Corriere della Sera, 7 marzo 2026
Inter-Milan, romanzo e poesia del derby
Negli ultimi anni della sua vita, passati a Venezia, Helenio Herrera chiedeva spesso alla moglie di portarlo a Trieste, al cimitero di Sant’Anna, a trovare Nereo Rocco. Che la loro rivalità fosse molto recitata, si sapeva: negli anni 60 le panchine di Inter e Milan erano il luogo dove stare, perché la Coppa dei Campioni era diventata (quasi) un fatto milanese. Così il furbo allenatore triestino alla vigilia dei derby chiedeva ai cronisti «cossa ga dito oggi el Mago?», e a ogni trovata dell’astuto tecnico argentino esclamava «ah! alora mi ghe rispondo…», moltiplicando il rumore attorno alla loro sfida e, sosteneva non a torto HH, gli zeri dei loro stipendi. La storia delle visite sulla tomba, confermata dal figlio di Nereo, Tito, allarga l’orizzonte a un’amicizia vera, una complicità fra dirimpettai negli anni ruggenti del boom economico e della Milano da cavalcare. E se è vero che non c’è spinta più potente della concorrenza, al primo scudetto milanista del Paròn – 1962, l’alba di Gianni Rivera – fa subito seguito il primo titolo del Mago, con i ventenni Mazzola e Facchetti allevati dai più esperti Suarez e Picchi. È un decennio che porta due Coppe Campioni a testa mentre la crescita del Pil oscilla fra il 5 e l’8 per cento all’anno. Un sogno, che muore nel dicembre del 1969 a Piazza Fontana.
Inter e Milan spariscono negli anni 70, quelli della Milano di piombo, per riaffacciarsi a fine decennio, sempre assieme, o meglio una dopo l’altra: prima il Milan della stella, 1978-79, con Liedholm ad amministrare la fine dell’eternità, ovvero l’ultimo anno di Rivera, e la sua ripartenza, prima stagione da titolare di Franco Baresi. Poi l’Inter del fratello maggiore, Beppe, e del duo bresciano Altobelli&Beccalossi, governati dal duro Bersellini. Parentesi: quando eravamo giovani cronisti il servizio che toccava a tutti – mai la stessa mano perché altrimenti svaniva l’effetto ooooh davanti ai suoi racconti – era il compleanno di Liedholm. Siccome il Barone s’era ormai ritirato, a un certo punto partiva la moglie Nina, che giurava accalorata sul fatto che il marito fosse ancora il migliore. Lidas la lasciava sfogare per poi interromperla con dolcezza, «grazie Nina, ora basta, altrimenti lui capisce chi ha fatto la formazione questi anni». E il Bersella? Beh, una volta passiamo col Giro d’Italia da Borgotaro, il nome ci dice qualcosa, ma sì dai, è il paese di Bersellini. Basta chiedere in giro per trovare il numero, lui trotterella tutto contento con una bottiglia di nocino («lo faccio io»), la più felice è la moglie («gli è rimasta una voglia di parlare di Inter»). Chissà chi ha vinto quella tappa.
Venne poi la Milano da bere, culminata nell’indimenticabile scudetto di Sacchi e degli olandesi (1988), subito rintuzzati (1989) da Trapattoni e dai tedeschi. Due gol per due derby: la botta di Gullit con un Milan così dominante da spingere Zenga a chiedere a Maldini di fermarsi, e appena otto mesi dopo l’incornata di Serena che salda il conto ai rossoneri. Milano è così, una squadra spinge l’altra. Nel nuovo secolo ha guidato più spesso l’Inter, ma dopo il triplete 2010 di Mourinho venne il Milan inventato dal primo Allegri, luminoso tramonto della Milano delle grandi famiglie, Berlusconi e Moratti. E poi la Milano Chinatown, lo scudetto riuscito a Zhang (2021) e quello mancato dal misterioso Yonghong Li perché ormai il Milan se l’era preso Elliott (2022). Oggi comandano altri fondi, distillano utili più che nocini, ma lo spirito del tempo è questo e niente come il derby lo rappresenta: Milano da divorare. E quindi, vinca il migliore.
Ciò, speremo de no.