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 2026  marzo 07 Sabato calendario

Pioggia di bombe su Teheran. Libano, missili contro i caschi blu

La guerra non riposa neanche il settimo giorno. Anzi, si fa più sanguinosa e potenzialmente lunga. Teheran è sotto i bombardamenti peggiori dall’inizio del conflitto. Le previsioni del tandem israelo-americano sulle difese aeree della Repubblica islamica sembrano avverarsi. «Nella zona della capitale i nostri jet possono volare indisturbati e così possiamo scaricare bombe gravitazionali “intelligenti”, più potenti ed economiche dei missili» avevano dichiarato i militari Usa. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian scrive su X che «alcuni Paesi si sono offerti di mediare, ma sia chiaro: noi siamo impegnati per una pace duratura nella regione, non abbiamo però la minima esitazione nel difendere la dignità e la sovranità del nostro Paese».
Come già durante il primo round della guerra, nel giugno 2025, quando è sotto attacco, Pezeshkian smette di parlare di dovere religioso o di Rivoluzione islamica e si appella a un più trasversale nazionalismo persiano. Parla di Paese, patria, popolo, nazione. Ha il problema di tenere insieme l’Iran, neutralizzare gli appelli alla rivolta verso i contestatori democratici che hanno sfilato a gennaio. Li hanno chiamati direttamente in causa il presidente americano e il premier israeliano. «È un’occasione che capita una volta in una generazione, ribellatevi».
I pullman con merenda
Pezeshkian fa quel che deve, ma con quel suo «siamo disponibili a negoziare» apre un filo di speranza. Pochi minuti e la porta del dialogo si chiude. Donald Trump vuole la resa incondizionata di Teheran e avere l’ultima parola sul nuovo leader. Le speranze di una fine rapida svaniscono assieme ai rimbalzi delle Borse. I comandanti della coalizione all’attacco fanno il possibile per consegnare al Comandante in capo lo scalpo del nemico. La Repubblica islamica combatte.
Ieri era il primo venerdì di preghiera musulmana da quando è cominciata l’aggressione. Il regime ha organizzato i pullman per scaricare sostenitori alla Grande Moschea Imam Khomeini a Teheran. Famiglie intere sventolano le foto della Guida Suprema Ali Khamenei. Sono soprattutto anziani e donne coperte da capo a piedi nel chador. Le bambine hanno il loro completino nero dai sette o nove anni. Il regime è solito allestire lo spettacolo del popolo compatto dietro la Rivoluzione. Il viaggio dalle periferie comprende anche una merenda.
Questa volta, però, le immagini della tv mostrano meno folla, meno densità, meno entusiasmo. In una megalopoli di quasi 20 milioni di abitanti sotto attacco e senza sirene d’allarme è il minimo. Dagli altoparlanti si alzano le lodi del leader ucciso. Khamenei, «la personificazione della pietà».
Chi prega e chi muore. I numeri ufficiali della Mezza Luna Rossa, equivalente della nostra Croce Rossa, raccontano di quasi 1.300 uccisi nei bombardamenti sull’Iran. Non si distingue tra civili e militari. Vittime salite a quasi 130 in Libano, l’altro Paese sotto attacco e ferme a 11 in Israele, 10 in Kuwait e 6 soldati americani. I caccia israeliani sono tornati sopra gli uffici della Guida Suprema, il Palazzo presidenziale e altri edifici pubblici già colpiti. Uno stormo di 50 jet ha sganciato cento ordigni per distruggere presunti rifugi sotterranei. Teheran non ha parlato di vittime illustri.
I comandi alleati stanno ancora indagando sulla strage di 156 bambine a Minab, nel sud dell’Iran, ma esperti consultati da Ap valutano i danni visibili da satellite come quelli di un missile. Vicino alla scuola femminile c’è un complesso delle Guardie Rivoluzionarie con palestra, farmacia e altri edifici ricreativi.
Chi muore e chi combatte. La coalizione israelo-americana calcola di aver distrutto l’80% dei sistemi anti aerei degli ayatollah e il 60% delle loro capacità di lancio di missili. Secondo il Washington Post, la Russia offre agli iraniani le informazioni sulla flotta area e navale nemica. Se confermata sarebbe una svolta paragonabile all’aiuto che gli occidentali danno all’Ucraina. Per difendersi e colpire bersagli nella profondità del territorio russo. L’Iran ha nettamente diminuito il ritmo di lancio dei suoi missili, mentre l’uso dei droni resta costante sia contro Israele, sia contro le infrastrutture energetiche e le basi militari americane del Golfo Persico.
L’altro fronte
Anche il Libano sta vivendo giorni drammatici. Almeno 300 mila persone sono in fuga per gli ordini di evacuazione impartiti dall’Idf. Scappano dalla fascia di confine al sud del fiume Litani e dal quartiere di Dahieh a Beirut. Tutte aree dove era forte il controllo del partito-milizia Hezbollah e dove l’Idf dice di aver colpito le sedi dei pasdaran in oltre 500 raid. Ieri sera sono rimasti feriti in un attacco missilistico alcuni caschi blu ghanesi stazionati nel Sud del Paese: due sono gravi. È arrivata la condanna da Parigi: «Inaccettabile», ha detto Emmanuel Macron.
Il governo del Libano ha vietato l’uso delle armi ad Hezbollah senza però ancora tentare di toglierle e ha ordinato l’arresto dei membri delle Guardie Rivoluzionarie iraniane in Libano. I pasdaran coprono i vuoti tra gli ufficiali lasciati dagli assassini mirati di Israele dal 2023. Arrestarli, rischia di scatenare la reazione di Hezbollah.