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 2026  marzo 09 Lunedì calendario

La guerra incendia il Golfo

Piove nero. «State in casa!», avverte la tv iraniana: una cappa di fumi tossici avvolge i dieci milioni che abitano Teheran, azoto e ossidi di zolfo gocciolano dal cielo e dai pozzi in fiamme. «Queste sostanze possono creare piogge acide altamente corrosive». Nella capitale, le finestre dei palazzi s’insozzano d’una patina viscida e marrone. Gl’israeliani colpiscono l’Agenzia aerospaziale: da dove si controllava il satellite Khayyam lanciato, tre anni fa, per spiare Tel Aviv. Bruciano quattro raffinerie di petrolio e soprattutto Shahran, che rifornisce di carburante dieci milioni d’iraniani. Chi vive lì intorno posta i video: «Ho visto l’esplosione nella notte – scrive una donna – e ha illuminato il buio. Una cosa che non immaginavo di vedere. Sembrava la fine del mondo. O l’inizio di quel che mi ricorda l’inferno».
Piove morte e non solo sull’Iran. A incendiarsi, ogni giorno di più, è il Golfo delle petro-monarchie. Ora tocca ai sistemi radar del Qatar e degli Emirati, dell’Arabia e del Kuwait, del Bahrein e della Giordania: gl’iraniani colpiscono gl’impianti potenti ad Al-Udeeid – la base Usa più grande dell’area – e le cupole radar di Camp Arifjan, le antenne della Quinta Flotta e le orecchie elettroniche di Prince Sultan. Un centinaio di droni al giorno, anche se lo sciame va diminuendo. Arde all’alba un palazzo di 22 piani in Kuwait, una sede governativa, un missile cade nel deserto saudita: un soldato americano muore per le ferite riportate nel primo contrattacco della settimana scorsa. «Abbiamo il diritto di proteggere la nostra sovranità», avvertono gli Emirati, colpiti da circa 1.300 fra missili e droni. Proteggere, sì, ma quando? Da subito, fanno sapere gl’israeliani: Abu Dhabi avrebbe bombardato per la prima volta il territorio iraniano. La notizia non è confermata, ma certo irrita molto che sia uscita e proprio da Israele: «Si tratta di fake news – smentisce un portavoce —. Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio d’annunciarlo». L’allargamento quotidiano riguarda anche il Libano: c’è già mezzo milione di profughi, mentre due attacchi israeliani centrano l’enorme campo palestinese di Ain el-Hilweh e un hotel nel cuore di Beirut, il Ramada. C’è poi il dipartimento di Stato americano che aggira il Congresso e prepara la vendita di 20mila bombe a Israele, prezzo 660 milioni di dollari. E l’arrivo pure d’esperti ucraini, inviati personalmente da Zelensky, che in zona daranno «lezioni» agli americani: «La Russia fornisce assistenza al regime iraniano – dice il presidente di Kiev —. Sappiamo cosa è stato fornito finora. Spero che la guerra non duri a lungo». Parla per esperienza: «Se una pace duratura non viene negoziata adesso, c’è un rischio elevato che la guerra si prolunghi. Questo avrà sicuramente un impatto sulla situazione in Ucraina. Meno attenzione significa meno supporto. Meno supporto significa meno difesa aerea».
È il nono giorno. E quando dicono neh, nove, gl’iraniani dicono qualcosa più d’un numero: una cifra simbolica che significa la fine d’un ciclo, l’inizio d’una nuova fase. Ci vuole dell’ottimismo. Si muove Emmanuel Macron, che parla al telefono sia con Donald Trump, sia col presidente iraniano Pezeshkian: è in arrivo a Cipro, mentre in Israele compariranno Kushner e Witkoff, inviati dalla Casa Bianca. Se di nuova fase si tratta, non si vede. E riguarda semmai gli obbiettivi strategici di breve portata: finora s’è puntato sugl’impianti di petrolio, adesso ci s’orienta sulle reti idriche, sui desalinizzatori, sulle centinaia di strutture che dissetano il 90% dei kuwaitiani, l’86 degli omaniti, il 70 dei sauditi, più della metà degl’iraniani. Anche in Israele, l’80% dei rubinetti capta acqua di mare «ripulita» e in tutto il Medio Oriente è questa risorsa, spesso dimenticata, la vera causa di scontro. Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri di Teheran, accusa gli americani d’aver colpito l’impianto dell’isola di Qeshm, che dà acqua a 30 villaggi. Il governo del Bahrein dice la stessa cosa degl’iraniani: bombardano «indiscriminatamente» i pozzi che dissetano i civili. Nessuno s’assume la responsabilità dell’attacco. Perché il tema acqua è delicatissimo e ad alto rischio d’impopolarità, perfino più del petrolio o della strage della scuola (a proposito: 175 bambine uccise sono «un tragico errore che può talvolta accadere», è la frase autoassolutoria dell’ambasciatore americano all’Onu) ed è comunque sempre stato così: secondo un dispaccio WikiLeaks del 2008, citato dal New York Times, una capitale come Riad dovrebbe essere evacuata quasi totalmente, se venisse colpita la sua rete idrica. La catastrofe umanitaria è solo all’inizio: ieri, Otto marzo, Teheran ha comunicato che in nove giorni sono morte 198 donne. E mettere mimose in qualche cannone, non è bastato.