la Repubblica, 9 marzo 2026
László Krasznahorkai: “Con il Nobel mi manca l’aria”
Insignito del premio Nobel per la Letteratura, il capo incorniciato da ciuffi di capelli bianchi, barba canuta e occhi di un blu così puro da ferire, aspetto da apostolo o profeta, lo scrittore ungherese László Krasznahorkai (72 anni) è al bar dell’hotel Alma, dopo essersi concesso un bagno di folla insolito per un autore raffinato ed esigente come lui, al Centro di cultura contemporanea di Barcellona. L’autore di Satantango e di Melancolia della resistenza (editi in Italia da Bompiani, ndt), tutto vestito di nero e sorprendentemente abbronzato, è di ottimo umore e si mostra cordiale e affabile, anche se si incupisce quando parla della situazione politica del suo Paese. La conversazione inizia riprendendo una chiacchierata del 2024 a Marrakech, sul significato della balena che appare in Melancolia della resistenza.
Quella volta negò che la balena fosse un simbolo di qualcosa, di “Moby Dick”, dello stalinismo, dell’avidità, del caos...
«E continuo a dirlo, nella mia opera nulla è simbolico, non mi piacciono i simboli nella letteratura, né le parabole, anche se ho un debole per la poesia simbolista francese».
Le chiedo allora se la letteratura è un tango con il diavolo.
«Lo è per i personaggi di Satantango. Ci sono balli più allegri come il flamenco, anche se si può sentire l’influenza del diavolo anche lì. Ma nel mio romanzo, il tango è semplicemente il ballo che si balla mentre si aspetta un miracolo. Nient’altro».
Quindi è solo realismo?
«Realismo è una parola associata a un’epoca, non è quello che faccio io. Cos’è il realismo? La verità è che non esiste, se si pensa che anche di fronte a qualcosa di così oggettivo come un incidente d’auto, i testimoni daranno versioni diverse. Quando si parla di relazioni sentimentali o emotive come faccio io, non si può dire cosa è reale e cosa non lo è. Non si può presentare una situazione da un punto di vista corretto: quale sarebbe? Si tratta di un cambiamento radicale del concetto di realtà, anzi, della scomparsa della realtà».
Cosa cerca di dire al lettore? Alcuni rimangono un po’ sconcertati dai suoi libri.
«Innanzitutto, cerco di convincerli a non leggermi, e lo dico sul serio, onestamente. Non offro speranza, ma non la tolgo nemmeno. I miei non sono libri di ricette, ovviamente. Non ci si può cucinare un buon pasto. Sono come una paella che ho preparato una volta. È venuta male, avevo tutti gli ingredienti della paella, ma il risultato non ha funzionato, mi ha persino fatto star male. Ma se qualcuno, nonostante tutto, decide di leggere i miei libri, consiglio di non credere a nulla di ciò che è stato detto su di loro. Che sono difficili da leggere. È vero che uso frasi insolitamente lunghe. È come quando si custodisce un segreto per molto tempo e poi improvvisamente lo si svela: come “ti amo Lucia e ti amerò per sempre”, e tutta la valanga che segue; non si può dire in frasi brevi. L’uso del punto è reso impossibile dal fatto che scrivo spinto dalla passione per il racconto. Ma a chi interessa come è stato realizzato un libro? Ci sorprenderemmo se Samuel Beckett ci spiegasse come è nato Aspettando Godot. Credo che non avesse un’idea, è venuto fuori così. Onestamente, non posso dire altro. Ho qualcosa in testa, lo compongo e lo scrivo. E se il lettore ha avuto una brutta giornata, compra il libro».
Detto così...
«L’importante è che il lettore riconosca se stesso, che capisca quanto è fragile la sua dignità. Che si renda conto di come quella dignità è l’ultima cosa che gli può essere tolta, ma gli può essere tolta. In questo io e il mio amico Béla Tarr (importante regista ungherese scomparso a gennaio, ndt) eravamo diversi. Lui credeva che non si possa togliere la dignità».
Sente un’affinità con il mondo ungherese?
«Sono nato ungherese, la mia lingua madre è l’ungherese. L’ungheresità, la combatto con tutte le mie forze. Perché cambiare l’essere cittadino del mondo con l’essere solo ungherese? Il mio rapporto con l’essere ungherese è come quello che si ha con un sasso sulla riva del fiume. Non so perché non sono nato albanese o slovacco. Non voglio ideologizzare il fatto di appartenere a una nazione, in particolare all’Ungheria. Ci sono sempre ondate di populismo, persone che sono orgogliose della patria, di essere ungheresi. Sono orgoglioso della sedia su cui sono seduto? È molto dannoso il modo in cui la gente parla della patria in relazione alla realtà. La provenienza non ha molto a che vedere con nulla. Certamente, quelli che parlano come me sono odiati. Mi piace l’ungherese, mi sento molto fortunato che la mia lingua madre sia in grado di esprimere sfumature tanto sottili. Ma rispetto allo stesso modo anche altre lingue».
Dunque non è molto interessato agli ussari, agli Esterházy (antica casata nobile ungherese, ndt), alle sciabole...
(Ride di cuore) «Puoi solo ridere di tutto questo. Almeno finché i loro sostenitori non ti raggiungono per strada e ti picchiano. Mi chiedi degli ussari, della patria, e io parlo continuamente della lingua. Non è un caso. La mia Ungheria è quella della lingua e non quella degli ussari. Mi sono allontanato così tanto dal mondo ungherese, da quel concetto di ungherese contaminato dalla stupidità. In tutti gli Stati esposti al populismo accadono cose orribili, ma nulla è paragonabile per intensità e brutalità a ciò che accade in Ungheria. Quella capacità di manipolare è una fonte di contagio. L’Ungheria non è più un Paese, è un manicomio da cui i medici se ne sono già andati e in cui i malati giocano a fare i medici il lunedì, il mercoledì e il venerdì».
Guardando alla storia, l’Ungheria sembra sbagliare sempre nei momenti decisivi.
«Sceglie sempre la strada sbagliata. Quando in un’intervista ho detto che non capivo perché gli ungheresi fossero sempre così orgogliosi delle loro battaglie, che tra l’altro perdono sempre, sono stato attaccato dall’estrema destra. Non ha senso discutere. Anche persone che sembrano molto intelligenti sono prigioniere dell’ideologia. Come dice un proverbio ungherese, maciniamo in due mulini molto diversi e dalla loro farina non uscirà mai il pane. E questo ha costruito una società malata».
Nella sua letteratura, nonostante lei abbia radici ebraiche, non compare la Shoah, l’Olocausto.
«Ma è presente. L’antisemitismo, il razzismo, la stupidità criminale sono nei miei libri, in Melancolia della resistenza, in Satantango... Il nazismo piccolo borghese».
Com’è stato vincere il Nobel?
«Molto inaspettato per me. Non appartengo al gruppo di quelli che il primo giovedì di ottobre stanno davanti allo schermo a guardare l’immagine di una porta chiusa e aspettano che si apra e venga annunciato un nome. È stato molto difficile accettare di essere messo accanto a tanti nomi che ammiri, come Faulkner! Continuo a non sapere cosa fare con il Nobel. È qualcosa che ti porta a un’altezza dove non c’è ossigeno, e i miei polmoni ne hanno bisogno. Ma è un grande onore per me. È stato coraggioso scegliermi, perché nei miei libri ho sempre raccontato fallimenti».
Kafka e Malcolm Lowry sono speciali per lei.
«Ci sono molti scrittori che ammiro, loro due non sono gli unici, ma è vero che senza Kafka, senza Il castello, non sarei uno scrittore. E devo molto anche a Lowry. Non è che si debba scegliere. Incoraggio tutti ad aprirsi e a leggere più autori. Se continuiamo così, arriverà un mondo in cui le strategie di sopravvivenza individuali avranno un ruolo decisivo».