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 2026  marzo 09 Lunedì calendario

Le mosse d’azzardo

Oltre 450 chili di uranio arricchito al 60% sepolti nei sotterranei degli impianti nucleari di Isfahan, Natanz e Fordow, forse irraggiungibili anche per gli iraniani dopo i bombardamenti del giugno scorso: abbastanza per undici bombe atomiche se arricchiti fino al 90%. Cercando una logica nella guerra di Trump e Netanyahu si fa fatica, fattore nucleare a parte, a trovare il filo di una strategia coerente che giustifichi il rischio di allargamenti del conflitto. Mentre, ridotto in macerie l’ordine internazionale, gli Stati Uniti dovranno difendersi da attacchi ovunque nel mondo: i droni contro l’ambasciata di Baghdad e l’esplosione in quella di Oslo possono essere l’inizio di una spirale. Enorme l’azzardo di Trump sul piano internazionale, ma anche all’interno, in prospettiva elettorale: i Maga avevano creduto al suo impegno a non farsi coinvolgere in conflitti, soprattutto nel mondo arabo. Riaffiorano le sue vecchie invettive: «Migliaia di miliardi spesi, migliaia di nostri soldati morti o feriti. Andare nel Medio Oriente è stata la peggiore decisione mai presa dagli Stati Uniti». E ora?
Si può trovare un obiettivo chiaro che non venga spazzato via nel giro di poche ore dall’affollarsi di dichiarazioni contraddittorie del presidente americano e dei suoi ministri? Teheran come Caracas, trovando un ayatollah disposto, come Delcy Rodriguez, a farsi «telecomandare» da Washington? Sembra impossibile che alla Casa Bianca ci si illudesse di poter demolire una teocrazia feroce, con un controllo ferreo del territorio, come era stato fatto con un regime sudamericano corrotto, criminale e già in avanzato stato di decomposizione. Ma poi lo stesso Trump ha detto proprio questo con un trionfalismo divenuto macabra (e forse inconsapevole) ironia quando ha celebrato l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei sostenendo che l’attacco è stato un successo talmente grande da aver ucciso, oltre ai capi del regime, anche i dirigenti di secondo e terzo livello che erano stati individuati come possibili interlocutori di un negoziato.
Poi, giorno dopo giorno, dichiarazioni contraddittorie sulla paternità dell’attacco (l’ha voluto Trump o è stato trascinato da Netanyahu?) mentre l’obiettivo di un regime change – le promesse fatte ai ribelli che si sono fatti massacrare a migliaia per cercare di rovesciare la teocrazia – è stato sepolto sotto un’ultima piroetta dialettica: accettabile, per il presidente, che a Khamenei succeda un autocrate religioso «purché tratti gli Usa e Israele in modo fair». Garbato con chi sta demolendo non solo gli impianti militari, ma anche le fabbriche, le infrastrutture civili e quelle energetiche.
Promesse di libertà oggi negate che domani verranno disseppellite? Trump, convinto che l’imprevedibilità sia la sua arma più efficace, ormai non si fa problemi a sostenere tutto e il contrario di tutto. Lo ha fatto per anni, ma in questo secondo mandato ha elevato l’improvvisazione a dottrina dichiarando apertamente di non sentirsi vincolato da leggi o accordi siglati in precedenza, anche da lui. Mese dopo mese abbiamo osservato, attoniti, le sue incredibili evoluzioni: alcuni ne hanno denunciato la crescente pericolosità, altri hanno minimizzato o si sono limitati a ridicolizzare le mosse di The Donald.
E, ancora oggi, nell’analizzare le scelte di Trump, il Guardian definisce il suo modo di presentare la guerra «Operation Epstein Distraction»: un tentativo di sviare l’attenzione, soprattutto quella del suo popolo Maga, dallo scandalo del miliardario pedofilo morto suicida, suo grande amico in anni ormai lontani. Una distrazione affidata a video presidenziali che mescolano le immagini dei bombardamenti in Iran con quelle di videogiochi cruenti e flash di film d’azione – Braveheart, Iron Man, Il Gladiatore – per poi concludere con un perentorio «questo è il modo americano di intendere la giustizia».
Magari alla fine l’Iran, schiacciato dai bombardamenti che vanno avanti senza sosta notte e giorno, arriverà al punto di rottura. Ma per adesso, mentre a Washington i ministri degli Esteri e della Guerra, Rubio e Hegseth, si contraddicono e il vicepresidente JD Vance tace imbarazzato, avendo sempre tuonato contro l’interventismo americano, a Teheran ciò che resta del regime sembra aver scelto una strategia disperata, devastante, ma netta: vendere cara la pelle infliggendo i maggiori danni possibili agli Stati Uniti, ai traffici marittimi lasciando il mondo industrializzato a corto di petrolio e metastatizzando focolai di guerra in tutto il modo arabo che ha stretti rapporti con l’America: dai Paesi del Golfo alla Giordania.
E se Stati Uniti e Israele hanno azzerato la capacità dell’Iran di difendersi da attacchi dal cielo, Teheran sta riuscendo, coi droni che le sono rimasti, a colpire i radar americani dislocati in Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein e Giordania. Cosa che, secondo il Wall Street Journal, sta riducendo la capacità americana di intercettare gli ordigni lanciati dall’Iran.
Lo spettro diventa, così, quello, di un prolungamento del conflitto per settimane, con rischi di discesa in campo di nuovi attori o, in caso di collasso del regime, frammentazione del Paese per iniziativa dei curdi e delle diverse comunità etniche, e anche religiose, che compongono il mosaico iraniano.
Così si sente parlare sempre più spesso di interventi di forze di terra. Anche Trump non esclude quei boots on the ground, soldati Usa in Iran, che erano considerati una bestemmia fino a ieri. Ma, per quanto imprevedibile, il presidente vuole evitare un altro Iraq. Netanyahu probabilmente lo spinge a tentare un’operazione limitata a incursioni delle forze speciali per cercare di portare via (o degradare in loco) l’uranio degli ayatollah. Sarebbe, comunque, un grosso azzardo: gli impianti nucleari sono i luoghi più difesi e per rimuovere le macerie e raggiungere l’uranio nascosto nei tunnel bisognerebbe aprire un cantiere.