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 2026  marzo 07 Sabato calendario

Trump esclude accordi con l’Iran. «Voglio una resa incondizionata»

«Non ci sarà alcun accordo con l’Iran, eccetto che la resa incondizionata!», ha scritto ieri Trump su Truth. Dopo la resa dell’Iran, verrebbe «la selezione di leader» (al singolare o al plurale) «grandi e accettabili». Il presidente ha assicurato che gli Stati Uniti e i suoi alleati a quel punto «risolleveranno l’Iran dall’orlo della distruzione, rendendolo economicamente più grande, migliore e più forte che mai».
Il messaggio è arrivato poche ore dopo che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva scritto su X che «alcuni Paesi hanno avviato sforzi di mediazione» per porre fine alla guerra, ma sei giorni dopo l’inizio dei bombardamenti americani e israeliani, la Repubblica islamica non mostra alcuna intenzione, almeno pubblicamente, di volersi arrendere in modo incondizionato. Trump ha detto ieri al sito Axios che non dovrebbe trattarsi necessariamente di una resa formale: «Potrebbe significare che lo annunciano. Ma potrebbe anche essere che non possono combattere più a lungo perché non hanno nessuno o nulla con cui combattere». La sua portavoce Karoline Leavitt ha detto ai giornalisti che «resa incondizionata» significa che Trump determinerà che «l’Iran non pone più una minaccia agli Stati Uniti e ai nostri soldati in Medio Oriente».
Il presidente americano non condivide le analisi secondo cui l’Iran – un Paese di 92 milioni di abitanti, quasi tre volte la popolazione del Venezuela, e con un governo guidato da religiosi sciiti e dai Guardiani della rivoluzione – sia diverso da Caracas. «Funzionerà molto facilmente – ha detto ieri alla Cnn – Andrà come in Venezuela». Alla domanda se il nuovo governo debba essere democraticamente eletto, Trump ha replicato: «No, dico che deve esserci un leader che sia equo e giusto, che faccia un buon lavoro, che tratti bene gli Stati Uniti e Israele e anche gli altri Paesi del Medio Oriente, sono tutti nostri partner». Si è detto pronto a lavorare in teoria anche con un ayatollah moderato come leader. «Dipende dalla persona, non mi danno fastidio i leader religiosi. Ho a che fare con molti leader religiosi, sono fantastici».
Trump ha anche affermato che i Paesi arabi del Golfo «stanno combattendo per noi». Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato al telefono con diversi ministri degli Esteri di quei Paesi, dicendo loro che la guerra durerà ancora diverse settimane (ieri la portavoce Leavitt ha parlato di 4-6 settimane). Rubio ha aggiunto che gli obiettivi prioritari in Iran sono distruggere i lanciatori di missili, i depositi di armi e le industrie e che gli Stati Uniti non puntano al cambio di regime, anche se allo stesso tempo Washington vuole che alla guida dell’Iran ci sia qualcuno di diverso. Il segretario di Stato ha ripetuto che al momento non c’è dialogo con il regime, perché ciò comprometterebbe gli obiettivi militari.
Trump ha detto di non essere preoccupato per l’aumento dei prezzi dell’energia, anche se il petrolio è salito oltre i 90 dollari al barile per la prima volta in due anni. «Scenderanno rapidamente quando finisce. E se aumentano, aumentano, questa è una questione molto più importante», ha detto alla Reuters. Ieri il presidente ha convocato i produttori di armi americani (Northrop Grumman, Rtx Corporation, Boeing, Honeywell, L3Harris Technologies) e, pur ribadendo che non c’è alcuna carenza di armi, ha annunciato che hanno accettato di «quadruplicare» la produzione. Trump ha detto anche alla Cnn che si aspetta che Cuba «cadrà piuttosto presto», ma in quel caso «vogliono fare un accordo»: sarebbe per lui una tripletta di cambi di leadership in tre Paesi nemici degli Stati Uniti.
Ieri alla Casa Bianca ha fatto capolino anche l’ex segretaria di Stato di Bush Condoleezza Rice, una degli architetti della guerra in Iraq che Trump ha sempre criticato. Rice ha detto a Fox: «Se puoi rendere l’Iran incapace di agire militarmente contro noi e i nostri alleati, ne vale la pena». Le alleanze cambiano. Leavitt intanto ha sminuito le critiche di quanti nella base «Maga» dicono che la guerra in Iran non è nell’interesse americano: «Non c’è nulla più America First che eliminare i terroristi che hanno mutilato e ucciso i nostri soldati, gridano morte all’America...». Il New York Times scrive che Trump è il primo presidente nell’era dei sondaggi a portare l’America in guerra senza l’appoggio dell’opinione pubblica, che è al 27% (Reuters) al 41% (Cnn) al 50% (Fox) per questo conflitto. Come in altri casi – nota l’ex consigliere di Bush Peter D. Feaver – il suo approccio è diverso da altri presidenti (peraltro in passato ha avuto successo), ma questa è una delle sue scommesse politiche più grosse.