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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Intervista a Raffaella De Laurentiis

Raffaella De Laurentiis, 74 anni a giugno, ha una vita extralarge, come la sua simpatia e come il cinema che produceva suo padre, il grande Dino De Laurentiis, o che interpretava sua madre, la diva Silvana Mangano. Viene premiata a Los Angeles, dov’è produttrice anche lei.
Dov’è nata?
«A Roma, dove sono rimasta fino a 21 anni, ma già a 18 facevo la gavetta per i film di papà, pulivo i pavimenti, mi occupavo degli attori o di scenografie e costumi».
Con Piero Tosi lavorò per «Ludwig» di Visconti.
«Lì mi portò mamma perché interpretava Cosima Wagner. Ho un ricordo complicato di Romy Schneider che vestivo: quando hanno capito che ero la figlia di Silvana Mangano hanno cominciato a trattarmi malissimo, da raccomandata, gli attori sono fatti così. Anche quella è stata esperienza di vita».
Che cos’altro ricorda di quel film?

«Nella scena dell’orgia dovevo mettere dei cerotti sul sesso di giovani belli e nudi. Quando si cominciò a girare mi mandarono a casa in quanto minorenne. Ma come, dissi io, li ho visti nudi per un sacco di ore».

La sua adolescenza?
«Straordinaria. Papà era una forza della natura, d’estate mi portava a pescare in alto mare. Era un genitore all’antica, premuroso, severo, come lo era mamma quando non prevaleva il suo lato inglese. Era come resta nell’immaginario, elegante, timida, schiva; una volta sola mi diede uno schiaffo, ma bello grosso. Se senti le mie sorelle ti diranno altro, come se fossimo cresciute in famiglie diverse».
Cosa ha preso da lei?
«I suoi difetti, giocare a carta, lavorare a maglia, ricamare. Cose che non si fanno più. Mi portava a vedere film di arti marziali, li adorava. Ne ho prodotto uno su Bruce Lee».
Sua madre fu convinta a recitare col cranio rasato?
«In realtà in Dune aveva una calotta sopra i capelli. Fu un periodo difficile, era appena morto mio fratello, lei non voleva vedere nessuno però amava David Lynch ed era appassionata di fantascienza».

Davate feste a casa?
«Ogni mercoledì i miei facevano una cena. E a Capodanno c’era una festa in Costa Azzurra. Li chiamavo tutti zii: Sordi, Monicelli, Fellini».
Il suo debutto al cinema?
«Eravamo in vacanza a Bora Bora. Papa se ne innamorò. Voleva girarci un film: Uragano. Ma si rese conto che sull’isola c’era nulla, nemmeno elettricità e acqua. Così decise di costruirvi un hotel per sistemare la troupe. Avendo studiato architettura papà mi disse “occupati tu dell’hotel”. Invece di un mese rimasi a Bora Bora due anni e mezzo. Mi occupavo di tutto, anche della manodopera. A fine riprese papà decise, avendo già le infrastrutture, che dovevamo fare un film di recupero. A 24 anni debuttai con Ti-Koyo e il suo pescecane».
Era brava a organizzare.
«A organizzare e realizzare la creatività altrui. Noi donne siamo portate per la produzione di un film, perché sappiamo fare tante cose contemporaneamente».
Non è più tornata in Italia?
«Ci vengo due volte l’anno, vedo mio cugino Aurelio De Laurentiis con cui ho rapporti cordiali e nutro rispetto. Penso sia assorbito più dal calcio. A Los Angeles vivo col compagno della vita, Buzz Feitshans, produttore anche lui».
Il cinema di una volta…
«Non esiste più. E Los Angeles è cambiata, la vita troppo cara, gli incendi. Le grandi feste si danno solo per gli eventi. Io da indipendente ho lavorato tanto con la Universal, ma francamente tutti questi supereroi…Il cinema migliore si fa in alcuni paesi europei, come la Francia, il governo lo sostiene e la gente affolla le sale».
Hollywood è ancora un «boys club»?
«Oggi le donne possono fare tutto quello che vogliono, le quote rosa qui non è nemmeno traducibile, si guarda il talento e basta. La cosa di cui sono più orgogliosa è di aver costruito una carriera al di fuori della mia famiglia».
Chi è il regista italiano più internazionale?
«Non saprei, arriva poco dell’Italia. Io lavoro con registi italiani, per Cosimo Gomez che sembra spagnolo ma è di Firenze produco un film su un camion che si guida da solo».
Ha lavorato anche in Cina.
«Eccome, e mi sono trovata benissimo. I cinesi sono uguali ai napoletani. Amano la famiglia e il cibo, e sono caciaroni. Un po’ come Pascal Vicedomini».
Ora la premia al suo festival a Los Angeles.
«È un bravo ambasciatore dell’Italia nel cinema americano, ha lo stesso modo di fare di papà, anche se è più esuberante. Non è una questione di premi e di ponti tra i due paesi. Ho accettato per lui».