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 2026  marzo 07 Sabato calendario

Giacomel: “Vedevo l’oro, poi il buio ma dopo il malore mi sento rinato”

Lui è la stella che non si è accesa alle Olimpiadi di Milano Cortina. Ma ha acceso i riflettori, Tommaso Giacomel, sul confine quasi invisibile tra la strapotenza fisica e l’improvvisa vulnerabilità di un campione. Biathleta tra i più forti del circuito, polmoni da fondista e mira da virtuoso della carabina, quattro vittorie quest’anno in Coppa del mondo. Una quercia che tiene testa a norvegesi e francesi, un corpo, come dice lui, che è «una macchina perfetta» ma all’improvviso si piega quando è al comando della Mass Start olimpica ad Anterselva. Sparito dalle inquadrature, accasciato sulla neve, immobile, la mano che si tocca il petto quasi a frenare un cuore impazzito. “Anomalia di conduzione elettrica a livello atriale” la diagnosi che quattro giorni dopo lo ha portato in sala operatoria all’ospedale Galeazzi di Milano. L’ablazione che gli è stata praticata viene paragonata a un piccolo taglio di un’area di tessuto eccedente che invia segnali elettrici anomali.
Giacomel, come sta?
“Fisicamente sto bene, l’operazione ha avuto buon esito. Sono stato completamente fermo per tredici giorni, ricomincio solo oggi a fare attività. E vado a comprarmi una mountain bike”.
 
Ha scritto su Instagram “La mia stagione è finita, sono distrutto”: è ancora questo il suo stato d’animo?
“Ora sono in pace, accetto che la mia stagione sia finita. Mi hanno detto che avrei potuto anche gareggiare nell’ultima tappa della Coppa a Oslo. Però se si sta cementati al divano o al letto per due settimane, non è così facile trovare una forma decente. Quest’anno volevo vincere la Coppa del mondo generale, essere il primo italiano a riuscirci, cosa impossibile adesso saltando anche una sola prova, quella in Finlandia che stanno affrontando i miei compagni e amici. Voglio vincere le gare, non partecipare: perciò meglio così”.
C’è un lato positivo in questa storia?
“Diciamo che dopo tutta la m... che mi è arrivata addosso quel venerdì 20 febbraio, potrò almeno ricominciare ad allenarmi sul serio un mese prima. Ho fatto un periodo di recupero di due settimane, da sei-sette anni il massimo che mi concedevo erano cinque giorni”.
Ha rimesso ordine nei ricordi di quel giorno drammatico?
“Sinceramente non ho provato paura per quello che è successo, ma per quello che mi ha circondato quando mi sono fermato. Ho tolto gli sci, mi sono seduto per terra, e c’era tutta quella gente assiepata attorno a me che continuava a chiedere “come stai?”. Brutto, mai vissuto. Uno skiman si è tolto la giacca e me l’ha messa sopra le spalle. Non è stata una decisione difficile quella di fermarsi: non ce la facevo più. È andata così”.
Avrebbe preferito stare da solo?
“Ci ho pensato, a fermarmi in un punto in cui non c’era nessuno. Però mi sono detto, ‘se mi tolgo gli sci dove non ci sono allenatori tutti si spaventeranno di più’. Poi è successo qualcosa: quando ero a terra accanto a me c’era una persona che mi ha cresciuto come un figlio. Si chiama Andreas Kuppelwieser, mi ha allenato per tre anni a Malles quando ero un ragazzino, adesso lavora per la Svizzera ma era il più spaventato di tutti. Tutto quello che so fare adesso è merito suo”.
Si è sentito rassicurato?
“Sì, lui era con me mentre passavano i suoi atleti, gli svizzeri, e io gli dicevo “guarda i tuoi, seguili, stai tranquillo, qua con me ci sono due skiman italiani”.
Ha avuto un preavviso?
“Nulla. È stato come premere un bottone. Avevo appena finito una serie di tiro da terra da cui si esce con una frequenza cardiaca non così alta, si sta comunque fermi per 20-25 secondi. Mi sono alzato e ho sentito che il cuore era fuori controllo, ho avuto la sensazione di soffocare, i battiti erano talmente forti che facevo fatica a respirare”.
Nemmeno in passato qualche piccolo indizio?
“Ci alleniamo tutti i giorni per poter gestire queste situazioni. Il mio corpo è una macchina perfetta, qualsiasi cosa faccia vado sempre forte. Quel giorno non è successo”.
Uno shock, a 25 anni.
“Ma è proprio quella l’età in cui si manifesta il problema”.
Ci sono passati il fondista Elia Barp, i calciatori Khedira e Lichtsteiner.
“Non sono un unicum, è successo a tanti e sapere che un’affezione abbastanza comune è stata curata è rassicurante. Mi sono sentito con Elia quando ero tornato a casa, in ospedale a Milano il mio telefono scoppiava e io volevo solo stare tranquillo. Però che bello, mi ha scritto più gente di quando vinco. Vuol dire che tengono più alla mia salute che alle vittorie. Ho sentito Federica Brignone quando è andata a fare fondo, e il telecronista di Sky Carlo Vanzini che ha affrontato battaglie ben più gravi della mia».
Si sente di consigliare qualcosa in tema prevenzione?
“Oddio, sono un atleta, non un cardiologo. Dico solo: in questi momenti circondatevi di persone belle, come ho fatto io coi miei genitori e la mia fidanzata Elisa. E anche nei momenti peggiori, non dimenticate gli amici. A Oslo vorrei andare, non solo per vedere le gare di Coppa del mondo: voglio incontrare i genitori di Sivert Bakken, il mio amico norvegese morto all’improvviso a fine dicembre a Passo di Lavazè. Due giorni prima di andarsene era felice per me alla premiazione di una gara che avevo vinto, era giovanissimo e la mattina che dovevamo allenarci insieme non c’era più. Anche questa è la vita, e si va avanti”.