Corriere della Sera, 8 marzo 2026
Meloni: evitiamo l’escalation. C’è un coordinamento a quattro
Passano i giorni, ma la premessa non cambia: «L’Italia non è in guerra e non intende far parte del conflitto». E poi: «Con Francia, Germania e Regno Unito abbiamo promosso un coordinamento per rafforzare l’azione diplomatica: lavoriamo per evitare una ulteriore escalation. Siamo in contatto con tutti i Paesi della Regione». Alle otto di sera Giorgia Meloni posta un breve videomessaggio sui social. Calibra le parole per rassicurare e per lanciare un assist alle opposizioni sulle accise. Con la consapevolezza di quanto questa sia «una fase difficile».
Sarà che il contesto è arcinoto, ma Meloni non cita l’Iran né tantomeno l’America di Trump. Al contrario si sofferma sul formato E-4, battezzato ieri l’altro per questa crisi, con gli «altri grandi Paesi europei». Prima e dopo il videomessaggio la premier passa la giornata in contatto con i ministri della Difesa Guido Crosetto e degli Esteri Antonio Tajani (nel pomeriggio è avvistata al palazzetto di Tivoli alla gara di danza della figlia Ginevra).
In una situazione in continua evoluzione, l’attenzione di Palazzo Chigi resta alta, fra le altre cose, sui segnali che arrivano dallo Stretto di Hormuz, snodo commerciale essenziale, anche per l’Italia. In attesa di un contatto diretto con la Casa Bianca – che per gli sherpa continua a non essere all’ordine del giorno, ma chissà – la diplomazia italiana si concentra sul Libano. Il ministro degli Esteri Tajani con gli omologhi di Irlanda, Francia, Germania e Spagna è promotore di un appello per «lo stop ai combattimenti nei pressi delle basi Unifil». Gli europei si rivolgono agli hezbollah e agli israeliani. L’appello diventerà nelle prossime ore una lettera ufficiale.
Tuttavia, nel Paese dei cedri il conflitto va avanti incessante. Ecco perché il ministero della Difesa nelle ultime 48 ore ha provveduto all’evacuazione di tutto il personale civile italiano «non essenziale» al seguito dell’operazione Onu. Si tratta di 106 persone. Al contrario, al momento, il contingente militare Unifil (1.200 uomini) resta dov’è. Anche se Crosetto ha pronto il piano di uscita, qualora la situazione dovesse precipitare ancora di più. Quasi banale scriverlo: il quadro è in continuo aggiornamento. La gravità è dimostrata anche dalla riunione organizzata sempre da Crosetto: un vertice d’emergenza per sollecitare l’industria italiana a rafforzare la difesa, soprattutto aerea. Una videoconferenza con ben 130 persone per fare il punto e analizzare le criticità. Vi partecipano, fra i tanti altri, il capo di stato maggiore Luciano Portolano e il direttore nazionale degli Armamenti Giacinto Ottaviani, oltre ai rappresentanti di diverse di industrie belliche. Sembra la chiamata a un’economia di guerra. E non a caso il ministro davanti alle aziende sottolinea «l’importanza fondamentale di ridurre al minimo gli impedimenti e le procedure burocratiche».
I tempi per la fine del conflitto potrebbero essere lunghi, con una sintesi Tajani dice infatti che «Usa, Israele e Teheran non vogliono chiudere in maniera rapida: le 4,5,6 settimane evocate da Trump si scontrano con il no dell’Iran». Per questo motivo la Farnesina ha deciso la chiusura «temporanea» dell’ambasciata a Teheran per ragioni di sicurezza. Anche qui con una precisione, figlia della volontà di trattare senza sosta: i canali diplomatici con l’Iran restano aperti. Infine, anche la Lega di Matteo Salvini batte un colpo. «Considerato che gli Usa hanno allentato le sanzioni sul petrolio russo, annunciando la possibilità di aprire ulteriormente in questa direzione, sarebbe opportuno che anche l’Ue avesse un atteggiamento simile nel nome di realismo, buonsenso e interesse per cittadini e imprese», dicono da via Bellerio. Quando leggono questo tweet dalle parti di Forza Italia masticano amaro, ma non rispondono. Troppi i fronti aperti, per aprirne un altro.