Avvenire, 8 marzo 2026
«Il solito giro d’affari omicida». Nuove accuse Onu ai lager libici
Ottantuno migranti, salpati dalle coste libiche, sono sbarcati la scorsa notte a Lampedusa. Molti altri, però, nelle settimane passate sono stati intercettati e ricondotti in Libia. Ogni giorno, in media, sono 74 le persone che vengono fermate nel tentativo di sbarcare in Europa e riportate forzatamente nel Paese nordafricano. Lì, vengono poi arrestate arbitrariamente, detenute in condizioni disumane, torturate, sottoposte ad abusi sessuali e costrette a chiedere fino a 10mila dollari per il riscatto alle proprie famiglie. Alcuni migranti, invece, spariscono nel niente e vengono ritrovati, dopo aver perso la vita e il diritto all’identificazione, ammassati in fosse comuni. È questo il sanguinoso giro d’affari condotto da anni, sui corpi di persone migranti o richiedenti asilo o rifugiate, dai trafficanti libici «spesso legati ad attori statali» e «favoriti dalle politiche migratorie restrittive ai confini mediterranei dell’Europa». «Il solito giro d’affari» lo definiscono la Missione di sostegno dell’Onu in Libia (Unsmil) e l’Ufficio dell’Alto commissario dell’Onu per i Diritti umani (Ohchr), nel report pubblicato a febbraio dal titolo “Business as usual”. Che ha raccolto, tra gennaio 2024 e novembre 2025, le testimonianze di 95 migranti insieme a referti medici, fotografie e video che testimoniano «le sistematiche e diffuse violazioni dei diritti umani in Libia», avallate dalle stesse autorità libiche finanziate dall’Ue. Solo tra il 2021 e il 2027 Bruxelles ha stanziato 65 milioni di euro per la gestione delle frontiere del Paese.
Nel tentativo di documentare le violazioni in Libia, alle due agenzie Onu è stato negato l’accesso a numerosi centri di detenzione, sia nella Libia orientale sia in quella occidentale. La maggior parte delle segnalazioni, perciò, arriva dalle interviste: 45 donne di età compresa tra i 17 e i 43 anni e 50 uomini tra i 20 e i 51 anni. Tutti testimoniano rastrellamenti e torture arbitrarie: i migranti vengono «picchiati con calci di pistola e bastoni» già sulle imbarcazioni intercettate in mare e, in seguito alla detenzione, «spogliati e perquisiti e torturati ogni giorno finché non arriva il riscatto». Che varia da poche centinaia fino a circa 10mila dollari a persona.
Per le donne migranti, la detenzione è perfino peggiore. «Diversi uomini mi hanno violentata. Ragazze di appena 14 anni venivano violentate ogni giorno». A raccontarlo è una donna etiope che, a causa degli abusi, ha dovuto affrontare nei lager libici una gravidanza e un aborto spontaneo. La sua non è una testimonianza eccezionale, ma l’espressione di un consolidato sistema di violenze: «Una donna eritrea – continuano gli autori del report – ha subito abusi prolungati tra gennaio e settembre 2024, raccontando le violenze sessuali inflitte ad almeno altre 19 donne e ragazze detenute con lei». Non tutte le persone migranti, però, sopravvivono ai centri di detenzione libici. Molte famiglie, in seguito all’arresto, perdono le tracce dei propri familiari e solo alcuni di questi vengono in seguito ritrovati, ma mai identificati, tra i corpi ammassati nelle fosse comuni. Nel marzo 2024, è stata scoperta una fossa comune ad al-Shuweirif, nel sud-ovest della Libia, contenente 65 corpi. Nel febbraio 2025, invece, ne sono state trovate altre due, per un totale di 93 corpi, nei distretti di Cufra e al-Wahat a est del Paese. «Si prevede che altre fosse restino ancora da scoprire», concludono le agenzie Onu.
Che esistano altri corpi dimenticati senza sepoltura sul suolo libico lo confermerebbe anche il numero delle persone intercettate in mare e riportate in Libia. I cosiddetti pull-back sono in aumento: nel 2025 l’Oim ne aveva contati 27.116, contro i 21.762 del 2024. Si tratta di operazioni illegali, per via del ritorno forzato in porti ritenuti non sicuri, e rischiose per la salute dei migranti: tutti gli intervistati dall’Onu parlano di spari, percosse e sequestri di cellulari e documenti. L’aumento dei pull-back, secondo le agenzie Onu, è sostenuto anche dalle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee. Da un lato, Frontex (l’agenzia Ue della guardia di frontiera) «assiste il Centro di coordinamento dei soccorsi libico nell’esecuzione delle intercettazioni, fornendo le coordinate delle imbarcazioni al di fuori della zona Sar (Ricerca e soccorso, ndr) libica». Dall’altro, l’Italia fornisce direttamente «supporto finanziario, logistico e formativo alla Guardia costiera libica nonché ad altre formazioni armate affiliate». Per questo, le due agenzie Onu chiedono a Bruxelles di «stabilire una moratoria su tutte le intercettazioni e i rimpatri in Libia finché non saranno garantite le tutele dei diritti umani». Ma, al momento, l’appello delle Nazioni unite è stato respinto: «Non dialogare con la Libia sull’immigrazione non è un’opzione», ha sentenziato giovedì scorso Magnus Brunner, commissario europeo agli Affari interni.