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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Divario tra i sessi nell’Ia e nelle materie Stem

Ha le fattezze di una donna il primo ministro virtuale di un governo: si chiama Diella, sorride e veste abiti tradizionali, si occupa di corruzione degli appalti pubblici in Albania. È interamente creato e gestito da un bot, ma questo è ironicamente l’unico, o il più visibile, primato femminile per quanto riguarda l’IA. La battaglia sulle Stem, che pure ha visto un significativo aumento delle studentesse ma una diminuzione delle lavoratrici nel campo, si sta spostando infatti sulla programmazione e sull’uso di sistemi informatici generativi. E i dati non sono dei più confortanti. L’analisi della Bank for International Settlements certifica che nel 2024 negli Usa l’IA generativa era già usata dal 50 % degli uomini ma solo dal 37% delle donne. D’altra parte secondo il World Economic Forum, le donne rappresentano appena il 22% dei professionisti dell’IA a livello globale, il 18% dei relatori nelle principali conferenze e un trascurabile 13,83% degli autori di pubblicazioni. Il nostro Paese è più o meno in linea con il resto d’Europa ma secondo gli ultimi dati Unesco nelle materie Stem è ferma al 34% la quota delle donne coinvolte, si scende al 26 nelle attività direttamente legate all’utilizzo dell’IA e si tocca il 22% nella sua programmazione. Oltre a questi dati impietosi, il futuro non appare rose e fiori, neanche fossero mimose dell’8 marzo.
IL RISCHIO
L’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro è deflagrante e lo è ancora di più per le donne. L’ultimo rapporto ILO – International Labour Organization datato 5 marzo, dopo un’analisi su 84 Paesi, sottolinea che «le conseguenze dell’IA non saranno gender neutral. E anzi, se non si interviene, aumenterà la disuguaglianza tra donne e uomini su lavoro, leadership e stipendi. Già ora le lavoratrici hanno un rischio doppio (29%) di essere licenziate per l’avvento dell’intelligenza artificiale rispetto agli uomini». E i licenziamenti sono già iniziati: il primo avvalorato da una sentenza del Tribunale di Roma riguarda una graphic designer di una società di cybersicurezza. Ma perché le donne? Su questo sia Ilo che McKinsey Global Institute sono chiari: perché sono la maggioranza in lavori di routine a rischio automazione quali il settore amministrativo, impiegatizio e dei servizi. Non solo: a livello dirigenziale e di senior management il soffitto hi-tech si è fatto di duro tek e molte dirigenti e manager preferiscono lasciare il lavoro. Bene. Asciugate le lacrime, pare chiaro che senza un’azione consapevole su formazione e inclusione, il gender gap dal passato arriverà direttamente nel futuro. Così c’è chi invita a cambiare modello. «Dobbiamo stremare l’IA, usarla come un prodotto qual è, fino a far risaltare il nostro lavoro – sostiene Stefania Bandini, 40 anni di studi alle spalle sull’Intelligenza Artificiale, responsabile del Dipartimento di Informatica, sistemistica e comunicazione all’Università Bicocca di Milano, da 10 anni professoressa anche all’Università di Tokyo – Siamo ancora in una fase da ragazzini, quasi ci giochiamo e invece dobbiamo superare questa soglia psicologica oltrepassando la logica da parola chiave a prompt. Gender gap? Esistono dei Bias di auto-apprendimento che riflettono la nostra società. Ma alle donne dico: datevi da fare, provate, siate competitive e fate fruttare l’IA per i vostri scopi». Rilancia Sara Bonfioli, Chief Revenue Officer di Talent Garden, la principale digital skills academy in Europa. «Invece di vedere l’IA come un rischio, pensiamola come un’opportunità. Il pensiero critico è una caratteristica femminile: se ci scrolliamo di dosso lo stereotipo che la tecnologia è per forza maschile, possiamo fare dell’IA una leva per l’empowerment. La soluzione non è fermare la tecnologia, ma una campagna a tappeto di alfabetizzazione. Istruire, verificare e applicare, anche con l’intelligenza emotiva, sono doti che appartengono alle donne. Ci vogliono più donne, più preparate, più capaci di usare l’IA non solo per progredire nel lavoro ma anche per organizzare meglio la propria vita privata lasciando operazioni ripetitive alla stessa IA. Una sfida per tutte». E qui c’è un ostacolo psicologico grande quanto una casa: la sindrome dell’impostore che attanaglia tante donne, che, se non sono preparate al cento per cento, non si muovono.
GLI APPELLI
Così si moltiplicano gli appelli alle lavoratrici per farsi avanti. Lo ha fatto dalla Gran Bretagna Sheila Flavell, ceo di FDM Group, che ha invitato proprio le dipendenti ad abbandonare percorsi tradizionali. E lo ha ripetuto da Singapore Quinny Lei, vicepresidente Business Technologies Solution di StarHub: «L’IA non è una tecnologia di genere ma di fiducia. Mentre gli uomini sono già lì che smanettano senza competenze, le donne invece attendono. Forza! C’è bisogno di partecipazione, non di perfezione». La riprova su LinkedIn: le donne sono il 35% di chi indica l’IA tra le proprie competenze, percentuale più che doppia tra gli uomini che spesso trasformano i cambiamenti tecnologici in un’accelerazione di carriera. Converrà ricordarlo mentre aggiorniamo il nostro curriculum, per non diventare colleghe di Diella: delle lavoratrici virtuali.