Corriere della Sera, 7 marzo 2026
Era mio zio: Franco Battiato
«Più che l’unica nipote, sono stata la figlia che non aveva avuto. E lui per me oltre allo zio, è stato un mentore, una fonte quotidiana di ispirazione capace sempre di elevarti. Mi ha donato un amore immenso, incondizionato, che nella vita non mi capiterà più». Grazia Cristina Battiato, avvocato, madre di tre figli, vive negli Emirati Arabi, e ora ha curato con Giorgio Calcara la mostra Franco Battiato «Un’altra vita» in corso al Maxxi di Roma fino al 26 aprile. Si emoziona davvero quando parla del cantautore siciliano scomparso il 18 maggio di cinque anni fa. Custode della sua memoria, nonché presidente della Fondazione che ne porta il nome, Grazia Cristina conserva nella sua mente uno scrigno di ricordi intimi, facendoci un po’ entrare nella famiglia di affinità elettive care all’autore de La cura, che qui lei chiamerà sempre lo zio.
«Mio zio non si è mai sposato, rimanendo sempre legatissimo alla madre Grazia e al fratello Michele, mio padre. Quando entrambi si furono trasferiti a Milano portarono con loro la madre, da allora le due famiglie vissero sempre in simbiosi. Non ricordo che sia trascorso un giorno senza almeno due telefonate dello zio, anche quando era in tour».
Qual è il primo ricordo che ha di lui?
«Un giorno preciso della settimana mi veniva a prendere sempre a scuola, ci teneva moltissimo. Le ragazzine dell’attiguo liceo lo avevano capito e quando uscivamo mano nella mano, si affacciavano alla finestra e gli urlavano, ma io non ne capivo la ragione. Poi ci sono i tanti viaggi».
Partivate voi due insieme per Paesi esotici e mistici?
«Amava il deserto, adorava Tunisi, il Marocco, tutto il Middle East, gli sarebbero piaciuti anche gli Emirati Arabi per il passaggio della Via della Seta. Però era anche affascinato dalle città metropolitane come New York e Londra, lui che era partito da Riposto, un piccolo paese della Sicilia negli anni ’60 per trasferirsi in quella che era la meta italiana più metropolitana, appunto Milano. Siamo stati in Africa e in Grecia molte volte, come del resto in Turchia. Più che un viaggio si trattava di un’immersione nella cultura locale: affittavamo una casa e ci trattenevamo più a lungo, facendo la spesa, visitando i musei. Mio zio era divertentissimo».
Eppure dal tenore dei testi delle canzoni passava per eccessivamente euclideo.
«Tutti pensavano che nella vita quotidiana fosse una persona pesante, ma la sua intelligenza e leggerezza erano eccezionali. Anche quando stava fermo e zitto emanava una luce dai suoi occhi che catturava l’attenzione delle persone. Zio era dotato di puro magnetismo e di una sagacia che molti non capivano. Adorava fare battute tra gli amici e in famiglia. Cascasse il mondo, però, ogni volta si allontanava a meditare per almeno due volte al giorno. Quando accompagnavo a casa gli amici, erano spaventati dalla sua presunta ombrosità, ma poi ne uscivamo stregati. Pensi che per la convivialità trasformò più volte la casa di Milo predisponendo una sala biliardo, una piscina coperta soltanto per meglio accogliere le persone che ospitava».
La casa alle falde dell’Etna fu per lui un ritorno all’infanzia.
«Gli mancava il contatto con la natura. La sua era stata una fanciullezza felice, con il mare a due passi, l’organo suonato in chiesa, il cinema a ridosso di casa. Mi raccontava sempre di quando correva a piedi nudi in spiaggia, degli studi ad Acireale, del concerto sopra un carro allegorico durante il Carnevale. Era desideroso di ritrovare quella libertà, i colori, i sapori, i profumi che gli erano rimasti addosso. Dopo tre decenni trascorsi a Milano gli serviva riattivare certi sensori che in lui si erano spenti. Aveva bisogno dell’Etna».
A Milo possedeva un orto che gli forniva le verdure per la dieta vegetariana.
«Zio mangiava come un uccellino ma amava il rito della tavola, quei momenti di giovialità con gli amici da lui prescelti e coi familiari erano irrinunciabili. Prima dei concerti si nutriva con una minestrina e un bicchiere di tè, la sua immancabile bevanda. Però, un dolce non mancava mai: si faceva spedire a casa le paste preferite dalle pasticcerie di Milano. Non l’ho mai visto bere un bicchiere di vino».
L’ha mai spinta a professare il suo spiritualismo?
«Credeva fortemente che ci fosse qualcosa di superiore a noi umani, che non fossimo qui per vivere una vita senza un domani ultraterreno. Per lui lo studio della spiritualità era fondamentale».
Fu per questo che non si sposò o fidanzò?
«Ha sempre detto che se si fosse sposato o avesse avuto figli non avrebbe potuto evolvere come persona ai fini della reincarnazione, ma il suo non è mai stato un misticismo sfacciato, né mi ha mai chiamato a sé per spiegarmi o convincermi. Io che gli stavo vicino assorbivo il suo essere. Zio era estremamente generoso, attento agli altri. Per un gesto di umanità avrebbe buttato all’aria tutta la sua produzione musicale».
Però La Stagione dell’amore rivelano un Battiato che conosce i sentimenti.
«Beh, l’amore universale. In quel testo si accenna all’evoluzione. Per lui l’amore era tendere verso l’altro, chiunque e qualunque cosa fosse».
E il riferimento all’«animale che mi porto dentro» non è forse un esplicito accenno alla sessualità?
«Che però reprime anelando al superamento di quello stadio. Davvero, se tutti fossimo come lo zio sotto questo aspetto si esaurirebbe la razza umana assai rapidamente».
Non avete mai litigato?
«Pensi che una volta, quando stavamo a Parigi, tornai alle cinque di mattina insieme ad alcune amiche. Aprimmo la porta e lo trovammo vestito di tutto punto: stava andando a meditare. Si limitò a dirci che evidentemente stavamo attraversando due fasi diverse della vita. Zio era scevro di pregiudizio alcuno. La cosa fondamentale per lui era la rettitudine di una persona, la capacità di non farsi travolgere dalle cose materiali. Lui aiutava, accoglieva».
Tra le cose che le ha lasciato ci sono i tappeti.
«Tantissimi. Erano la sua passione più viscerale. Dai pavimenti alle pareti li metteva ovunque. Amava allo stesso modo i profumi. C’è stato un periodo nel quale si era messo in testa di crearli con le sue mani, perciò si era circondato di oli essenziali e di tutti gli strumenti per produrli. Il suo preferito era Tam Dao di Diptyque».
È vero che andava alle aste milanesi?
«Vi si recava per acquistare quei quadri di artisti famosi o meno che gli stimolassero i sensi, una passione che tutti abbiamo in famiglia. Anche i mercatini dell’usato lo intrigavano, specialmente a New York. Lui stesso dipingeva».
Le sue opere si vedranno in un museo?
«Io non ho problemi a prestare i quadri da lui dipinti o posseduti, i tappeti, gli strumenti musicali. Però ho trovato assurdo che la Regione Sicilia abbia posto un vincolo sulla casa di Milo a quattro giorni dalla sua morte con l’intento futuro di farne un museo. Questo significa non rispettare lo zio. Trattandosi di un uomo che è sempre riuscito a mantenere un riserbo assoluto sulla sua vita privata non avrebbe mai voluto che i suoi spazi privati fossero violati post mortem, con tanto di pagamento di biglietto. Che tradimento! A casa sua entravano gli amici, i collaboratori, i familiari».
È vero che non usciva mai, che era casalingo.
«A Catania gli piaceva recarsi nei bar, a Milo stava in casa. Non sapeva guidare. Una sola volta sono salita con lui per andare a Taormina e mi tenevo stretta alle maniglie spaventata dalla sua conduzione della vettura».
Gli sarebbe piaciuta la mostra in corso al Maxxi di Roma?
«Penso di sì perché ne attraversa le varie fasi di crescita artistica e spirituale. In particolare, avrebbe gradito la stanza ottagonale in cui si ascoltano i suoi pezzi con un sistema Dolby creato dal suo addetto al suono. Lì si percepisce che lui stia cantando al tuo fianco».
Quali sono le sue canzoni che lei ama di più?
«L’ombra della luce, per me, squarcia il cielo. Però quando ascolto l’ulima, Torneremo ancora, eseguita con la voce che si era fatta tanto flebile, mi commuovo e piango».
Cosa avrebbe voluto che rimanesse di lui in questa vita?
«Una volta zio disse: un suono».