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 2026  marzo 08 Domenica calendario

In Calabria non rinunciano ai medici cubani

Tutto, ma questo le mancava. La Calabria credeva di essere in Italia, al centro del Mediterraneo. Invece ha scoperto di trovarsi in America Latina, nel Mar del Caraibi. Lo ha appreso dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e dal segretario di Stato, Marco Antonio Rubio, figlio di cubani. Gli Usa, impegnati a stringere sempre di più il cappio al collo di Cuba, dopo settant’anni di embarghi e sanzioni, hanno dichiarato guerra anche ai medici cubani nel mondo. E quindi anche ai 321 medici che lavorano nella regione simbolo del disastro della Sanità pubblica italiana, la Calabria. Dove, ci dice il presidente della giunta regionale, Roberto Occhiuto, «mosso da disperazione, nel 2022 ho utilizzato le norme sull’emergenza Covid per reclutare 321 medici cubani, anche se in realtà ne occorrerebbero almeno mille».
L’incaricato
La settimana scorsa, però, in Calabria è arrivato l’incaricato di Affari statunitense per Cuba, Michael Hammer. Non per una visita di cortesia, ma per chiedere a Occhiuto di mandar via i medici cubani. Che costoro siano considerati tra i più preparati al mondo e prestino la loro opera nei Paesi più poveri, o siano stati gli unici ad aver fabbricato autarchicamente un vaccino anti Covid, per il governo degli Stati Uniti è irrilevante. Chi si avvale dell’opera dei medici cubani, se vuol rimanere amico degli Usa, deve cacciarli.
Gli argomenti degli Usa finora devono essere stati convincenti. Uno dopo l’altro, Paraguay, Guyana, Bahamas, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda, Santa Lucia e, da ultimo, Guatemala e Honduras hanno interrotto i programmi di cooperazione sanitaria con Cuba e hanno rispedito a casa tutti i medici che avevano assunto. Trump e Rubio, in veste di sindacalisti, sostengono che Cuba sfrutti i propri medici all’estero, poiché trattiene i due terzi del loro stipendio. Soldi, dicono, che aiutano il regime cubano a sopravvivere. Mentre, aggiungono in veste di filantropi, sarebbe più giusto che quei medici tornino a Cuba, dove la gente soffre (già, ma per colpa di chi?) e ha tanto bisogno di loro.
Ma la Calabria? Qui, dal 2010, hanno chiuso 18 ospedali. Il debito per la voce Sanità accumulato fino al 2020 è stato di 860 milioni di euro. La Corte dei conti, un mese fa, ha detto che nel 2024 il disavanzo è peggiorato e si è attestato a 118,5 milioni. Sempre per il solo 2024, la spesa per curare altrove i residenti in Calabria è stata di ben 305 milioni di euro. Mentre la Sanità calabrese è commissariata ininterrottamente dal 2009, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che il 30 settembre scorso in Calabria aveva promesso la fine di questa agonia, non ha mantenuto la parola. Cinque mesi dopo, c’è ancora il commissario. È lo stesso presidente della giunta regionale, commissario dal 2021. «Io sono pronto a lasciare. I conti ora lo consentono. Ma il provvedimento spetta al governo», dice Occhiuto.
Il presidente
E mister Hammer? Occhiuto ostenta tranquillità. «Ogni volta – rivela —, la prima domanda che ogni nuovo ambasciatore americano in Italia mi rivolge è sui medici cubani. Era così anche sotto Biden. Con Trump, lo è di più». Sì, ma lei a Hammer cosa ha risposto? «Gli ho detto che la nostra bussola è la salute dei calabresi – sottolinea Occhiuto —. Se i medici di cui abbiamo bisogno ce li dà l’amministrazione americana, o ci aiuta a trovarli, magari potremmo anche non prendere i cubani. Ma se questi vanno via, qui si chiude».
Non sappiamo come l’abbia presa mister Hammer, e se anche in Calabria gli Usa si muoveranno come nei Caraibi. Ma sappiamo qual è l’umore dei calabresi. Nero. Negli ospedali, più o meno fatiscenti, che abbiamo visitato tra l’Aspromonte, la Costa Viola e la Costa dei Gelsomini – a Locri, a Polistena, a Gioia Tauro, a Melito Porto Salvo —, non abbiamo trovato una sola persona o un solo paziente, giovane o vecchio, donna o uomo, che non benedisse la professionalità, l’umanità e l’umiltà dei medici cubani e al tempo stesso non maledisse lo stato comatoso della Sanità calabrese e la «richiesta di espulsione» dall’Italia dei medici cubani voluta dagli Usa.
«Se vanno via i cubani, i nostri ospedali chiudono». Lo dicono tutti. Ma coloro che lo sanno meglio di tutti, e lo spiegano senza indorare la pillola, sono proprio i medici calabresi. Quelli rimasti qui, naturalmente, perché gli altri hanno fatto le valigie e sono emigrati al Nord o all’estero.
E allora, ecco l’avvocato Pino Mammoliti, di Locri, presidente del Tribunale dei diritti del Malato e del Cittadino, sensibilizzare la gente attraverso dirette web sulle falle, le magagne e i magheggi della Sanità calabrese. Come l’ultima proposta di legge regionale, che destina ben 4 milioni di euro allo «scouting» per trovare i medici mancanti, quando sarebbe sufficiente un avviso pubblico o, ancor meglio, se davvero si vuol continuare la positiva esperienza con i medici cubani, stipulare altri accordi con la Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos, l’Agenzia cubana che ha mandato i medici in Calabria. Ed ecco Marisa Valensise, di Polistena, che con il Comitato Tutela della Salute organizza sit-in, raccoglie migliaia di firme a difesa dei medici cubani, invia esposti al Prefetto, alla procura e al presidente-commissario per scuoterlo circa la sua promessa non mantenuta di destinare 33 milioni di euro alla ristrutturazione dell’ospedale di Polistena.
Le voci
Ed ecco infine anche loro, i medici di Cuba. In patria, sono 8,4 ogni mille abitanti, contro i 2,6 degli Stati Uniti (e forse qui scatta l’ invidia). Nella Calabria caraibica, dove sono diventati il bersaglio dei gringos, ce ne sono 30 a Locri, 22 a Polistena, 12 a Gioia Tauro e 10 a Melito Porto Salvo. Due di loro si sono sposati qui con donne calabresi. Uno, Domingo Marquez Camayd, è docente all’Università de L’Avana. Tutti sono specializzati: cardiologi, ortopedici, anestesisti, urologi, chirurghi, angiologi, radiologi. Nessuno ha l’atteggiamento da piccolo barone di tanti loro colleghi italici. «Non concepiamo la medicina e la salute come un’azienda o un mestiere per far soldi – dice Lisandra Cobas Suarez, 38 anni, rianimatore —. Da noi fai il medico se hai passione e attitudine». Lisandra è medico dal 2011 e ha lavorato in Venezuela, in Brasile nelle comunità indigene dell’Amazzonia e in Kuwait. «L’Italia per me era un sogno, e qui mi trovo benissimo. Ma non capisco come mai a Cuba, Paese povero del Terzo Mondo, negli ospedali abbiamo tutto, anche reparti come la neurochirurgia, mentre qui, mi dispiace dirlo, abbiamo trovato arretratezza e disorganizzazione». Harold Dawkins Tellez, anche lui 38 anni e una robusta esperienza tra Venezuela, Bolivia e Azerbaigian, è di Guantanamo. «Quando siamo arrivati – racconta Harold, al Pronto soccorso —, in tanti dicevano: cosa possiamo aspettarci da medici del Terzo Mondo? Poi ci hanno ricoperto di affetto e gratitudine, e ora ci ritengono indispensabili».
Un paziente arrivato a Locri da San Luca, trenta chilometri di strada stretta, dissestata e piena di buche, chiede a un ortopedico cubano: «Ma è vero che andate via?». Il medico lo rassicura: «Il nostro contratto dovrebbe scadere a dicembre del 2027». L’uomo però insiste: «Se vi mandano via, qua succede la rivoluzione». L’ortopedico sorride. Si chiama Eurys Guevara. E se Trump e Rubio lo confondessero con «l’altro» Guevara?