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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Intervista a Rosario Parrino

Quando ha guadagnato i primi mille euro con i video è corso dalla mamma, in lacrime. «Era uno stipendio, ce l’avevo fatta». Sei anni dopo Rosario Parrino, che sul web si fa chiamare Parrins, è uno degli youtuber più seguiti d’Italia.
Si racconta dal suo angolo di mondo, quel pezzo di Torino tra la fermata Dante della metropolitana e il Valentino. San Salvario, fuori dalla movida: le altalene sbreccate ai giardini Muratori, gli studenti col pallone. Rosario gestisce un canale con duecentomila iscritti, fa picchi di quattro o cinque milioni di visualizzazioni al mese, ma ricorda benissimo che tutto è iniziato «per combattere la solitudine. Stavo sempre attaccato al pc. Diciamo che a scuola non facevo parte del gruppo dei più popolari, ero un nerd. Ho trovato il mio universo sul web». Il primo vero video l’ha girato nel 2019, aveva vent’anni. «Ho sempre voluto fare questo» spiega.
Questo, nel suo caso, significava giocare in diretta su una piattaforma di streaming chiamata Twitch. Divertire, e costruire un pubblico.
Gli inizi sono stati durissimi: «C’era chi mi prendeva in giro, in zona ci si conosce tutti: l’oratorio Sacro Cuore, il parchetto dietro Corso Bramante. Ero quello che provava a essere qualcuno senza riuscirci. Poi però è arrivato il Covid». Per tanti della sua generazione, oltre a una tragedia sanitaria, la pandemia è stato un acceleratore, ma anche un mantello. Eravamo tutti barricati in casa e potevi trasformarti in quello che volevi.
Lui l’ha fatto dal suo appartamento a poche centinaia di metri dall’ospedale Mauriziano, le sirene come colonna sonora. «Ho lavorato per creare un personaggio pulito, senza parolacce, unendo quello che mi piace di più: i computer e l’intrattenimento». Rosario, che ha studiato informatica all’istituto tecnico Pininfarina, all’epoca era un fan di Minecraft, il videogioco d’avventura: premeva i pulsanti e raccontava le sfide, imbastendo una sorta di telecronaca. La comunità lo guardava e si allargava. «Per me era una roba folle».
Parrins è cresciuto in una famiglia che si è trasferita dal Sud e gli ha trasmesso il valore della fatica e l’orgoglio di farcela. «A Torino c’erano altri youtuber che si occupavano di calcio e mi facevano sentire molto piccolo. La mia ragazza mi diceva: “non ce la farai”. L’ho lasciata, mi sono chiuso in camera e ho deciso di fare un salto. Mi sono reso conto che il videogioco era una nicchia, mentre il pallone piace a tutti. Ho acceso la fotocamera, ho registrato e pubblicato». Boom.
Il suo pubblico è fatto soprattutto da bambini e ragazzi. Lui organizza tornei digitali e quiz, fa scoprire i talenti, costruisce universi paralleli in cui al Toro arrivano le star globali e le vecchie glorie sfidano i protagonisti di oggi. I piccoli lo ascoltano, imparano da quella voce un po’ roca, che dalla sua camera, con le cuffie in testa, commenta le azioni di gioco.
A un certo punto Twitch comincia a stargli stretto e trasloca su YouTube. «Il modello economico è più efficace».
Per trasformarsi in un fenomeno pop «ho dovuto fare le cose in grande. Ho cambiato il mio modo di parlare e di intrattenere». Ogni tanto si riguarda: «Rispetto agli esordi la differenza è abissale». Sul digitale due anni sono un’era geologica. Un aggiornamento dell’algoritmo può decretare il successo o farti sparire nel nulla e Rosario lo sa perfettamente. «Studio tanto, da autodidatta». Prima di esplodere, per esempio, si è fermato per un po’. «Via dai social per quattro o cinque mesi, volevo approfondire. Quando sono rientrato, ero più preparato». C’è uno studio della Doxa che racconta come in Italia il 45% dei ragazzi si senta «completamente solo»: per Parrins quel sentimento è stato un motore. «Ho aperto il canale sul calcio nell’ottobre 2023 dopo aver studiato tutta l’estate: in quei mesi, mentre gli altri erano in vacanza, io non ho visto la luce del sole».
L’onda dell’intelligenza artificiale, per ora, la guarda da lontano. «In questo momento non mi aiuterebbe praticamente in nulla», perché il rapporto con la comunità si costruisce con la semplicità e non servono né collaboratori né produzioni in serie. «Per me un video è quasi un’opera d’arte, ma soprattutto è qualcosa di mio». Così registra, taglia, monta, tutto da solo, dietro questi monitor e la webcam. «Per imparare ho comprato dei corsi online». E adesso che è una star, con un libro pubblicato da Mondadori Electa in cui immagina un gruppo di ragazzini goffi e disorganizzati alle prese con un torneo impossibile, preferisce comunque affidarsi all’artigianato, al fai-da-te. «Sono fissato con i dettagli: se voglio far vedere l’orecchio di Cristiano Ronaldo e chi fa l’editing mi mostra il suo naso, per me è già un altro video».
La passione per il calcio, dice, «viene da mio padre. È sempre stato tifoso del Palermo: mi metteva in cucina sulle sue gambe e guardavamo tutte le partite insieme». Si ferma un attimo, estrae il telefono dalla tasca, fa qualche conto: ogni mese in media raggiunge più o meno 600 mila persone. Non per caso, nello scroll infinito dei social, ma perché lo cercano, aprono i suoi video. «Ogni tanto penso: a San Siro ci sono 72 mila posti, quindi è come riempirlo otto-nove volte. È qualcosa che non si riesce nemmeno a immaginare».
Nel 2026, sembra assurdo, in tanti non riescono ancora a vedere il suo come un lavoro, ed è frustrante. «Mi ricordo un episodio. Ero a un aperitivo, arriva una ragazza, io spiego che sono uno youtuber e lei mi dice: “Quindi nella vita non avevi voglia di lavorare?”. Quella frase mi ha ucciso. Se non avessi voluto lavorare avrei fatto qualsiasi altra cosa, ma non questo».
Mantenere un equilibrio, ammette, è complicato. «Il rischio burnout c’è. Lo youtuber sta sempre a casa. La solitudine non l’ho mai risolta. Piuttosto, ho risolto la stabilità economica». La produttività, nel mondo degli algoritmi, non è l’unica chiave. «YouTube continua a far vivere le mie clip: un lavoro di sei mesi o un anno fa può tornare e diventare “il preferito” di qualcuno». È la lezione di Mister Bean. «Della serie esiste una sola stagione: 14 episodi, di 25 minuti l’uno. Eppure sembra sia andata avanti all’infinito».