Corriere della Sera, 9 marzo 2026
Referendum, troppe parole in attività
L’avvicinarsi della data del referendum rende più aspro il confronto e le posizioni, anche per effetto della guerra in corso, tendono a prescindere dal merito e a orientarsi secondo schemi precostituiti. Ma il referendum non è un’elezione politica e la scelta deve sforzarsi di guardare alle conseguenze del voto. Allo scopo di concorrere a un orientamento consapevole ho fissato i punti che a me sembrano di maggiore equivoco e quindi di distorsione della conoscenza.
«L’intervista di Giuliano Vassalli pubblicata sul Financial Times». Si parla di un’intervista nella quale il prof. Vassalli si esprimeva per la separazione delle carriere. L’intervista non esiste, non è stata mai pubblicata. Si tratta solo di una conversazione preparatoria, diffusa dal giornalista che lo aveva intervistato, solo molti anni dopo la morte del prof. Vassalli.
«Giuliano Vassallli e il processo accusatorio». Nella seduta del Senato del 19 novembre 1986, p. 14, il ministro Vassalli disse: «A me pare che l’attuale disegno di legge, pur volendo ispirarsi a taluni dei caratteri del sistema accusatorio, non si può certo dire che vi si ispiri pienamente. Non lo si può dire perché tutto il nostro ordinamento si esprime in senso profondamente diverso».
«Giuliano Vassalli era favorevole alla separazione delle funzioni di pm e giudice». Può darsi. Ma i fatti vanno in direzione opposta. Il ministro Vassalli, della cui limpida indipendenza nessuno può dubitare, e che pertanto non avrebbe varato un ordinamento nel quale non credeva, firmò la riforma dell’ordinamento giudiziario, che all’art. 190 non separava le funzioni e consentiva, senza alcun limite, il passaggio da una funzione all’altra.
«Il nostro è un processo accusatorio». Non è esatto. Nel processo accusatorio il giudice non ha il potere di incidere sul capo di imputazione, né di acquisire prove. Nel nostro processo invece il giudice ha questi poteri. Il processo è rimasto di carattere prevalentemente accusatorio nei primissimi tempi; ma quando ci si accorse che rendeva impossibili i processi contro la mafia, le regole cambiarono.
«Tutti i Paesi più avanzati hanno la separazione delle funzioni tra pm e giudici». È esatto. Ma negli altri Paesi, per evitare che la separazione dei pm dai giudici, con la conseguente attribuzione ai pm di un organo di governo proprio, separato da quello dei giudici, possa produrre un loro eccesso di potere, è stabilito un controllo politico diretto o indiretto sul pm. Con la legge sottoposta a referendum, invece, il pm si autogoverna, si autopromuove, resta pm per sempre, non dipende da nessuno, ha la polizia giudiziaria alle proprie esclusive dipendenze e l’obbligatorietà dell’azione penale, per la quale ogni indagine diventa «atto dovuto». L’esercizio di questo grande e incontrollato potere è un pericolo per i diritti dei cittadini e per la stessa politica. Non lo dico per sfiducia preconcetta. Ma se si conferisce a una istituzione un potere smisurato, quella istituzione quel potere prima o dopo lo esercita sino in fondo, nei confronti di tutti. La riforma regala troppo potere ai pm. A meno che, con un’apposita legge elettorale, non si vogliano, dopo, regalare alla maggioranza (qualunque essa sia) i due terzi dei seggi, idonei a porre la magistratura sotto il controllo politico, senza referendum. D’altra parte il vicepresidente del Consiglio Tajani ha dichiarato che dopo il referendum, in caso di vittoria del Sì, bisognerà togliere la polizia giudiziaria dalle dipendenza della magistratura. Questo significa che la magistratura si occuperà prevalentemente delle notizie di reato che verranno dalla polizia, che dipende dal ministro dell’Interno, e cioè dal governo, di qualunque colore. Sarebbe un controllo politico indiretto.
«Lassismo della sezione disciplinare». L’accusa viene dal ministro della Giustizia. In questa consiliatura la sezione disciplinare ha emesso complessivamente 373 provvedimenti. Il ministro della Giustizia ne ha impugnati solo 9; evidentemente ne ha giudicati corretti 364, più del 90%. Delle due l’una, o il ministro e tutti i suoi uffici sono stati distratti, molto distratti, oppure l’accusa è priva di fondamento.
«Anche il Pd ha proposto l’Alta Corte e la separazione delle carriere». È vero, ma si trattava di progetti nettamente diversi. L’Alta Corte che io ho proposto riguardava tutte le magistrature, non solo la magistratura ordinaria, ma anche quella amministrativa, contabile, fiscale etc. Era inoltre un organo di appello, non di primo grado come nella legge sottoposta a referendum, nei confronti di tutte le decisioni, tanto disciplinari quanto amministrative (promozioni, trasferimenti, autorizzazioni varie) degli organi di governo interno delle singole magistrature. Il Pd non è contrario alla separazione delle carriere e infatti ha votato la separazione proposta dalla ministra Cartabia; è contrario a questa separazione perché offre ai pm un potere spropositato.
«Il processo accusatorio e la mafia». Il 23 settembre 1988, giorno in cui il Consiglio dei ministri approvava il testo del nuovo codice di procedura penale, la polizia registrò una conversazione sul nuovo codice tra il mafioso Joe Gambino negli Stati Uniti e un interlocutore anonimo in Italia: Anonimo: «È migliore di quello americano»; Gambino: «…Mah»; Anonimo: «Si siede l’avvocato… qua vuole le prove… dice ci sono… le prove non ci sono… gli interrogatori»; Gambino: «Uhm…»; Anonimo: «Il confino l’hanno tolto… le prove devono essere schiaccianti… le intercettazioni, i verbali»; Gambino: «Allora si torna a casa»; Anonimo: «Il confino… il giudice poi è responsabile… i giudici, minchia, se ne fottono. Vassalli ha messo sotto accusa anche i giudici»; Gambino: «Uhm»; Anonimo: «Dice ai giudici: cornuti, camminate dritti»; Gambino: «Cornuti che ci sono»; Anonimo: «… proprio sono stati, minchia»; Gambino: «Sì, ma con queste leggi non hanno niente da fare»; Anonimo: «A raccogliere fagioli andranno?». Le norme del codice che paralizzavano le inchieste contro la mafia furono abolite, su suggerimento unanime della Commissione Antimafia presieduta da Gerardo Chiaromonte, con la legge 7 agosto 1992 n. 356, diciannove giorni dopo l’assassinio di Paolo Borsellino.