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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Claudio Santamaria: “Sanremo è stato incredibile, ci tornerei ma in gara”

Quando è tornato sul set romano dopo il duetto sanremese con Malika Ayane, nel camper del trucco c’era la canzone a tutto volume: “La cantavano tutti, e poi: “ma tu devi andare in gara, hai sbagliato mestiere””. Claudio Santamaria gira una serie a tema musicale ed esce in sala con Idoli-Fino all’ultima corsa di Mat Whitecross, film internazionale con Oscar Casas e Ana Mena, in sala 19 marzo con Warner.
L’esperienza di Sanremo?
“Incredibile. C’ero già stato, nel 2009, con la PFM e Stefano Accorsi per un omaggio a Fabrizio De André, Bocca di Rosa. Negli anni ho accompagnato film: ad esempio con Pierfrancesco Favino e Kim Rossi Stuart abbiamo cantato un pezzo di Claudio Baglioni per Gli anni più belli. Ma lì arrivi sotto traccia, sei tranquillo. Salire sul palco con Malika invece ti mette in fibrillazione. Il segreto era provare tanto, essere sicuri: alla fine conta quello”.
E poi sul palco come si è sentito?
“Bene, a parte un piccolo problema tecnico in cuffia che non ho voluto interrompere per rispetto di Malika. Avevo il rientro dell’orchestra raddoppiato, per volume e suono, e per di più fuori sync, con un leggero ritardo. Un attimo di panico. A quel punto ho pensato: vado d’istinto. Però avevamo provato tanto e quindi alla fine è andata”.
Soddisfatto, quindi?
“Sì, è stata un’esibizione un po’ sul filo. Ho camminato sul filo, anche se da fuori non si è visto”.
Qualcuno su Instagram ha commentato: “Canta meglio dell’80 per cento dei cantanti in gara”. Ci andrebbe?
“Certo, perché no? In Italia queste cose vengono viste sempre con un po’ di diffidenza. Quando un artista passa da un campo all’altro viene giudicato con più severità. Negli Stati Uniti è normale che un attore canti, suoni, faccia musical. Naturalmente dovrebbe essere una canzone scritta bene, che mi rappresenti davvero”.
Il primo Sanremo che si ricorda davvero?
“Vasco Rossi ultimo con Vita spericolata. Era considerato un pazzo scatenato, arrivò ultimo e poi è diventato Vasco Rossi”.
L’edizione di quest’anno dall’interno com’è stata?
“Da dentro vedi poco. Arrivi poco prima della tua esibizione, vai nel camerino su un piano accanto a quello degli altri artisti. È difficile incrociare qualcuno, se non chi canta subito prima o subito dopo di te. L’atmosfera è molto frenetica”.
Il vincitore Sal Da Vinci?
“Grande voce, anche se non è proprio la mia tazza di tè. Mi sono piaciute Levante, Malika Ayane è una cantante raffinata e aveva un brano bellissimo., Tredici Pietro, Patty Pravo, Fulminacci. E mi è piaciuta la performance di Ditonellapiaga, che è un’artista che seguo e che trovo interessante”.
Tra le canzoni in gara quale avrebbe cantato?
“Forse quella di Ermal Meta mi ha colpito più delle altre, soprattutto per la tematica e per come l’ha raccontata. Non è una canzone che ti fa ballare, ma quando capisci di cosa parla senti anche il peso di quello che racconta. È importante che in un festival della canzone ci sia anche un brano così, che parli dell’attualità e del momento storico che stiamo vivendo”.
Segue le polemiche del Festival?
“No. Alla fine è un festival di canzoni e forse non va caricato troppo di significati”.
Farebbe anche il co-conduttore, come Laura Pausini?
“Sì. Sanremo è una festa. Perché è un ruolo che un attore può ricoprire benissimo. Mi piace il rapporto con il pubblico. I grandi attori del passato facevano tutto: cinema, televisione, spettacolo. Non bisogna demonizzare la televisione, nemmeno nella sua forma più popolare. Anche quando un film è profondo e parla di temi importanti resta comunque spettacolo, e va promosso usando tutti i mezzi possibili per far arrivare il messaggio a più persone. Non bisogna prendersi troppo sul serio: quando tante persone lavorano a un’opera è giusto che il pubblico la possa vedere”.
E poi c’è il palcoscenico internazionale, “Idoli”, in sala con Warner.
“Un’esperienza elettrizzante, adrenalinica, emotiva, rigenerante. Recitare in un’altra lingua è sempre una sfida viva. E poi l’ambientazione: un mondo che non avevo mai frequentato così da vicino come quello della MotoGP. Non è solo un film sullo sport, ma sulle emozioni, sul rapporto padre-figlio, sul raggiungimento dei traguardi, sulla fatica, sullo studio necessario per arrivare in alto. Un tema molto attuale, in un’epoca in cui sembra che tutto sia facile e immediato”.
Il rapporto padre-figlio è il cuore del film. I suoi personaggi sembrano sempre più attraversati da una mascolinità fragile, complessa. È una direzione che sente sua?
“Dipende sempre dalla scrittura, ma sì, mi interessa. Nel film di Gabriele Muccino Le cose non dette, ad esempio, il personaggio era un uomo incapace di affrontare i propri problemi: scappa, si rifugia nel lavoro e perde il rapporto con la figlia. In Idoli invece il personaggio è un ex campione, durissimo all’apparenza ma con una ferita enorme alle spalle. Qui ho lavorato molto sull’ironia: un’ironia che appartiene a chi fa sport estremi, a chi convive ogni giorno con l’idea della morte. È un modo per esorcizzarla”.
È un padre segnato dal senso di colpa e da un passato tragico. Che cosa l’ha agganciata emotivamente?
“Il fatto che sia un uomo che non si perdona. Ha provocato un incidente in cui è morto un compagno, è caduto nell’alcol e negli ansiolitici, ha mollato tutto, anche la famiglia. Non si sente più degno di amore. E poi c’è questo rapporto padre-figlio irrisolto, l’elefante nella stanza che entrambi vedono ma non nominano. All’inizio il loro legame è solo allenatore-allievo, ma sotto cova tutto il resto. Questo mi ha conquistato”.
La paternità è un tema che oggi attraversa anche la sua vita. Quanto è centrale?
“Molto. Tornare a casa dopo una giornata di lavoro e stare con la famiglia è la cosa più appagante. La genitorialità sposta le priorità: il lavoro resta importantissimo, ma capisci che non è tutto. La famiglia non è un rifugio, è una necessità affettiva profonda”.
Che padre vuole essere? E che padre non vuole essere?
“Vorrei essere un padre capace di dare una direzione, di trasmettere rispetto per sé e per gli altri, empatia, senso della giustizia e della verità. Non voglio essere troppo severo. Cerco una severità gentile, che è difficilissima da praticare: mettere limiti senza urlare, senza imporsi con durezza. I figli hanno bisogno di un genitore accogliente che sappia anche dire dei no”.
Lei che figlio è stato?
“Molto esuberante. Le maestre scrivevano sempre ‘carattere troppo esuberante’, ma nessuno spiegava mai quale fosse il metro di misura dell’esuberanza. Mio padre non era severo, lo era mia madre. Non mi hanno mai ostacolato, anzi hanno sostenuto questa energia che poi si è incanalata nel lavoro artistico”.
Girare nel paddock vero della MotoGP che esperienza è stata?
“Un circo itinerante di pazzi, dove tutti si conoscono, proprio come sui set. Ringrazio Dorna Sports perché ci ha permesso di girare durante le gare vere, nei box, tra una corsa e l’altra, in tempi strettissimi. C’è una grande attenzione non solo tecnica ma emotiva e psicologica per i piloti, esattamente come per gli attori sul set”.
È un centauro?
“Vengo da una generazione cresciuta per strada: motorini, Vespe, moto fin da ragazzo. Poi ho avuto moto da enduro, perché la strada mi ha sempre spaventato più per gli altri che per me. In pista, sul set, ho fatto un’esperienza incredibile a Misano, dietro a una moto da gara: zero paura, adrenalina pura, con tutta la gente che guardava. Mi è servita moltissimo per costruire il passato glorioso del personaggio”.
Quel giro in pista che è stato decisivo per capire il film?
“Sì. Lì ho capito davvero perché un pilota rischia la vita a 350 all’ora. È stata una chiave di volta emotiva”.
C’è un film di corse che sente come riferimento?
“Le Mans ’66 con uno strepitoso Christian Bale. L’ho recuperato su consiglio del regista ed è straordinario. Quella era l’energia”.
Nella sua carriera internazionale, quale esperienza l’ha segnata di più?
"James Bond. Arrivai sul set terrorizzato: camion ovunque, una macchina gigantesca. Poi ho capito che in produzioni così l’attore è protetto al massimo. Ho imparato tantissimo, soprattutto il valore delle prove: prima del combattimento il coach mi ha detto ‘vi farete comunque male, ma con le prove ve ne farete meno’. È qualcosa che poi ho portato anche nei film italiani, come Lo chiamavano Jeeg Robot. E poi il lavoro in Brasile con Marco Bechis, l’incontro con gli indios, e più recentemente recitare in inglese senza inflessione italiana: ogni lingua è una sfida nuova, ma anche un modo per rimettersi in gioco”.
Il suo rapporto con Gabriele Muccino: com’è cambiato dagli inizi a oggi?
“Gabriele è sempre uguale, nel senso migliore del termine. Al primo provino di Ecco fatto lo feci ridere, ma poi disse che ero troppo grande per fare un liceale, avevo 23 anni. Poi arrivò anche Giorgio Pasotti e facemmo insieme Come te nessuno mai. Quello che è cambiato sono i mezzi a disposizione, l’esperienza accumulata nella direzione degli attori. È sempre prolifico, sempre affamato”.
C’è stato un non detto che l’ha accompagnata a lungo e che poi, dicendo sì, si è sciolto?
“Sto molto meglio. La verità è che non esistono verità scomode in assoluto: dipende con chi le condividi. Con la persona amata non puoi non condividere chi sei. Se un rapporto è davvero intimità, profondità, complicità, non possono esserci non detti. Altrimenti che rapporto è?”.
Gabriele Mainetti ha raccontato che lei lo chiama spesso per sapere se si farà Jeeg Robot 2. Ci spera ancora?
“Moltissimo. Ogni tanto gli mando video: entro in un bar, qualcuno mi chiede ‘Quando fate Jeeg 2?’ e io glielo mando subito, per fargli capire quanto quel film sia atteso da anni. Jeeg ha segnato una tappa del cinema italiano, c’è un prima e un dopo. Non parlo solo di soldi ma di libertà narrativa. Gli dico sempre: fai come Steven Spielberg, che non ha mai mollato Indiana Jones”.
Per cosa la fermano di più per strada?
“Di recente, spesso per Il falsario di Ludovico Di Stefano. Poi certo c’è sempre Romanzo criminale”.
C’è stato un momento buio nella sua carriera?
“Più umano che lavorativo. Con Romanzo criminale sento che avrei potuto dare di più, ma ero in un periodo personale molto difficile. Se non ci fosse stato Michele Placido non so come sarebbe andata. Dopo quel film ho pensato seriamente di smettere. Poi è arrivato Rino Gaetano e mi sono rimesso a studiare tantissimo. Lì ho ritrovato il gusto per questo mestiere”.
La Spagna, oggi?
“Vive un momento storico felice. E politicamente – lo dico senza idealizzare – è un Paese che oggi appare più chiaro, più leggibile. È questo che invidio”.
C’è una parola spagnola che le è rimasta addosso?
“Sì: ojalá. Magari. Speriamo”.