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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Intervista a Nek

Le colline all’orizzonte. Il «suo» bar, quello dove entra e nessuno gli chiede un autografo, ma «semplicemente mi abbracciano perché sono contenti di vedermi». Gli spazi piccoli «e soprattutto i tempi piccoli», la natura tutto intorno e quelle gite, con la figlia Beatrice, per andare a vedere i caprioli, mentre in radio passa la loro canzone preferita. Il mondo di Nek è questo: un microcosmo lontanissimo dai palchi e dalle metropoli, dove il silenzio travolge, e allo stesso tempo ricomprende, tutti gli applausi che il cantante ha ricevuto in questi oltre 30 anni di carriera. «Non ce la farei a immaginarmi in nessun altro luogo», ammette l’artista perché qui, a Sassuolo, c’è la sua casa ma anche il segreto del proprio successo: un mondo di affetti che trasuda realtà – con tanto di orto da zappare –, una finestra sul mondo che è al tempo stesso ispirazione creativa e porto sicuro. Qui tutto è iniziato e da qui tutto passa, in un intreccio di legami storici e nuove avventure professionali, sempre più avvincenti. Le ultime sono la tripletta su RaiUno con The Voice of Italy (dopo le versione Senior e Kids, è il coach anche dell’edizione Generations, in onda ogni venerdì) e il Nek Hits – European Tour, che dopo le tappe italiane di marzo (il 9 a Cremona, il 13 a Brescia), partirà ad aprile alla volta di Francia, Germania, Spagna, Svizzera, Inghilterra, Belgio.
Ci va ancora, con sua figlia, nei boschi per avvistare i caprioli?
«Adesso un po’ meno: sa, ha 15 anni, si è fidanzata e il papà è passato, giustamente, in secondo piano. Però è stato a lungo il nostro piccolo rituale: ci prendevamo 40 minuti insieme per andare a vedere gli animali che vivono qui intorno, nelle nostre colline. Ce ne sono parecchi: caprioli, lepri, volpi… Salivamo in auto e mettevamo un buon disco spaziando tra i vari colori musicali: da John Denver al rap di Travis Scott. La musica è sempre stata il collante dei nostri momenti insieme».
Si rivede in sua figlia o lei era un adolescente diverso?
«Noi non avevamo tutti questi stimoli e soprattutto eravamo molto più ottimisti. Ne parlavo proprio qualche tempo fa con il mio amico Francesco Renga: le nuove generazioni guardano alla vita partendo dal presupposto che noi adulti abbiamo già fatto e inventato tutto. È come se fossero stati sedati nei loro sogni, nella loro sete di scoperta. Passano ore e ore sui cellulari. L’ultima volta, prima di partire per le prove di allestimento del tour, ho visto Beatrice seduta sul divano, in silenzio, accanto a tre suoi amici: stavano ognuno per i fatti loro a guardare il cellulare. “Oh, ma vi volete parlare?”, non ho potuto fare a meno di dire. Quello che noi genitori possiamo fare è cercare di far loro assaporare la vita vera: portarseli in giro, stimolarli a fare esperienze, anche perché poi, appena le provano, si entusiasmano».
A The Voice lei è un po’ coach, un po’ mentore. Con il senno del poi, quale consiglio avrebbe voluto ricevere da ragazzo e invece non ha avuto?
«In realtà a The Voice mi sento più un papà. Più che un consiglio (sono sempre stato uno molto determinato, il tipo che senza il palco muore) forse è questo sostegno che mi è mancato. Quando ho incominciato a fare musica i miei erano contenti, ma preferivano di gran lunga il posto fisso in ufficio. Il mondo dello spettacolo e la sua precarietà li terrorizzava. Tutto quello che ho detto ai bimbi di The Voice Kids non l’ho mai sentito da mio padre Cesare: un uomo che parlava poco, figlio del proprio tempo. Non ti abbracciava, non ti diceva “ti voglio bene” ma te lo dimostrava nei fatti. Era disponibile h24 e bastava uno sguardo per capire cosa avesse nel cuore».
Il legame era comunque forte?
«Molto, tanto che la sua morte mi ha tolto per un po’ di tempo il sorriso. Io e mio fratello non abbiamo mai contemplato che, a un certo punto, papà se ne sarebbe andato. Anche da adulti, continuavamo a pensare che lui ci sarebbe stato sempre per noi. Cesare era un uomo granitico: una roccia che non tradiva emozioni, un faro che svettava sempre, anche tra mille tempeste, al quale potevi aggrapparti. Invece il momento dell’addio è arrivato ed è stato pure pieno di sofferenza. Si è ammalato di un tumore al fegato, e gli ultimi mesi non sono stati facili. Per la prima volta io e mio fratello lo abbiamo sorpreso mentre piangeva. Ricordo ancora la scena: noi eravamo lì, nella stanza, e quando lui si è accorto di noi si è voltato leggermente mormorando, quasi a volersi giustificare: “Lasciatemi crollare per un momento”. Non lo dimenticherò mai».
È stato dopo questo lutto che si è avvicinato alla fede?
«La mia famiglia mi ha educato fin da piccolo al cattolicesimo quindi, se pur tiepida, la fede già c’era. Ho sempre sperimentato su di me la bellezza della comunità, che si stringe a te sia nei momenti di gioia che di tristezza. In quei giorni difficilissimi del lutto sentivo nella testa proprio questo: una vocina che mi ripeteva “Non sei solo"».
I suoi brani celebrano spesso l’amore. Sua moglie Patrizia è la vera colonna sonora della sua vita?
«Senza dubbio. Dalle piccole incombenze quotidiane, per le quali sono poco avvezzo, fino alle grandi prove della vita, come la morte di mio papà, lei c’è. Mia moglie è al mio fianco indipendentemente da quello che succede: potrebbe andare tutto in rovina, e lei amerebbe anche la mia rovina. Sento che siamo in una profonda comunione, indipendentemente dai fatti esterni. In fondo questo vuol dire amare un’altra persona».

E lei?
«Cerco di fare altrettanto, ma senza ottenere gli stessi risultati: pecco di troppo egocentrismo. Per dire, quando sono in fase creativa, lei mi parla e io annuisco senza ascoltare. “Vedi come sei – mi rimprovera giustamente – io ti sto parlando di cose anche importanti e tu pensi a un ritornello del cavolo”. Io cerco di difendermi ricordandole che magari quella “canzone del cavolo” diventerà un successo ma è chiaro che ha ragione lei».

A Sanremo Sal da Vinci ha celebrato il matrimonio, di cui lei è cintura nera visto che è sposato da oltre 20 anni. Perché oggi vale la pena sposarsi e passare dall’ “io” al “noi”?
«Se lo lasci dire da un egocentrico: io è troppo poco. Battuta a parte, per quel che ho potuto sperimentare, “noi” è una ricchezza di cose: è forza, coraggio, condivisione».

Appare sempre contento, quasi invincibile nel suo entusiasmo. Lo è?
«Di base sono un ottimista: quando mi sveglio sono già a fuoco, vado a mille, sono un entusiasta. Ha presente gli eccessi sesso, droga e rock and roll degli anni 80? Ecco, io non ho mai usato droghe, nemmeno nel periodo in cui da giovane mi ero gasato per la fama ottenuta (sono umano, succede a tutti) perché gli stupefacenti non mi servono. Vado già a mille di mio. Però certamente ho un lato anche più ombroso, che solo con il tempo sono riuscito a gestire e bilanciare: sono un papà ansioso, mi preoccupo subito se Beatrice tarda a rincasare, sono attraversato da pensieri malinconici».
Una paura ricorrente?
«Ogni tanto penso a quando i riflettori si sposteranno lontano da me, perché prima o poi succederà: c’è un tempo per tutto. Vorrei arrivare pronto a quel giorno: saper gestire il cambio di passo, senza diventare la caricatura di me stesso. Voltarmi indietro e pensare: è passata, ma quanto me la sono goduta!».
Per questo ha iniziato a investire sulla tv?
«Non è mai stato un piano B ma solo il frutto del mio entusiasmo iperattivo: me l’hanno proposto e io mi ci sono tuffato. È un’esperienza bellissima».