Corriere della Sera, 8 marzo 2026
Iran, scuse e minacce
Ieri è stato il giorno delle scuse iraniane (subito ritirate) e delle minacce americane. Il presidente Donald Trump ha (di nuovo) tuonato: l’Iran «sarà colpito molto duramente», rischia la «distruzione totale», gli Stati Uniti ora si preparano ad allargare l’offensiva su nuove «aree e gruppi di persone». Il giorno prima aveva chiesto la «resa incondizionata».
E il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si è scusato con le nazioni del Golfo per averle colpite con droni e missili: «Ritengo necessario porgere le scuse ai nostri vicini che sono stati attaccati». A mo’ di rappresaglia per l’offensiva americana e israeliana, la Repubblica islamica ha lanciato raid contro otto Stati arabi (Bahrein, Iraq, Giordania, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati, Qatar e persino l’Oman, che si era fatto mediatore con gli Usa) e ha colpito Azerbaigian e Cipro, oltre che Israele. La ritorsione non era inattesa, ma ha sorpreso per la sua portata e natura indiscriminata, visto che tra i bersagli ci sono hotel e infrastrutture civili. L’obiettivo era mettere paura alle monarchie del Golfo affinché facessero pressione sugli Usa per fermare l’offensiva. Non ha funzionato.
Dalle parole del presidente sembrerebbe che Teheran ora voglia correggere il tiro: «Da ora in poi, non attaccheremo Paesi vicini a meno che non ci attacchino prima loro», ha detto in un video trasmesso in mattinata dalla tv di Stato. Peccato che, proprio mentre Pezeshkian parlava, il ministero della Difesa del Qatar annunciava di avere intercettato un attacco missilistico dall’Iran. E peccato che, stando a quanto si sa, non è Pezeshkian a comandare in questo momento. Infatti, poco dopo Mohammad Bagher Ghalibaf – il presidente del Parlamento, che sta di fatto tenendo le redini del Paese, insieme al segretario del Consiglio supremo di difesa nazionale Ali Larijani e al capo dei pasdaran Ahmed Vahidi – ha mandato un messaggio opposto: fino a quando ospiteranno basi militari americane, i Paesi del Golfo «non avranno pace».
Ieri, oltre al Qatar, l’Iran ha provato a colpire anche Emirati e Bahrein: tutti i missili sono stati intercettati, anche se a Dubai una persona è rimasta uccisa dai detriti della contraerea. In Israele, l’allarme è suonato a Haifa e Gerusalemme. Forti esplosioni, poi, in Iraq, dove sono attive milizie filo-iraniane: colpite Baghdad ed Erbil. Teheran sostiene anche di non stare bloccando lo stretto di Hormuz («È aperto, colpiamo solo israeliani e americani») anche se nei fatti il commercio è pressoché paralizzato. Nel complesso, però, la ritorsione di Teheran si sta smorzando, per via delle munizioni che scarseggiano, tanto che l’aeroporto di Dubai ha riaperto, seppure a capacità ridotta.
Invece l’offensiva americana e israeliana prosegue massiccia. Ieri gli israeliani hanno bombardato l’aeroporto di Teheran e un sito di stoccaggio di petrolio. I dati della Mezzaluna Rossa danno l’idea della devastazione: più di seimila edifici distrutti, inclusi cinquemila abitazioni e 14 ospedali. Israele ha colpito, nuovamente, le aree del Libano dove fa base Hezbollah, i quartieri a Sud di Beirut e attaccato anche via terra la valle della Bekaa (41 morti). C’è un esodo del personale iraniano dal Paese arabo: temono raid mirati. Trump evoca anche l’invio di truppe di terra per prendere il controllo delle scorte di uranio arricchito.
Forse le parole contrastanti di Pezeshkian e Ghalibaf sono solo taarof, la danza verbale codificata nei costumi persiani che può tradursi nel dire tutto e il contrario di tutto. Più probabilmente, indicano una frattura nel sistema di potere, decapitato con l’uccisione dell’ayatollah Khamenei. È quello che si augura Trump: un regime diviso, dove una fazione è disposta a cedere. Da otto giorni la teocrazia non ha una Guida suprema: Mojtaba, il figlio di Khamenei, per ora non ha ottenuto la nomina. Ieri fonti israeliane riferivano che è stato colpito in un raid: ferito, ma vivo. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, si è rivolto all’opposizione in Iran: «Il momento della verità è vicino, la liberazione dell’Iran dipende da voi».
Trump ha interpretato le parole di Pezeshkian come gli faceva comodo: «Hanno chiesto scusa e si sono arresi». Ma l’iraniano aveva anche detto: «La resa incondizionata è un sogno che i nostri nemici si porteranno nella tomba». Ha rincarato la dose il ministro degli Esteri Abbas Araghchi: «Se Trump vuole un’escalation, la avrà». Larijani – che sostiene di «avere notizie» di un soldato americano catturato in un Paese vicino (nessuna conferma) – ci va giù ancora più pesante. E minaccia: «Avete ucciso il nostro leader, vi ripagheremo con la stessa moneta».