corriere.it, 9 marzo 2026
Roma, proteste dei residenti per i cantieri della Metro C: via gli alberi di Trilussa
Oggi inizia l’espianto delle tre grandi paulownie da piazza della Chiesa Nuova. Tre alberi storici, uno di circa trecento anni, simbolo di questo pezzo di città, tra piazza Navona e corso Vittorio, posti «da sempre» davanti alla chiesa di San Filippo Neri: vengono rimossi perché «ingombrano» il cantiere della Metro C messo su lo scorso 25 febbraio e destinato a restare aperto per i successivi 4.078 giorni, che sono oltre 11 anni – «in realtà molti di più: quelli indicati sono i giorni lavorativi, non quelli complessivi», precisa un archeologo che abita lì nei pressi —, come si legge con un brivido sui cartelloni issati dal Campidoglio.
Gli addetti dell’Ambiente procederanno alla rimozione dei fusti reduci da potatura robusta (e contestata dai residenti), dopodiché le paulownie saranno trasferite in un vivaio dove resteranno per uno o due anni in una sorta di terapia intensiva del verde propedeutica alla ripiantumazione. Che, se tutto filerà liscio, avverrà su viale degli Ammiragli o in uno spazio adiacente a via Giulia non appena sarà riqualificata.
Sulla potatura e successiva rimozione dei «tre alberi di Trilussa», come vengono chiamati nel quartiere con riferimento all’assidua frequentazione di piazza della Chiesa Nuova da parte del più romano dei poeti romani – foto d’epoca lo ritraggono a mangiare da Alfredo, nei locali dell’allora ristorante dove adesso c’è la farmacia, o sotto le paulownie, appunto —, si è consumato uno scontro vero e proprio, con denunce penali nei confronti del Comune da parte dell’associazione Curaa (Cittadini uniti Roma alberi e abitanti) e con richieste di intervento al ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Il malumore dei residenti, però, covava già da tempo, sia sul cantiere della metro che ha di fatto sequestrato la piazza – «qua una stazione inutile, a metà strada tra quelle di piazza Venezia e Castel Sant’Angelo» – sia sulle modalità «per niente partecipative» usate dal Comune per comunicare poi e avviare i lavori «senza prendere in considerazione le alternative che abbiamo proposto».
E il malumore ancora cova: online c’è la petizione lanciata da Italia Nostra per «una moratoria del cantiere Metro C» firmata, finora, da circa 400 persone; mentre dopodomani, in piazza della Moretta, i comitati si ritroveranno per parlare della situazione, mettere a punto la strategia e, soprattutto, pianificare il sit-in di protesta di sabato 21 marzo, non a caso nel primo giorno di primavera.
Perché si partirà per la mancata fioritura dei tre alberi simbolo per provare a raccontare la condizione del quartiere e dei suoi abitanti, terrorizzati al pensiero di dodici anni di lavori sotto casa, ma soprattutto alla vista quotidiana di una piazza che non c’è più: reti e barriere delimitano l’area di cantiere strozzando la carreggiata di corso Vittorio, all’altezza di Chiesa Nuova ridotta a strettoia con un marciapiede da una parte e una mini-corsia pedonale larga 30 centimetri dall’altra. Il transito di turisti è costante, ma è difficile (e pure pericoloso) passeggiare zigzagando tra le auto. «Il bus 64 adesso impiega un’ora da Termini al Vaticano, non più 30 minuti come prima», protestano i comitati. Impossibile arrivare sul sagrato della chiesa. Ma l’inquietudine è sul futuro, quando cioè le talpe scaveranno nel sottosuolo – «e chissà se i monumenti ne risentiranno» – mentre in superficie le barriere saranno di più: «C’è anche un tema sicurezza», spiega la dottoressa Maria Gabriella Rigano, della farmacia Langeli. Per i commercianti ci sono probabilmente dei ristori in arrivo dal Comune. Ai residenti la consolazione della metro sotto casa: tra 12 anni.