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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Pane, pasta e carne: il rischio rincari

Era successo dopo l’attacco della Russia all’Ucraina nel 2022, rischia di tornare adesso che la guerra infuria sul Golfo. Nel giro di pochi giorni gli analisti sui mercati internazionali aprono gli occhi su interdipendenze che prima passavano inosservate, perché nessuno credeva si sarebbero mai interrotte. Poi nel giro di pochi mesi, o poche settimane, la rottura di quelle relazioni innesca le sue conseguenze a cascata: la più visibile per i cittadini di Paesi lontani, un’improvvisa accelerazione dei prezzi alimentari.
Non si tratta di un effetto domino inevitabile di questa guerra. Essa va avanti da appena una settimana e potrebbe concludersi la prossima; oppure potrebbe concludersi anche molto più tardi, ma con un governo a Teheran che controlla il Paese e accetta una distensione dei rapporti con le monarchie del Golfo e i governi occidentali. Tuttavia le esperienze in Iraq, in Afghanistan o nella strozzatura permanente di Suez imposta dagli Houthi dello Yemen indicano che potrebbe finire in modo diverso, almeno per un po’: un quadro di guerra civile o instabilità cronica in Iran, unito al rischio di minacce sulla navigazione nel Golfo, può generare una fiammata nel costo del cibo in tutto il mondo. Le quotazioni sul mercato portano già i segni di questi fantasmi.
L’intera regione fra l’Iran e la penisola araba esporta il 14,4% in valore di tutti i fertilizzanti in offerta nel mondo, secondo dati dell’International Trade Center elaborati da Divulga. Il centro studi diretto da Felice Adinolfi segnala che l’area è seconda esportatrice di questi prodotti dopo la Russia (che ha una quota del 22,4% del mercato mondiale). Attraverso lo Stretto di Hormuz, in uscita dal Golfo persico fra l’Iran a Nord e l’Oman a Sud, passano quote vitali dei prodotti più importanti per l’agricoltura: circa un terzo dell’urea, quasi metà del fertilizzante azotato e quote elevatissime del fosfato di ammonio. Si tratta di derivati del gas, nei quali l’Arabia Saudita, l’Oman e il Qatar sono fra i grandi produttori al mondo. Fra i compratori – stima Divulga – i grandi granai dell’economia globale: India, Stati Uniti, Brasile e Australia per primi.
Questo mercato oggi è colpito da un infarto. L’export è paralizzato dalla strozzatura di Hormuz, lo stretto di accesso o uscita dal Golfo divenuto in pochi giorni pericoloso e dunque costosissimo da varcare. Anche se le Guardie rivoluzionarie non dovessero attaccare le navi, il costo dei noli e delle assicurazioni rende le operazioni proibitive e molto sporadiche.
Il sistema dei prezzi si è immediatamente adattato al nuovo scenario. Al Chicago Board of Trade l’urea, molto usata per favorire la fotosintesi delle piante grazie al suo alto contenuto di azoto, è rincarata del 26% in una settimana; ma del 64% da dicembre, quando hanno iniziato a spirare i venti di guerra. Oggi è ai livelli del novembre 2022, dopo la spaventosa impennata seguita all’invasione dell’Ucraina e alle relative sanzioni sulla Russia (che tuttavia non hanno mai toccato i prodotti della filiera alimentare).
Se le quotazioni attuali dei fertilizzanti saranno confermate nei prossimi mesi, diventa inevitabile un nuovo ciclo di rincari in tutta la catena del cibo: cereali, latte e derivati, carne prodotta con bestiame nutrito da granaglie. Gli idrocarburi infatti oggi pesano per circa metà del costo di produzione di grano o mais: un terzo per i fertilizzanti e il resto in trasporti. Se l’attuale blocco di Hormuz perdurasse, sarebbe un ritorno al 2022. Allora le tensioni per la guerra scatenata dalla Russia portarono il fertilizzante da gas a livelli di prezzo quasi doppi rispetto agli attuali e il grano seguì immediatamente. Oggi la materia prima da cereali è molto meno cara di allora, ma solo nell’ultimo mese si è già apprezzata del 15%. Il ciclo dei rincari sui beni alla fine della filiera – pane, pasta, carne – segue a distanza quando saranno più chiare le ricadute della guerra.
Chi spera di trarne un vantaggio, ancora una volta, sta a Mosca. Il governo russo è consapevole che ora il suo ruolo per la sicurezza alimentare di molti Paesi può diventare decisivo perché – a differenza di quanto accade con il petrolio – non esistono al mondo riserve strategiche di fertilizzanti. L’aggressione all’Ucraina del 2022 è il grande precedente: innescò il primo panico e il primo effetto di scarsità. Ma nessun Paese ha agito di conseguenza e oggi alcuni Paesi reagiscono già per anticipare la corsa delle economie concorrenti. La Nigeria e il Ghana hanno già piazzato ordinativi anticipati per fertilizzanti russi in consegna in autunno, accettando il rischio di pagare di più pur di avere la certezza del prodotto. Altri altri grandi Paesi cerealicoli si muovono senz’altro in modo simile, cercando di sostituire con le forniture di Mosca l’urea del Qatar o il fosfato di diammonio dell’Arabia Saudita. Vladimir Putin era a un passo da una crisi economica, ma ora torna di colpo ad avere in mano alcune leve della globalizzazione. Anche per questo farà quanto può per aiutare gli ayatollah di Teheran, dopo aver massacrato il loro popolo di dissidenti, a danneggiare la catena del cibo in tutto il resto del mondo.