la Repubblica, 8 marzo 2026
Libano, blitz di Israele per la salma del pilota ucciso nel 1986. Missione fallita, 41 morti
Per andare a frugare nella fossa sbagliata ne hanno scavate altre quarantuno. La salma del pilota Ron Arad, disperso nel 1986, non era nella tomba d’angolo del cimitero di Nabi Shith, indicata al commando israeliano sbarcato nella valle di Hezbollah. Pur di scoperchiare il sepolcro di un uomo di nome Subhi Shukr, deceduto quasi trent’anni fa, hanno usato quattro elicotteri, le forze speciali, le uniformi finte dell’esercito libanese, una finta ambulanza. E bombe, tante bombe, su Nabi Shith e sui villaggi vicini. Quarantuno i morti, tutti libanesi. La mattina dopo, del blitz fallito rimangono i buchi per terra: uno di settanta centimetri, fatto con la vanga accanto alla lapide divelta di Shukr, l’altro, uno smisurato cratere aperto da un missile.
Siamo nella Valle della Bekaa, al confine con la Siria. Il Partito di Dio è stato fondato in questi paesi di pianura e di collina, dove si coltivano i ciliegi e ogni finestra espone la bandiera gialla col fucile verde, il volto di un martire, l’effige di Abbas Al-Musawi, il secondo segretario generale di Hezbollah che qui nacque nel 1952. Un forestiero è automaticamente considerato una spia di Israele, deve giustificare la propria presenza, e in fretta, perché i miliziani nascondono le armi, non gradiscono visite, e i vecchi fermano le macchine dei giornalisti, vogliono vedere i documenti, fanno foto che mandano chissà a chi. Il commando è arrivato dalla Siria.
Le 22.50 di venerdì. Quattro elicotteri varcano lo spazio aereo, come registrano i radar delle forze armate libanesi. Atterrano a cinque chilometri dal cimitero. Nabi Shith, il cui destino evidentemente è legato a delle tombe perché prende il nome da Seth, il figlio di Adamo, che si suppone sia seppellito sotto la moschea, fin dal pomeriggio è stato preso di mira dall’Idf. Non sembrava un giorno diverso dagli altri, da quando è ricominciata la guerra la Valle della Bekaa è sotto attacco. Ali Shukr, il capo della federazione delle municipalità locali, riceve una chiamata alle 14 da un numero svedese, a cui non risponde. Poi un’altra, da un numero lituano. «Andate via tutti, subito», avverte una voce senza nome ma dalla provenienza indubbia, Israele. Passa un’ora e mezzo e alle 15.30 l’aviazione bombarda le vie d’accesso all’isolato di Nabi Shith, dove, in un cortile interno, si trova il cimitero.
Ciò che succede di lì in poi è una cronaca imperfetta, perché l’unico resoconto ufficiale è una breve nota dell’esercito libanese e le testimonianze sono confuse, volutamente confuse. «Gli israeliani sono arrivati al cimitero con tre macchine», «no, erano quattro», «una aveva la croce rossa», «qualcuno li ha accompagnati», «sì, uno Shukr», «hanno sparato dalle finestre», «ne hanno catturato uno», «erano vestiti come i soldati libanesi», si sente dire nei capanelli dei sospettosi.
Su due cose, però, le versioni convergono. La prima: per camuffarsi, gli israeliani hanno usato mezzi simili a quelli dell’esercito e dell’Autorità sanitaria islamica. La seconda: gli uomini di Hezbollah e gli abitanti armati hanno reagito all’incursione, sparando per strada e dalle finestre. È stata una battaglia furibonda e mortale. Lo raccontano, prima ancora delle parole, i bossoli tra i detriti, i vetri rotti, le carcasse delle macchine, i resti umani bruciati che qualcuno ha raccolto in un telo di plastica e ha appoggiato sulle macerie. Il commando, secondo alcuni testimoni, era composto da otto militari, coperto dagli elicotteri e da un drone spia. Un missile è esploso a duecento metri dal cimitero, scaraventando un’automobile al secondo piano di un edificio sventrato. «È stato un diversivo, gli israeliani sono scappati», dice un ragazzo che fuma sull’orlo del cratere, ovviamente disposto a dire la sua ma senza presentarsi con nome e cognome.
Lo Stato ebraico ha ammesso il fallimento. Da quarant’anni sta cercando il corpo di Arad, che precipitò col caccia a Sidone dopo aver bombardato le strutture dell’Olp. Si salvò, assieme al copilota Yishai Aviram, grazie al paracadute: Aviram fu recuperato dall’Idf, Arad venne catturato dalle milizie sciite di Amal e poi finì nelle mani dei pasdaran presenti in Libano. Da allora nessuna traccia. Tami Arad, la moglie di Ron, si oppone a operazioni come quella di venerdì notte, e chiede al governo di non mettere a rischio la vita dei militari. «Preferisco convivere con la dolorosa possibilità che le sua ossa siano in Libano piuttosto che svegliarmi la mattina sapendo con un soldato Idf è stato ferito o ucciso per recuperarle», scrive su Facebook.
Il governo di Israele non ascolta le volontà della famiglia, sta facendo qualsiasi cosa per quelle spoglie. Nella missione di ieri sono stati uccisi anche tre soldati regolari e la famiglia di un ufficiale in pensione, compresi, pare, figli e nipoti. Il 19 dicembre scorso è sparito Ahmed Shukr, un vecchio componente dell’intelligence libanese, il cui fratello può essere stato coinvolto nella cattura di Arad. La stampa araba ha scritto che Ahmed Shukr è stato rapito dal Mossad. E ora, a Nabih Shith, si chiedono se sia lui ad aver indicato agli israeliani la tomba sbagliata.