il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2026
Epstein, rivelate altre sedici pagine che accusano Trump
Sedici pagine degli Epstein Files, che raccontano la storia della presunta aggressione di Donald Trump a una ragazzina di 13 anni. Le ha rese pubbliche il Dipartimento di Giustizia Usa, riaffermando che si tratta comunque di accuse “senza fondamento, mosse da una donna tristemente disturbata, con un lungo passato criminale”. Trump ha sempre negato, e continua a farlo, qualsiasi coinvolgimento nelle trame del finanziere pedofilo. La pubblicazione dei documenti non fa comunque molto per placare i dubbi su di lui e le richieste di verità. Anzi.
Altre strane incongruenze emergono, mentre la battaglia politica a Capitol Hill è ormai apertamente diretta contro l’attorney general Pam Bondi. Siamo un gradino sotto la Casa Bianca e il presidente. Le 16 pagine ora declassificate contengono tre rapporti preparati dall’Fbi, in cui erano riassunte le testimonianze rese tra l’agosto e l’ottobre 2019 da una donna, di cui non vengono rivelate le generalità. La donna sostiene che tra i 13 e i 15 anni, intorno al 1983, fu accompagnata da Epstein a conoscere Trump. L’incontro avvenne a New York o nel New Jersey, “in un palazzo molto alto e con stanze enormi”. Nella stanza, con Trump, ci sarebbero state altre persone. A Trump, dice la donna, “non piaceva che sembrassi un maschiaccio”. A un certo punto, il futuro presidente avrebbe chiesto ai presenti di uscire e le avrebbe detto: “Lascia che ti insegni come dovrebbero comportarsi le bambine”. Dopo essersi sbottonato i pantaloni, le si sarebbe avvicinato, afferrandole la testa e spingendola con forza contro il suo pene nudo.
Lei avrebbe reagito con un morso. Furibondo, Trump le avrebbe tirato i capelli e dato un pugno alla tempia. Ai suoi collaboratori, avrebbe detto: “Portate via questa stronzetta”. Agli agenti dell’Fbi, nel 2019, la donna dice di aver deciso di denunciare la passata violenza a causa di una serie di telefonate inquietanti ricevute in quei mesi. Una tra queste telefonate sarebbe stata raccolta da un collega di lavoro, che all’Fbi ha in seguito confermato la cosa. Secondo la donna, riportano le carte dell’Fbi, sarebbe stato Epstein il responsabile delle minacce. “E se non è Epstein, è quell’altro”, sembra aver detto a voce bassa agli agenti, riferendosi a Trump. Nell’ultimo interrogatorio, gli agenti le fecero notare che la persona che accusava era il presidente degli Stati Uniti. Lei rispose: “Che senso avrebbe fornire tali informazioni, a questo punto della mia vita, quando c’è una forte possibilità che non si possa fare più nulla al riguardo?”.
Alcune delle dichiarazioni rese dalla donna risultano dubbie. Racconta di aver incontrato Epstein un’estate a Hilton Head, South Carolina. Non ci sono conferme che Epstein abbia mai passato le sue vacanze nell’isola-resort. Non esiste poi evidenza che Trump ed Epstein si frequentassero già nel 1983. Le cronache datano la loro conoscenza agli inizi degli anni Novanta. Al tempo stesso, diverse cose non tornano nella gestione del caso. Una riguarda la credibilità della testimone. Non dando seguito alla denuncia, gli inquirenti giudicarono la storia inverosimile. Perché allora inserirla nel 2025 nella documentazione che il Dipartimento di Giustizia preparò per riassumere i crimini di Epstein e della sua collaboratrice, Ghislaine Maxwell? Ancora. Si è risaliti alle 16 pagine dei tre rapporti dell’Fbi perché presenti in un indice degli Epstein Files, poi misteriosamente assenti nel faldone pubblicato. National Public Radio ha però osservato che le pagine “tagliate” non sono 16, ma 53. Che fine hanno fatto le altre 37? C’è infine la ragione per cui le 16 pagine non sarebbero state subito pubblicate. “Pensavamo fossero dei duplicati”, dicono al Dipartimento della Giustizia. Risulta curioso che si siano gestite con tale leggerezza accuse di abusi sessuali nei confronti del presidente degli Stati Uniti. Alla fine, comunque, quelle accuse erano sparite. Gli Epstein Files sono sempre di più un labirinto del Minotauro. Quando si pensa di essere arrivati, si aprono decine di nuovi percorsi che conducono chissà dove.
È però chiaro dove punta l’indagine della politica americana su Epstein. I Democratici della Commissione d’inchiesta della Camera accusano il Dipartimento di Giustizia di aver “illegalmente” nascosto le prove. La stessa Commissione ha emesso mandato di comparizione per Pam Bondi. Oltre ai Democratici, cinque Repubblicani hanno votato per chiedere conto delle scelte dell’attorney general.
Il caso Epstein è ciò su cui i Repubblicani, di solito così obbedienti al loro presidente, osano prenderne le distanze. Non si fatica a capire perché. La storia di Jeffrey Epstein, con le difficoltà in economia, è l’unica che possa davvero mettere in difficoltà Trump. Molti Repubblicani non vogliono trovarsi sulla stessa barca del presidente, dovesse cominciare ad affondare.