La Stampa, 8 marzo 2026
L’80% degli italiani teme che il conflitto avrà ripercussioni sulla nostra vita quotidiana
L’80% degli italiani si dice molto preoccupato per la nuova crisi che ha coinvolto l’Iran e riacceso le tensioni in Medio Oriente. È un dato che più di ogni altro racconta lo stato d’animo del Paese. Non si tratta infatti solo di una percentuale, ma rappresenta il segnale di una fragilità diffusa, di una tensione che attraversa famiglie, imprese e nuove generazioni. A colpire, in particolare, è l’intensità della preoccupazione tra i più giovani e tra le donne. Nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni il timore arriva fino al 92,7%, mentre tra le donne si attesta all’82,9%. Sono le percentuali emerse da un sondaggio realizzato da Only Numbers per la trasmissione Porta a Porta, numeri che raccontano un’ansia profonda, generazionale e sociale.
Chi oggi si affaccia alla vita adulta percepisce un orizzonte sempre più instabile e fragile. Nel giro di pochi anni questa generazione ha attraversato una pandemia globale, una guerra nel cuore dell’Europa, una crisi energetica e l’impennata dell’inflazione. Ora si apre un nuovo fronte di tensione internazionale che rischia di allargarsi ulteriormente. Tuttavia il nodo che emerge con maggiore forza dalla sensibilità dei cittadini è soprattutto economico.
Per l’87,1% degli italiani la crisi in Iran avrà conseguenze dirette sull’aumento dei prezzi sui carburanti, gas e, più in generale, sui beni di prima necessità. In realtà non si tratta di un timore astratto, perché i primi rialzi dei carburanti sono già stati registrati e riportano alla memoria un’esperienza ancora molto recente. Durante la guerra in Ucraina gli italiani hanno toccato con mano quanto un conflitto, anche se geograficamente distante, possa incidere direttamente sulla vita quotidiana con l’aumento di benzina, bollette, materie prime… Le preoccupazioni riguardano anche le possibili ricadute sulle abitudini di vita delle persone: viaggi, vacanze, spostamenti. Il 77% dei cittadini è convinto che la crisi possa avere ripercussioni significative anche su questi aspetti. Ancora una volta sono soprattutto i più giovani a sentirsi maggiormente coinvolti, tra i 18 e i 24 anni la percentuale sale fino al 95,1%. Ed è forse proprio questo il dato più emblematico. Si tratta della generazione cresciuta in un’Europa aperta, senza confini grazie a Schengen, con una moneta unica tra le mani -l’euro- e con la libertà di studiare e muoversi nel mondo attraverso programmi di scambio e mobilità internazionale. Una generazione abituata a pensare l’Europa e il mondo come uno spazio aperto, che oggi percepisce invece nuovi limiti e nuove incertezze. A questa dimensione economica si aggiunge poi un’inquietudine più profonda, di natura geopolitica. Oggi nessuno si illude più che le guerre possano restare confinate nelle mappe dei telegiornali.
L’opinione pubblica avverte con sempre maggiore chiarezza quanto gli equilibri internazionali possano avere ricadute dirette anche sul nostro Paese. L’Italia, infatti, ospita basi strategiche degli Stati Uniti e non sono pochi i cittadini che temono come un eventuale supporto operativo possa esporci a possibili ritorsioni. In altre parole, cresce la percezione di non essere più semplici spettatori neutrali rispetto a ciò che accade. Nell’opinione pubblica la responsabilità dell’escalation viene attribuita principalmente agli Stati Uniti e a Israele. Tuttavia, il quadro si fa più articolato se si osservano le appartenenze politiche: una parte significativa dell’elettorato della maggioranza di governo tende infatti a individuare proprio nell’Iran il principale responsabile della crisi. C’è però un punto sul quale sembra emergere una convergenza politica piuttosto ampia: il 63,7% degli italiani si dice favorevole a un cambio di regime in Iran, un dato che attraversa trasversalmente gli orientamenti politici. Allo stesso tempo, prevale lo scetticismo sulla possibilità che ciò possa realmente accadere nel breve periodo. Solo un cittadino su quattro, il 24,1%, ritiene infatti che la strategia portata avanti in questi giorni da Stati Uniti e Israele possa condurre effettivamente a un cambio di regime a Teheran. Quando si chiede un giudizio sull’operazione militare americana condotta con Israele in territorio iraniano, il 65,0% degli italiani si dichiara contrario. Anche in questo caso emergono differenze politiche interessanti che vedono l’elettorato di centrodestra più vicino alle posizioni di Donald Trump (45,2%), mentre in quello del centrosinistra prevale una netta opposizione (78.4%). È il segno di un Paese diviso politicamente, ma attraversato da una paura che taglia -ancora una volta- trasversalmente tutte le appartenenze. Eppure, in mezzo ai giochi di potenza, alle strategie militari e alle logiche di rappresaglia, esiste anche un’altra storia che non dovrebbe essere dimenticata. È la storia di un popolo -e soprattutto di una generazione di giovani- che chiede diritti, non missili; che chiede futuro, non vendette.
Sono le donne iraniane che, dalla morte di Mahsa Amini, hanno sfidato il regime reclamando libertà e dignità. Sono i giovani che hanno pagato con la vita il semplice desiderio di poter essere liberi. Forse è proprio da qui che dovrebbe ripartire anche la nostra riflessione. La paura degli italiani è comprensibile, legittima, figlia di anni recenti segnati da crisi e conflitti. Tuttavia, la politica -nazionale ed europea- non può limitarsi a inseguire l’emotività del momento o a schierarsi per appartenenza. Dovrebbe avere la forza di una visione, perché se è vero che missili e droni possono colpire anche molto lontano, è altrettanto vero che le idee di libertà non conoscono confini… E l’Italia, insieme all’Europa, deve decidere al più presto da che parte della storia stare.