il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2026
Le speaker fanno causa alla Rai: “Uomini preferiti”
oci fuori campo per gli spot di autopromozione dei programmi televisivi? La Rai preferisce quelle maschili, le ritiene commercialmente più attraenti ed efficaci rispetto a quelle femminili. È la “scelta artistica” che la direzione creativa della tv pubblica ha assunto già da diversi anni, sin dal 2016, tanto da ridurre nettamente l’impiego (e i guadagni) di speaker professioniste che da decenni prestavano la voce per i promo delle trasmissioni. Alcune settimane fa, due di loro hanno presentato ricorso per discriminazione di genere al Tribunale del Lavoro di Roma. Nella causa, avviata con la Slc Cgil, denunciano di essere state escluse da molti incarichi sulla base di questa direttiva aziendale, fondata su un ingiusto stereotipo di genere. Se nel 2010 avevamo otto voci maschili e sei femminili, nell’ultimo decennio il rapporto si è nettamente sproporzionato a favore degli uomini, fino ad arrivare a dodici a quattro. Le donne sono state molto meno utilizzate e perlopiù dedicate ai canali tematici e non quelli generalisti che hanno più audience. Anche il promo di Amore criminale, format che racconta storie di violenze e femminicidi, è lanciato da voci maschili. La direzione creativa Rai ritiene che il mercato le apprezzi di più. Nel 2021, le voci femminili hanno addirittura dovuto sottoporsi a un nuovo provino, pur essendo impiegate da anni in Rai. L’anno successivo, nel 2022, le speaker hanno coinvolto la Consigliera di Parità della città metropolitana di Roma, che ha tentato la mediazione con la Rai; la tv pubblica, tuttavia, ha continuato a definire “insindacabile” la sua scelta artistica.
La Consigliera l’ha però ritenuta “misogina” e “inappropriata”. I legali delle speaker – gli avvocati Bidetti, Conti e De Marchis – chiedono al giudice del lavoro di dichiarare discriminatoria, e contraria al codice etico, questa preferenza di voci maschili, quindi di “rimuoverne gli effetti”, cioè di tornare a una parità. Il Fatto ha chiesto alla Rai di spiegare le ragioni della scelta artistica, senza però ottenere risposta. Difficile in questo caso proporre lo stesso argomento usato da Carlo Conti sulla scarsa presenza di cantanti femminili a Sanremo. Professioniste disponibili c’erano, la Rai le aveva in casa: ha solo smesso di utilizzarle.