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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Intervista a Rocco Papaleo

“Adesso mi diverto di più, senza patema”.
Esperienza.
È proprio così.
Il dolore serve all’arte.
Infatti bisogna sempre lottare.
Il vero artista ha il colon infiammato.
Allora sono un vero artista.
Ora è in promozione per il suo nuovo film.
Mi piace.
Di solito i suoi colleghi non sono così entusiasti…
A me piace perché non sono un gran parlatore.
Come, lei?
Non parlo a prescindere, però mi piace rispondere alle domande.
È al quarto film da regista, rispetto all’inizio?
Prima avevo più patema, ero più egoista. Oggi il contesto, anche politico, mi sta influenzando e mi distoglie dalle vicenda personali.
In promozione il regista viene coccolato.
I privilegi non mi si adattano; (pausa) mi piacciono, ne approfitto, ma sento sempre un po’ di imbarazzo.
(Interviene l’ufficio stampa del film: “Con lui sentiamo solo ‘non vi preoccupate’ o ‘non ce n’è bisogno’…”).
Cosa la mette maggiormente in imbarazzo?
Quando mi vengono a prendere con i macchinoni neri.
Dolore.
Se vengono sotto casa, prima di uscire dal cancello guardo a destra e sinistra per capire se non c’è nessuno; la mia vecchia casa era in una via stretta di Roma, allora davo un altro indirizzo: lì era impossibile mimetizzarsi.
La macchina nera è liturgia…
Fino a un certo punto.
Oltre alla macchina nera, ha lo smoking?
So’ attore, me li hanno regalati.
Sicuro anche grazie a Sanremo, quando lo ha condotto con Morandi.
Lì ho acchiappato parecchio…
(Rocco Papaleo rientra perfettamente nella massima di Enrico Berlinguer, quella del “voglio diventare grande mantenendo intatti i miei ideali da ragazzo”. Maglione a pelle, pantalone da quattro stagioni, negli occhi il piacere di una vita spesa bene, toni sobri, sfumature lucane, mai piccati, la consapevolezza di non essere un’isola dell’egocentrismo ma un collettivo di anime. E il suo ultimo film, Il bene comune, racconta proprio un collettivo di anime; anime belle, tormentate, assalite dalla vita, emarginate dalla realtà stessa, ribelli a quella realtà e, soprattutto, interpretate da un cast in cui si percepisce il cuore oltre alla recitazione).
Una delle frasi del film: “La legalità è un’opinione”.
Le droghe leggere sono legali o no? Tradire la Costituzione è legale o no?
Al referendum vota? Cosa?
(Immediato) No!
Da regista ama i cast corali.
Primo: così non carico tutto sul mio personaggio, ma posso giocare di sponda; e poi mi piace il coro, lo trovo più armonico nella narrazione, un po’ come accade nella musica.
Secondo Neri Parenti in ogni cast corale è necessaria la vittima del gruppo.
Cerco di essere io, in modo la liberare tutti, farli sentire a loro agio.
Pandolfi, Saponangelo, Scalera. Cast di personalità forti.
Molto.
Le hanno cambiato le battute?
Eccome.
Si è offeso?
Noooo, lo preferisco. Hanno creato. Livia Ferri mi ha regalato anche un brano.
(Arriva il cameriere per versare il vino, rosso. Si ferma alla dose standard. E Rocco Papaleo: “No, no, abbondi…”.)
Nel contesto italiano dove si inserisce?
(Pausa, lunga) Non lo so, non so qual è la graduatoria.
Però?
Posso rispondere dove mi piacerebbe essere.
Quindi?
Nella singolarità di essere un prototipo.
È un maestro.
Nel caso solo per questione di età, altrimenti sono un artigiano.
Sul set le danno del lei?
(Sguardo stupito) A me? No.

Non sia mai.
Se ho una caratteristica è che sono un brav’uomo, so farmi voler bene.
Difficile trovare qualcuno che parla male di lei.
È stato il mio carburante, non risultare troppo pretenzioso, con un carattere docile.
Non è stato attaccato neanche quando ha cambiato squadra di calcio.
Un sacrilegio.
Ora, dov’è?
Mi sono fermato, credo che morirò romanista.
Torniamo al cast: quasi sole donne, le avranno detto “sei matto”.
È vero, alcuni mi hanno messo in guardia. Invece ha funzionato, si sono create alchimie. Io, come attore, sono rimasto sullo sfondo.
Quanti copioni le arrivano?
Sempre di più.
Ruoli?
Finalmente diversi dal solito.
Non sembra un 68enne.
Forse è genetica; mio padre è morto alla mia età ed è invecchiato in cinque minuti, ma fino a poco prima era giovanile.
Ha paura di morire all’età di suo padre?
No, l’idea della morte è interessante, la soffrivo da giovane, anche se era più lontana.
Secondo Vanessa Scalera lei è sexy.
La sua generosità è proverbiale.
Lei ha appeal sulle donne.
Non mi posso lamentare della mia carriera di seduttore.
Ambisce.
Sì, mi piace sedurre. Sono un donnaiolo, non posso negarlo.
Ma… ?
Con massimo rispetto. Le donne sono il centro del mio universo, senza di loro non mi sarei mai applicato.
Anche Ligabue racconta: “Ho deciso di diventare musicista quando ho visto le donne lanciare reggiseni a Battiato”.
Non sono tanto lontano da questa vocazione: ho imparato a suonare la chitarra perché immaginavo il seguito con le donne.
Ha funzionato.
Sì.

Si è mai sentito sottovalutato?
Non più dell’essere sopravvalutato.
Emarginato?
Mai.
Solo?
Mi ci sento ancora.
In particolare?
A casa, quando finisce la giornata. E non mi piace; (resta zitto) l’aspetto che attenta al mio individualismo è mio figlio: riverso su di lui tutto il mio deposito sentimentale.
Di cosa si occupa?
Scenografia.
Con l’IA è un lavoro a rischio.
Questa è una storia che suscita paura.
Per il suo film l’ha utilizzata?
No, non sono tecnologico; per gioco ho digitato su ChatGpt: “Scrivi un film adatto a Rocco Papaleo”. E sono uscite delle sceneggiature interessanti, giuste, per fortuna meno belle delle mie.
Per ora.
Mi sono spaventato.
Urla sul set?
Solo una volta.
Poi si è pentito.
Sempre.
Nel film il teatro è vissuto pure come analisi…
Serve, lo.
Per Massimo Popolizio è sbagliato viverlo così.
Ha di sicuro ragione lui.
Si arrende così?
Ne sa più di me. È un idolo.
Va bene, però?
È giusto interrogarsi, muovere la propria intimità per affrontare una battuta. Tutto ciò, poi, migliora la tua vita.
Ha certezze?
No, ho modi di pensare.
Qualche certezza l’avrà.
Un minimo.
Dica.
Il vino, poi altre.
Che non è un ladro.
No! Ma potrei anche esserlo; ho la certezza che il contesto dove nasci, cresci e vivi influenza la tua storia.
Il suo contesto…
Quello di lucano, l’ho capito a 50 anni quando ho girato Basilicata coast to coast e mi sono scoperto malinconico e discreto.
Cos’altro ha scoperto con l’età?
Che la consapevolezza attenta ai miei ideali. Ed è un problema.
Cioè?
Capisci che la politica se ne sbatte degli ideali; (cambia tono) l’unico interlocutore che oggi mi pare utile e rivoluzionario mi sembra Il Fatto. O qualcosa di simile, come Medici senza frontiere, insomma chi protesta agendo.
Nel film afferma: “Bisogna lasciarsi nutrire dal personaggio”.
È una di quelle frasi che piacciono ai giornalisti.
Giusto.
Il mio metodo è di non avere metodo, ma di adeguarmi di volta in volta; il farsi nutrire dal personaggio è un modo diverso rispetto ad attori come Pierfrancesco Favino.
Spieghiamo.
Lui entra nel personaggio, è capace di trasformazioni meravigliose. Non sono quel tipo di attore e aggiungo un bel “purtroppo”. Sono molto me stesso.
Si sta dando della “maschera”.
È così. Quindi il personaggio viene, mi nutre e oriento una parte di me stesso come una specie di radar.
Favino lo conosce da 35 anni, quando era il buttadentro del Locale a Roma. Allora, avrebbe detto di cotanta carriera?
Da subito mi ha dato l’idea del fuoriclasse. Anche nella vita. Speciale.
Con chi altri ha intuito le capacità extra?
Con Andrea Fuorto (nel cast del film, ndr). È un grande attore; (ci ripensa) mi è successo pure con Stefano Accorsi: lo vidi in uno spettacolo teatrale e capii.
Favino e Accorsi non li ha mai coinvolti.
Con Picchio ci ho provato, ma non poteva.
Aggettivo per Scalera.
Non riesco a non esagerare: straordinaria. Come attrice e come persona. La amo.
Saponangelo.
La conosco da più tempo, eravamo insieme sul set di Ferie d’agosto ed è fantastica.
Ferie d’agosto è del 1996 e Scalera ha dichiarato: “Mi sentivo intimorita dai grandi attori”.
Certo non da me.
Ferilli, Orlando, Fantastichini, Morante…
Posso capirlo, anche io subivo il fascino del grande attore. Oggi meno, ho la mia età; (sorride) su quel set stavo più con Gigio Alberti e Silvio Vannucci.
Più alternativi.
Ci avevano soprannominato “i Woodstock”.
Spinelli a raffica.
(Ride) Qualcuno.
Claudia Pandolfi.
Stupefacente. Generosa. Non si risparmia; sono ragazze fantastiche.
Donne, non ragazze.
Chi lavora nella creatività deve coccolare la componente adolescenziale.
35 anni fa avrebbe mai immaginato la sua vita oggi?
Sono oltre le mie aspettative e questo mi dà relax.
Cosa rara.
La felicità non va esposta.
Esempio.
Non comprerei mai un’auto decappottabile.
Un orologio di lusso?
Per carità.

Un lusso al quale cede?
Non avere la macchina a Roma: solo metro e taxi.

In metro la fermano?
Raramente. Forse pensano che non sono io.

Lei chi è?
(Silenzio, lunghissimo) Non voglio banalizzare definendomi un uomo fortunato.
Quindi?
Posso pensarci ancora?
(Alla fine ci rinuncia. Ci alziamo da tavola. Fuori c’è una macchina, nera, ad aspettarlo: “Vi dispiace se torno a casa a piedi?”. “Ma abita lontano”. “Non si preoccupi, sono abituato”. E Rocco Papaleo se ne va…).