La Stampa, 7 marzo 2026
Le spine di Giuli
È da metà gennaio che il governo cerca di convincere Pietrangelo Buttafuoco a ripensarci. La decisione del presidente della Biennale di Venezia di ospitare alla prossima edizione la Russia, con un suo padiglione, nel nome di una “tregua culturale” viene considerata dalle parti di Palazzo Chigi «quantomeno inopportuna, perché travalica i confini della Biennale ed entra in contrasto con la linea di politica estera dell’Italia». E si fatica a nascondere l’irritazione di Giorgia Meloni per come sono state gestite le cose.
Buttafuoco, d’altronde, sapeva quanto la questione fosse delicata. Non a caso decide di informare il governo già tre settimane fa, quando inizia a coltivare l’idea di invitare gli artisti russi a Venezia. Non si rivolge, però, al ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ma – racconta una fonte di Palazzo Chigi – scrive direttamente al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, che in quel primo confronto mostra tutte le sue perplessità. Buttafuoco insiste. Si appella anche alla premier. Lo ha scelto lei, due anni fa, per guidare la Biennale. Vuole provare a convincerla. Lo fa sapere lui stesso in un’intervista a Repubblica, in cui lascia intendere che alla fine, Meloni fosse d’accordo. E qui nasce un ulteriore motivo di fastidio a Palazzo Chigi, perché – puntualizza chi è vicino alla presidente del Consiglio – a Buttafuoco era stato risposto tutt’altro. Gli era stato fatto notare che una decisione del genere «andava oltre le normali scelte culturali di un presidente della Biennale, perché la Russia è un Paese sottoposto a sanzioni dall’Unione europea, volutamente isolato anche da questo governo». Poi, certo, si aggiungeva che «la Biennale gode di piena autonomia e qualunque sua scelta è legittima». Ma questo è scritto nello statuto della fondazione veneziana, «non è un segno di concordia con Palazzo Chigi». E l’ha presa anche peggio il braccio destro di Meloni, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, che tra l’altro è sposato con una donna ucraina. Difficile per lui gestire comunicativamente l’imbarazzo del governo: ad aprire le porte alla Russia è un uomo scelto proprio da Fratelli d’Italia.
Il ministro della Cultura, invece, viene tenuto all’oscuro di tutto. Buttafuoco lo informa – fanno sapere da Fratelli d’Italia – solo una volta che l’accordo tra Mosca e Venezia è ormai chiuso. Giuli gli sconsiglia di proseguire su quella strada, ma non può fare molto di più.
Vicenda amara per il ministro della Cultura, che in questi giorni deve fare i conti anche con gli attacchi da sinistra per una serie di nomine nei consigli di amministrazione di importanti musei italiani. «Nomine dettate da logiche di appartenenza partitica, anziché da criteri meritocratici», attaccano i deputati toscani del Pd Simona Bonafè e Federico Gianassi, che annunciano un’interrogazione parlamentare. Si concentrano su tre nomi. Quello di Andrea Fossi, avvocato, candidato alle ultime elezioni amministrative di Firenze con FdI, nominato nel cda della Galleria dell’Accademia e dei Musei del Bargello. Quello di Alessia Galdo, professione notaio, anche lei candidata con FdI alle ultime Comunali, scelta dal ministero della Cultura per il cda delle Ville e Residenze Monumentali fiorentine. Insieme a un’altra esponente del partito di Giorgia Meloni, l’architetto Chiara Mazzei, già in corsa alle elezioni politiche. «Ti candidi con FdI e non ti eleggono? Nessun problema, Giuli c’è», ironizzano i dem, che denunciano come il ministro sembri portare avanti «una strategia nazionale di progressiva invasione della politica nei musei statali».
Firenze non è un caso isolato. Meno di due settimane fa sono arrivate le nomine per il Consiglio di amministrazione del Mann di Napoli e anche lì i due prescelti dal ministero hanno una precisa provenienza politica. Raffaella Docimo era stata accreditata in pole position per prendere proprio il posto di Giuli alla guida della Fondazione del Maxxi di Roma. In questi anni è rimasta lì come semplice consigliera e ora aggiunge l’incarico al museo archeologico napoletano. Lei che è una odontostomatologa, professoressa di Odontoiatria pediatrica all’università di Tor Vergata. Ma, soprattutto, ex compagna di liceo dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano, che ora è capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale. Due anni fa era stata anche candidata per il partito della premier alle elezioni europee, secondo molti su indicazione di Arianna Meloni, che la conosce e la stima.
Nel nuovo consiglio di amministrazione del Mann di Napoli siede, sempre su indicazione del Mic Diego Militerni, già vicecoordinatore di FdI in Campania, legato a Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri e sconfitto alle ultime elezioni regionali. Restando in regione, vanno ricordati almeno altri due casi. La nomina, pochi giorni fa, di Elena Proietti Trotti, segretaria particolare di Giuli al ministero, nel consiglio di amministrazione dei musei e del Parco archeologico di Capri. «Un fatto scandaloso», sottolinea Piero De Luca, segretario regionale del Pd, che annuncia una seconda interrogazione parlamentare dopo quella già preparata un mese fa, in seguito alla nomina dell’avvocato Paolo Santonastaso nel consiglio della Reggia di Caserta: è il coordinatore cittadino di FdI, già consigliere comunale e provinciale. «Giuli fornisca i curricula dei nominati e dimostri che hanno le competenze richieste dalla legge», insiste Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione Cultura alla Camera.
Il modus operandi, del resto, è evidente. Basta spostarsi in Abruzzo, dove il nome da cerchiare è quello di Laura D’Ambrosio, designata dal ministero della Cultura nel consiglio dei Musei archeologici nazionali di Chieti e, in precedenza, in quello dei Musei statali d’Abruzzo. Lei era preside nella scuola di Nereto, provincia di Teramo. Tre anni fa si seppe che fece cantare in classe “Faccetta nera” a bambini di quinta elementare. Poi fu premiata con una candidatura alle Regionali nelle liste FdI, senza venire eletta. Ma, come gli altri, ha saputo aspettare. Un museo si trova sempre.