran usa per far impazzire i radar marittimi e che collocano le navi in luoghi improbabili: compresi i paraggi degli aeroporti e le centrali nucleari.

Dall’inizio del conflitto, dice Lloyd’s List Intelligence, che raccoglie e analizza i dati marittimi, ci sono state almeno 3.500 interferenze a Gps e Ais (Automatic Identification System). Così tante che gli armatori stanno chiedendo di spegnere i sistemi per evitare incidenti.
Un sistema di dissuasione perfino più efficace dei missili; utile a tenere sotto scacco l’area dichiarata “zona di guerra” dagli ayatollah fin dall’inizio del conflitto.
Da Hormuz finora passavano un centinaio di navi al giorno, 3mila al mese: insieme a un quarto dell’approvvigionamento petrolifero mondiale pari a 14 milioni di barili al giorno, estratti dall’Arabia Saudita, dal Kuwait e dall’Iraq. E pure il gas naturale liquefatto del Qatar, secondo produttore mondiale dopo gli Stati Uniti. Ora, invece, intrappolate nel Golfo, ci sono 400 navi: mentre altre 500 aspettano fuori. Alcune cariche, altre no, ma dal valore cumulativo di circa 25 miliardi di dollari, secondo un calcolo di Lloyd’s Market Association.

Il traffico navale attorno allo Stretto di Hormuz registrato ieri pomeriggio. Le frecce indicano le posizioni dei mercantili, quasi tutti fermi in attesa di poter transitare nella strettoia controllata dalla Marina iraniana
Il traffico navale attorno allo Stretto di Hormuz registrato ieri pomeriggio. Le frecce indicano le posizioni dei mercantili, quasi tutti fermi in attesa di poter transitare nella strettoia controllata dalla Marina iraniana 
Certo, qualche alterativa esiste: i sauditi possono spedire parte del loro greggio via oleodotto fino a Yanbu, sul Mar Rosso. Ben sapendo che il traffico navale lì era crollato nel 2023, quando iniziarono gli attacchi degli Houthi, gli amici di Teheran che ora tacciono ma potrebbero sempre svegliarsi. Una scorciatoia, dicono gli esperti, che comunque, pur sfruttata al massimo, non compensa gli effetti del blocco: può gestire al massimo 4 milioni di barili: un terzo di quelli trasportati via Hormuz. Nell’attesa, non resta che ridurre la produzione. D’altronde, l’Iraq è già sceso del 70 per cento, i sauditi hanno chiuso la loro raffineria più grande e il Qatar un impianto di esportazione di gas liquefatto. Ma i clienti sono agitati. L’80% degli idrocarburi che escono dal Golfo alimenta superpotenze economiche come India, Cina, Corea e Giappone. Mentre la parte restante va all’Europa, che per rimpiazzare il metano di Putin aveva incrementato le importazioni via nave.
È vero, qualcuno passa: gli iraniani bloccano solo “i nemici ei loro alleati”, Usa, Israele, Europa. Le navi cinesi – il Paese più esposto al blocco, dipendente al 50% dal petrolio del golfo – potenzialmente possono transitare. E infatti nella confusione, anche tecnologica, del momento, c’è chi bluffa inserendo dati falsi nei transponder. E passa, dichiarandosi falsamente “proprietà cinese”. Ci sono riusciti già in 10: compresa la Iron Maiden, nave mercantile carica di zucchero grezzo che batte bandiera delle Isole Marshall, dall’equipaggio tosto come la band di Heavy Metal di cui porta il nome. Prima ancora, una petroliera panamense, la Bogazici, ha invece attraversato lo stretto identificandosi come “Musulmana Vsl Turca”: salvo tornare al nome originale una volta scampato il pericolo.
Di sicuro investitori e compagnie assicurative che hanno già fatto levitare i costi, non si fidano di Trump: che pure ha promesso di mandare scorte militari americane alle petroliere che devono attraversare Hormuz (annunciando anche un programma di riassicurazione da 20 miliardi di dollari per rilanciare il traffico marittimo nell’area). «Scortarle richiederebbe un’enorme quantità di tempo, anche perché andrebbe fatto praticamente una alla volta», dice Matt Wright, analista di Kpler, parlandone alla tv americana Cnbc: «La Marina Usa non ha abbastanza risorse per proteggere un numero così elevato di navi mentre conduce operazioni militari contro l’Iran». Intanto, il prezzo del petrolio sale: venerdì era a 93 dollari, ma l’aspettativa degli analisti è che, in assenza di soluzioni a breve, si arrivi almeno a 108. «Se non si troverà una soluzione entro due settimane», dicono gli esperti di Wood Mackenzie «questa guerra provocherà aumenti dei prezzi a livello globale».