Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 08 Domenica calendario

Più iscritti che agenti. Lo strano caso dei sindacati della polizia penitenziaria

Ci sono più iscritti al sindacato che agenti in servizio. Il paradosso emerge da un decreto del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sulla ripartizione provvisoria dei permessi sindacali per il 2026: nel Corpo di polizia penitenziaria risultano 41.585 deleghe sindacali, a fronte di 36.415 agenti effettivi. In altre parole, almeno sulla carta, gli iscritti alle organizzazioni rappresentative superano il numero stesso dei poliziotti penitenziari.

Il dato compare nella tabella allegata al decreto con cui il Dap ha ripartito il monte ore annuo dei permessi sindacali – 220 mila ore complessive – tra le sigle rappresentative del Corpo sulla base delle deleghe registrate. Il sindacato con più iscritti risulta il Sappe con 9.789 deleghe, seguito dal Sinappe con 7.394 e dall’Osapp con 5.742. Poi Uilpa Polizia Penitenziaria con 5.021 deleghe, Uspp con 5.116, Cisl Fns con 3.925, Consipe con 2.270 e Fsa Cnpp con 2.328. Il totale fa appunto 41.585 deleghe. Un numero che supera di oltre cinquemila unità il personale effettivamente in servizio e che, secondo i sindacati, racconta una distorsione ormai strutturale del sistema di rappresentanza nel comparto.
«Anche al di là di possibili errori che non mutano la gravità del fenomeno, i dati restituiscono la radiografia di un sistema inquinato e patologico», denuncia Gennarino De Fazio, segretario della Uilpa Polizia Penitenziaria. «Un sistema in cui la struttura fortemente gerarchizzata, la compressione dei diritti contrattuali e costituzionali – che spesso diventano favori – e molte altre alchimie, unite a sacche di contiguità se non proprio di connivenza, finiscono per incidere sul meccanismo della rappresentanza». Secondo De Fazio, il risultato è che «viene messo in crisi il concetto stesso di rappresentanza» e diventa difficile perfino per le organizzazioni sindacali capire quale sia il reale consenso raccolto tra gli agenti. «Le stesse sigle non hanno più un riscontro oggettivo sulla validità e sull’efficacia della propria azione». Alla base del paradosso ci sarebbe anche la possibilità, di fatto tollerata dal sistema, che uno stesso agente sottoscriva più deleghe sindacali. Le iscrizioni si sommano e il numero complessivo finisce così per superare quello del personale. Per questo la Uil torna a chiedere una riforma del sistema di misurazione della rappresentatività. «Abbiamo chiesto formalmente – come sindacato di settore e lo ha fatto anche il segretario generale della Uil PierPaolo Bombardieri – di dare finalmente attuazione, dopo 31 anni, al decreto legislativo 195 del 1995», spiega De Fazio. La norma prevede che la rappresentatività non venga calcolata solo sul numero degli iscritti ma anche su un dato elettorale. «Applicare quella previsione di legge – conclude – significherebbe consentire agli agenti di esprimere liberamente il proprio consenso nel segreto dell’urna, garantendo una rappresentanza reale e libera da condizionamenti, se non addirittura da prevaricazioni».