Corriere della Sera, 9 marzo 2026
Dalla masseria alla riforma. La seconda giovinezza di Di Pietro
Stefania Craxi – «Il referendum sulla Giustizia? Io dirò Sì» – sostiene che Antonio Di Pietro non ha la statura morale per spiegare perché anche lui voterà allo stesso modo. Di Pietro, ovviamente, se ne frega e gira come una trottola dentro questa seconda giovinezza che la riforma gli ha spalancato. Cambi canale, e lo trovi. Apri un giornale, e c’è una sua intervista. Ha scritto addirittura un libro. La voce s’è sparsa. Così gli telefonano per invitarlo a convegni e dibattiti e lui chiede solo dove, quando, a che ora è? Scatenato. Di nuovo sull’onda. Sempre molto mediatico con quel suo eloquio caratteristico, ancora capace di evocare antiche suggestioni: e poi, intatta, quella gestualità speciale, completa di smorfie, mezzi sorrisi, più il talento formidabile di guardare sempre diritto o l’interlocutore (un tempo erano gli imputati), o il puntino rosso della telecamera accesa. Una rinascita? Boh, sì, forse. Qualcosa, comunque, gli è successo. Possibile gli stia davvero a cuore – le persone, talvolta, cambiano – questo referendum («Mi entusiasma l’idea che possa essere finalmente messo un argine allo strapotere delle correnti. E poi, lo ammetto: a me piace pure il sorteggio del Csm»). Magari però questa improvvisa voglia di militanza si spiega anche con il fatto che, probabilmente, s’era un po’ intristito a starsene tutto solo in Molise, a Montenero di Bisaccia, luogo abbastanza leggendario, che carovane di cronisti, fotografi e cameraman raggiunsero, per anni, in sistematici, indimenticabili pellegrinaggi. Ultimamente era tornato lì, nella sua masseria, e se ne rimaneva rinchiuso dentro la terrazza che ha trasformato in veranda, in una inedita, pneumatica solitudine: lo sguardo che scorreva su una siepe curata e, poi, sul panorama dei tremila ulivi e dei vigneti, con il rombo di trattori lontani sulle colline basse. Rispose al terzo squillo del cellulare, tre anni fa, nel trentennale dell’inchiesta Mani pulite. «Guardi, so già cosa sta per chiedermi. Ma la mia risposta è: non parlo. E sa perché? Perché io ho deciso di sparire. Voglio farmi dimenticare. Di Pietro, quel Di Pietro che intende lei, non esiste più». Indossava una camicia rossa a quadri e un maglione, raccontò, slabbrato. Un po’ contadino e un po’ avvocato: s’era rimesso a fare l’avvocato, dopo essere stato emigrante (a 21 anni, per andare a faticare come metalmeccanico in Germania, a Bohmenkirch), commissario di polizia, magistrato, deputato, senatore, due volte ministro (nel Prodi 1 e nel Prodi 2), fondatore dell’Italia dei valori e parlamentare europeo. Poteva sparire uno così? Oggi di anni ne ha 75: e – francamente – non li dimostra. In più, voterà Sì. Quanto poi questo voto ci azzecchi con il personaggio, resta uno dei tanti (suoi) misteri gloriosi.