corriere.it, 8 marzo 2026
Francesco Toldo parla della sua esperienza al Trento
Otto anni alla Fiorentina e nove all’Inter. Cinque scudetti, cinque coppe Italia, quattro supercoppe italiane e una Champions league. Ventotto presenze con la maglia della Nazionale maggiore. Basta questo elenco per capire quanto grande sia stata la carriera di Francesco Toldo. Uno dei portieri italiani più forti degli ultimi trent’anni. Una storia piena di successi, anche condita da una piccola – ma significativa – parentesi trentina.
È la stagione 1991-92. Grazie all’intuizione dell’allora direttore sportivo degli aquilotti, Claudio Molinari, un giovanissimo Francesco Toldo (all’epoca ventenne) sbarca a Trento per vestire la maglia gialloblù e fare il suo esordio tra i professionisti in serie C2. Il resto è chiaramente storia: giocherà tutte le partite e concluderà la stagione con la seconda miglior difesa del campionato. Ora, dopo aver passato anni bui, il Trento è finalmente tornato ai vertici della categoria. E l’ex portiere interista promette: «In caso di B, verrò senza dubbio a festeggiare al Briamasco».
Toldo, con un Trento così, è giusto sognare in grande?
«Se la squadra è terza in classifica è perché lo sta ultra meritando. È evidente che ci sia struttura e società. Quindi perché non sognare? Sappiamo che ai playoff diventa tutto un altro campionato, ma se continuano così e osano ancora di più...».
Cosa si ricorda della sua esperienza trentina?
«Ho tantissimi ricordi. Fu un anno bellissimo, da un punto di vista sportivo è stato il mio trampolino di lancio. In quel periodo facevo anche il servizio militare».
Altri tempi...
«Altri tempi. Ricordo che ero nella compagnia atleti. Insieme a D’Aloisio, Marchetto e Minozzi passavamo la settimana in caserma a Bologna e poi il venerdì sera salivamo a Trento per la partita».
Sarà stato impegnativo.
«A dire la verità no. Per noi non era un sacrificio, piuttosto una gita. L’unico problema era che al massimo riuscivamo a fare solo due allenamenti prima della partita».
E nonostante questo lei diventò titolare inamovibile di quella squadra.
«Sì, all’epoca c’era Stefano Grilli, il portiere più esperto. Però mi hanno buttato dentro e da lì ho continuato a divertirmi».
Cosa pensò in quel momento, quando venne gettato nella mischia?
«Giocavo, non avevo tempo per pensare (ride, ndr)».
Nonostante la giovane età non sentiva la pressione?
«Francamente no, forse proprio per l’età, ma prima della partita ero sempre tranquillo».
Cos’altro si ricorda se ripensa al 1991-92?
«Davvero tante cose. Per dire, abbiamo ancora la chat di quella squadra. Ci facciamo gli auguri di compleanno a distanza di 35 anni. Ricordo poi che abitavo in viale Verona a Trento con Mantelli, Minozzi e Albasini e avevamo una caldaia che per poco ci ammazzava tutti».
Come mai?
«Perché aveva il tubo di scarico tappato. Meno male che ce ne siamo accorti e abbiamo chiamato il tecnico. Comunque è stato davvero un bel periodo, non avevamo nessuna pretesa. E dico di più...».
Dica.
«Guadagnavamo 100 mila lire e abbiamo fatto un “campionato della madonna”. Con quei soldi ci siamo fatti il gruzzoletto per comprarci la nostra prima macchinina. Ogni volta che si vinceva era festa totale».
Sa che Claudio Molinari conserva con estrema cura le sue foto e le sue magliette autografate?
«È un amico, una brava persona. La fortuna dei giocatori di quel tempo era anche legata ai direttori sportivi: annusavano il giocatore, lo sentivano, lo vedevano, erano i primi a crederci. Poi Claudio era in contatto anche con i direttori sportivi della serie A».
Infatti dopo la parentesi di Ravenna lei andò alla Fiorentina. E in quegli anni iniziò il periodo buio del Trento. Come l’ha vissuto da lontano?
«Mi è dispiaciuto tanto. Però capita, purtroppo sono cicli. Le squadre di Lega Pro e serie D sono a rischio ogni anno. Ci sono tanti fattori in gioco. Se in serie A ci sono i fondi internazionali che investono, nelle categorie inferiori è tutto figlio dell’economia italiana».
Lei è tornato a Trento in questi anni?
«Purtroppo no, non è facile trovare il tempo».
E se la squadra dovesse centrare la serie B?
«In quel caso scrivo sulla chat e veniamo tutti a festeggiare. Ho un figlio di vent’anni che gioca all’Asti e si sta facendo notare: mi piacerebbe se anche lui passasse da Trento».