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 2026  marzo 07 Sabato calendario

Era mio padre: Umberto Veronesi

Professor Paolo Veronesi, un ricordo di suo padre Umberto.
«I lunghi viaggi in auto».
Tutti insieme.
«Io ero il figlio più grande, mi sentivo investito di una certa responsabilità, ricordo che lo vedevo come un uomo che faceva cose smisurate».
Il giorno in cui ha capito che suo padre era davvero importante?
«Una volta, in vacanza in montagna, venne a trovarci Giuseppe Saragat, allora presidente della Repubblica. Io ero poco più di un bambino ma ricordo con nitidezza quel momento».
Paolo Veronesi, il maggiore dei figli di Umberto, oggi presidente della Fondazione che porta il nome di suo padre, ha dedicato una vita alla chirurgia e alla ricerca. Ma, soprattutto, oggi sente in modo molto coinvolgente, il bisogno di alimentare la straordinaria eredità – professionale e umana – del padre, mancato nel novembre di dieci anni fa. Con la Fondazione, il professore si è posto l’obiettivo di promuovere il progresso scientifico e la cultura della scienza, nel solco della più radicata delle convinzioni paterne: è nella conoscenza che si annida la democrazia.
Professore, l’«Accademia Umberto Veronesi», il programma di alta formazione che la Fondazione dedica alla cura del tumore al seno è una di queste tappe.
«Ed è importante, perché la senologia è per sua natura un ambito multidisciplinare. C’è bisogno di oncologi, chirurghi, radiologi, specialisti della psicoterapia. Allora abbiamo pensato di organizzare più che dei corsi tradizionali dei gruppi di discussione, degli “atelier”, come ci piace definirli, perché rafforzare le competenze cliniche in un’area oncologica ad alta complessità credo che sia un’esigenza strutturale del sistema sanitario».
Suo padre ha radicalmente innovato la visione medica, suggerendo formule nuove.
«Ma non solo. Ha avuto il coraggio di parlare di “fine vita” e di testamento biologico in un Paese cattolico come il nostro e in un periodo storico diverso da quello che stiamo vivendo. Parlava di utero in affitto, di longevità, di prevenzione: si poneva dilemmi morali però non rinunciava al coraggio di un orizzonte scientifico multiforme».
Come ha sottolineato Eliana Liotta nel suo libro «100 pensieri ribelli per cambiare il mondo», dedicato alle idee di Veronesi, suo padre estendeva la sua visione scientifica alle battaglie per i diritti civili e per la pace.
«Ed è per questo che oggi è difficile trovare qualcuno che possa davvero dirsi suo erede. Io sono una persona diversa da lui, sono un chirurgo, amo stare in sala operatoria, imbastisco rapporti molto duraturi con i miei pazienti, insegno all’Università e mi dedico alla Fondazione. Lui era un grande comunicatore, uno con delle idee molto forti che mi ha insegnato alcune cose fondamentali: l’importanza della divulgazione scientifica e del rapporto con i pazienti».
Cosa che lei oggi coltiva con cura.
«Sì, ma le racconto un aneddoto per farle capire mio padre. Una donna si era rivolta a lui per un problema. Quando, dopo qualche tempo, l’ho rivista, le ho chiesto come andava e lei mi ha detto che purtroppo aveva avuto una recidiva. Però, sottolineò, non aveva avuto il coraggio di dirlo a Umberto, perché non voleva che ci rimanesse male, tanto lui si appassionava alle loro vicende. Però questo rapporto continuo con i pazienti ce l’ho anche io: il mio telefono è sempre acceso».
Com’è nata la Fondazione?
«Papà aveva ricevuto un premio in denaro per le sue ricerche dall’Arabia Saudita. Erano circa 100mila euro. Chiamò me e mia sorella Giulia e annunciò che con quei soldi voleva dare vita a un progetto che fosse al tempo stesso un sostegno alla ricerca e una capillare azione di divulgazione scientifica».
L’Accademia ha sede nella villa di Inveruno, un luogo che per la vostra famiglia ha un significato particolare.
«Sì, mio padre l’ha ereditata da tre cugine che non si erano sposate. Un posto dove si può alloggiare e dove ci si confronta con altri esperti seguendo i ritmi della natura».
Nel segno di Umberto.