Corriere della Sera, 9 marzo 2026
Perché Trump rinnega 30 anni di solidarietà
Deve fare una certa impressione ai militari italiani, britannici, francesi, tedeschi sentirsi dare dei «codardi» da chi ha scansato per cinque volte la leva obbligatoria. Soprattutto se quell’uomo è Donald Trump, che durante la guerra del Vietnam evitò la chiamata alle armi, grazie ai suoi agganci e a un certificato medico che diagnosticava un’improbabile malformazione al piede. Da quando è tornato alla Casa Bianca, l’ex immobiliarista ha più volte accusato gli alleati di spendere poco per la difesa comune. Di recente ha alzato il tiro, sostenendo di «non essere sicuro che in caso di bisogno» i partner della Nato sarebbero pronti ad accorrere in soccorso degli Stati Uniti. E, in ogni caso, ha aggiunto, quando ciò è accaduto, le truppe alleate sono rimaste nelle retrovie.
Le pretese sull’Iran
La guerra contro l’Iran, decisa senza nemmeno informare gli alleati, è l’ultima prova del livore trumpiano, ai limiti dell’insulto nei confronti degli europei. Il britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno dichiarato di non voler partecipare alle operazioni militari, ma hanno concesso l’uso delle basi militari americane dislocate nel loro territorio per missioni di pattugliamento o appoggio logistico. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha fatto sapere che in caso di richiesta, valuterà se rendere disponibili le basi di Aviano o di Sigonella. Tutto questo nonostante la guerra provochi in Europa il rincaro dell’energia, esponga a un’ondata di profughi e un rischio terrorismo. Ma a Trump non è bastato. Allo spagnolo Pedro Sánchez, l’unico leader che ha negato l’accesso alle basi, ha promesso ritorsioni commerciali. E poi ha preso di mira Starmer, «non è Churchill» ha detto, e considera la posizione defilata del Regno Unito (avrebbe voluto il coinvolgimento dei jet di Londra nel bombardamento di Teheran), un’ulteriore conferma del suo teorema: gli alleati restano sempre un passo indietro. La storia, però, ci consegna una realtà completamente diversa.
Missione Bosnia
La prima iniziativa comune risale al 1995, nello scenario dei Balcani sconvolto dalla dissoluzione della Jugoslavia. Con la Risoluzione n.1031, il Consiglio di sicurezza dell’Onu autorizzò all’unanimità l’istituzione di una «Forza di implementazione multinazionale (Ifor)» affidata al comando della Nato per stabilizzare la situazione in Bosnia. Ecco come erano ripartiti i pesi tra i principali alleati occidentali: Stati Uniti, 20 mila unità; Regno Unito, 11 mila; Francia, 3.800; Italia 2.500; Germania 1.700; Olanda 850. La somma dei militari inviati è equivalente: Usa, 20 mila, i cinque europei, 19.800. Di conseguenza anche la spesa sostenuta da Stati Uniti e Vecchio Continente è di fatto simile, circa 10 miliardi. Gli europei non si disposero nelle retrovie, ma nelle aeree a rischio: gli italiani a Mostar; i francesi a Sarajevo; i britannici assunsero il comando nei settori chiave.
Da Belgrado al Kosovo
Nel 1999, contro la campagna di pulizia etnica scatenata nel Kosovo dal leader della Serbia Slobodan Milosevic, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non riuscì a deliberare, perché Cina e Russia fecero sapere che avrebbero posto il veto. Il presidente americano Bill Clinton spinse la Nato ad agire comunque. Gli aerei dell’Alleanza Atlantica bombardarono Belgrado per 10 settimane, un avvenimento traumatico per l’Europa e tuttora controverso. In ogni caso Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio accolsero l’invito di Clinton, evitando l’isolamento politico degli Stati Uniti.
Nel dicembre del 2004 gli Usa lasciarono la responsabilità delle operazioni in Bosnia-Erzegovina all’Ue. Infine, la terza spedizione di peacekeeping nei Balcani, la Kfor (Kosovo Force): dal giugno del 1999 hanno preso posizione 15.700 militari provenienti da 33 Paesi. Gli Stati Uniti hanno inviato 1.454 militari, meno della Germania (2.508), dell’Italia (2.152), della Francia (1.953).
2001: Afghanistan
La missione più importante, quella evocata dagli insulti di Trump, resta l’Afghanistan. Dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle e al Pentagono, si attivò l’articolo 5 del Trattato Nato: tutti gli alleati corrono in soccorso di un partner aggredito. Il Consiglio del Nord Atlantico decise all’unanimità l’intervento a sostegno della campagna americana contro il terrorismo di matrice islamica. Nell’occupazione dell’Afghanistan, durata 20 anni, gli americani hanno mobilitato 100 mila soldati, con uno stanziamento di 730 miliardi di dollari. Nel momento di massimo sforzo, alle spalle dei soldati americani, c’erano i 9.500 del Regno Unito; i 4.920 della Germania; i 4 mila della Francia; i 3.770 dell’Italia, con una spesa europea di 52 miliardi di dollari (fonte: Brown University). I britannici, insieme con i canadesi, sono stati impegnati sul fronte forse più difficile: il versante meridionale con la base di Kandahar e l’avamposto di Helmand, a stretto contatto con i guerriglieri talebani. Gli americani hanno lasciato sul campo 2.461 morti; gli europei 886.
Iraq: alleati anche nell’azzardo
Nel 2003 la guerra più controversa, iniziata da George W. Bush: l’invasione dell’Iraq. Gli americani erano convinti che il regime di Saddam Hussein possedesse «armi di distruzione di massa», che però non furono mai trovate. Questa volta, solo Regno Unito, Italia, Spagna e Polonia si imbarcarono in un’avventura che si rivelò ben più difficile del previsto. Lo schieramento americano fu poderoso: 160 mila soldati nella fase di massimo sforzo (fonte: Brown University). Nonostante una larga parte dell’opinione pubblica, specie in Italia, fosse contraria all’intervento, Blair, mandò in Iraq 8.500 militari, Aznar 1.300, Berlusconi 2.600, il presidente polacco Aleksander Kwansievski 1.400. Gli Stati Uniti bruciarono 756 miliardi di dollari, il Regno Unito 9,9, l’Italia 3, la Polonia 449 milioni. I contribuenti britannici, italiani e polacchi pagarono, dunque, un conto pesante. Gli americani persero 4.487 militari; i britannici 179; i polacchi 23 e i caduti italiani furono 33.
Libia: gli Usa nelle retrovie
L’ultima operazione condotta dalla Nato è in Libia nel 2011: Muammar Gheddafi reprime con la violenza le proteste della «Primavera araba», e la rivolta si trasforma in guerra civile. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu adotta due risoluzioni che lanciano un appello per intervenire a protezione della popolazione civile. La richiesta viene accolta dai Paesi Nato, ma Barack Obama preferisce lasciare spazio agli alleati. Secondo ricostruzioni di vari media (dal New York Times alla Bbc), Francia, Regno Unito, Italia, Danimarca e Norvegia hanno coperto circa il 70% delle operazioni, gli Stati Uniti il 16%. In quel caso furono gli americani a rimanere nelle seconde linee.
Il terrorismo in Europa
Affiancando gli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq, i Paesi del Vecchio Continente, hanno accettato il grave rischio di diventare a loro volta obiettivi per i jihadisti. Ma Aznar, Blair, Chirac e Berlusconi non risposero a Washington «Spagna, Regno Unito, Francia o Italia first». Ed è un dato di fatto che negli anni successivi l’Europa fu colpita sanguinosamente. L’11 marzo 2004 i terroristi attaccarono i treni dei pendolari nella stazione di Madrid: 192 morti. Il 7 luglio 2005, attentatori suicidi fecero esplodere le bombe nella metropolitana di Londra: 56 vittime. Il 13 novembre 2015, i killer islamisti seminarono orrore nelle strade di Parigi e al Bataclan: 130 morti.
Questa è la storia di trent’anni di collaborazione e solidarietà tra le due sponde dell’Atlantico. E che smonta, fino a ridicolizzare, la propaganda trumpiana. Mentre è evidente la volontà della Casa Bianca di lasciare da sola l’Europa ad aiutare l’Ucraina. Gran finale surreale: gli americani chiedono i droni a Zelensky per alimentare la campagna militare in Iran.