Corriere della Sera, 8 marzo 2026
I dissidi tra i genitori dai vaccini agli assistenti
Nei quaranta metri di pietra e legno che rappresentano la loro casa, nel cuore del bosco, Catherine e Nathan Trevallion hanno finito per completarsi a vicenda. Erano una coppia già nel Duemila, assai prima di trovare rifugio nella campagna d’Abruzzo, quando la famiglia era ancora un progetto e il vecchio cavallo Lee (troppo anziano per spostarsi oramai) non era ancora all’orizzonte. Uniti, certo. Ma separati da temperamento e carattere, indole e personalità. Innamorati, senza ombra di dubbio. Ma divergenti nei comportamenti quanto terra e fuoco nell’universo. Paziente lui. Infiammabile lei. Accomodante Nathan. Intransigente Catherine.
Così in questa storia tanto controversa quanto partecipata accade che persino le istituzioni, solitamente più attente al codice che all’emotività, si accorgano – e rimarchino – le distanze che a loro dire si impongono. Con lessico severo e per certi versi definitivo descrivono i due alla maniera del giorno e la notte, ad esempio nel loro rapporto con gli assistenti sociali. L’una e l’altro per amore dei figli (un amore a prova di perizie psichiatriche a quanto pare) tentano il tutto per tutto. Ma l’uno smussa. L’altra sfida. L’esito di questo contrasto, forse più apparente che reale, raggiunge il paradosso. La madre che nel provvedimento varato a suo tempo dai giudici era stata ammessa all’interno della casa famiglia per temperare il distacco dei bambini e disinnescarne gli effetti traumatici, nel tempo si sarebbe trasformata in fattore quasi eversivo degli equilibri interni. Il padre, inizialmente confinato, con due soli incontri a settimana durante i quali dedicarsi ai bambini, improvvisamente viene valorizzato e «promosso». «Il 14 gennaio – annotano i giudici – si è riusciti a somministrare le vaccinazioni grazie alla collaborazione del padre che è stato di supporto alla moglie, ha cercato di rassicurarla più volte, invitandola a mantenere la calma poiché Catherine ha visibilmente espresso la sua contrarietà e non condivisione dei vaccini».
Può darsi allora che le differenze si siano mostrate anche all’indomani dell’ultimo provvedimento, quello che, allontanando Catherine dalla casa famiglia, precipita la coppia neorurale nella disperazione più profonda. Si è parlato di una discussione tra loro. Momenti di tensione rientrati successivamente per far spazio alla solita, collaudata comprensione reciproca.
È un fatto, tuttavia, che Nathan risulta «promosso» dagli assistenti sociali che, in coda a una decisione particolarmente dura nei confronti della madre, auspicano maggiore flessibilità istituzionale nei confronti di un padre che si è rivelato estremamente positivo nella gestione dei mille conflitti quotidiani: «Appare inoltre utile che servizio sociale, tutrice e curatrice valutino le possibilità di intensificare la frequentazione a distanza o in presenza, tra i minori e il padre che in più occasioni ha mostrato buone capacità di contribuire all’assistenza morale in favore dei figli». Mentre i giudici bocciavano Catherine, la donna schietta, capace di dire quello che pensa in faccia a chiunque, promuovevano, intanto, il talento alla mediazione di Nathan.
L’uno e l’altra hanno dovuto attrezzarsi per sopravvivere a decisioni inattese e incomprensibili dal loro punto di vista e ciascuno lo ha fatto alla propria maniera. Li attende un’ulteriore prova di resistenza e non più solo un test. Basti pensare che nel provvedimento dei giudici c’è un vuoto che spicca. Quando potrà Catherine rivedere i suoi figli? L’ordinanza del Tribunale non lo puntualizza e quindi si dovrà attendere un pronunciamento successivo. È facile capire, dunque, che Catherine e Nathan hanno più che mai bisogno l’una dell’altro. Differenti. Indivisibili.