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 2026  marzo 07 Sabato calendario

Scoperti inediti di Gerry Mulligan

Oltre alla sua indiscussa grandezza di musicista, saranno state forse anche le sue origini miste — newyorkese di nascita, con padre di origini irlandesi e madre metà tedesca e metà irlandese —, miste come quelle che contraddistinguono il jazz dai suoi albori, ma Gerry Mulligan (nato il 6 aprile 1927 e morto il 30 gennaio 1996), del quale quest’anno si celebra appunto il trentennale della morte, se ipoteticamente messo in una foto con cento altri jazzisti, si sarebbe notato comunque. Era il punctum, avrebbe detto Roland Barthes, il particolare inaspettato di una fotografia mai vista prima, che attira (quasi) inspiegabilmente l’attenzione di chi la osserva.

Non si trattava infatti solo di un musicista singolare: era un uomo anche dai tratti fisici originali Mulligan. E il più raffinato solista di sassofono baritono della storia del jazz, con un suono ventoso e meraviglioso, fra gli ideatori dello stile Cool jazz degli anni Cinquanta, compositore, arrangiatore sopraffino, bello ed elegante. E nemmeno troppo dannato, nonostante un periodo di attrazione per l’eroina, come il suo sodale Chet Baker, con il quale scrisse in quartetto senza pianoforte per cinque-sei anni di fila pagine indelebili di jazz (la loro My Funny Valentine rimane un capolavoro). Ebbene, Mulligan ha ancora cose da dire. A trent’anni dalla sua scomparsa. E le dirà, grazie a un musicologo italiano, docente di Storia del jazz al Conservatorio Verdi di Milano, Luca Bragalini, che ha scoperto un universo parallelo (finora in parte nascosto) del jazzista. Fatto di inediti.

La storia, l’avventura di questi ritrovamenti, è bella e bizzarra, ma soprattutto inaspettata, come lo sono del resto tante storie che abitano nel jazz. Bragalini ha avuto l’occasione di poter usufruire di un finanziamento (con fondi del Pnrr) che il Conservatorio di Brescia gli ha offerto per una ricerca musicologica. Ha avuto carta bianca, fra l’altro. E fin qui tutto bene. Cose (molto belle) che, per fortuna, possono ancora capitare. Ma in questo caso specifico, alla ricerca si aggiungeva una difficoltà ulteriore, un vincolo, e non da poco. Non poteva infatti essere una ricerca solo fine a sé stessa, ma doveva essere legata anche all’ideazione e alla realizzazione di un concerto. Non semplice, insomma. Bragalini doveva decidere in tempi piuttosto brevi. Detto, fatto. Il musicologo ha deciso di occuparsi di Mulligan, che già conosceva per averlo studiato. Ora, ha portato a termine la sua fortunata ricerca, svoltasi nel dicembre scorso a Washington. Ed ha organizzato in merito un convegno internazionale, Discovering Gerry Mulligan (si svolgerà il 14 marzo, dalle 10.30, al Conservatorio di Brescia), con la partecipazione degli studiosi Stefano Zenni e Alyn Shipton e del sassofonista «scaligero» Mario Marzi. Il concerto con inediti di Mulligan, O Great Spirit: celebrating Gerry Mulligan, sarà ospitato il 18 marzo, alle 20, al Teatro Grande di Brescia, con ingresso gratuito).

In quell’occasione si potrà ascoltare una big band formata da alcuni fra i maggiori jazzisti italiani (Paolino Dalla Porta, Giovanni Falzone, Fabio Giachino, Guido Bombardieri, Stefano Bertoli, Federico Piertoni e Boris Savoldelli) diretta e arrangiata da Corrado Guarino, insieme al sassofonista Javier Girotto «nei panni» di Mulligan. Bragalini, prima di entrare nel dettaglio della sua scelta di approfondire l’universo Mulligan, aggiunge a «la Lettura» alcuni dettagli sul concerto: «Ascolteremo musiche in prima assoluta, attraverso le quali scopriremo il Mulligan sconosciuto, quello autore di canzoni, compositore di musiche da film, autore di pagine latine, e molto altro». Nel secondo tempo del concerto ci si concentrerà invece sull’interesse del jazzista per la musica sinfonica. «Qui la parte di Mulligan sarà interpretata dal sassofonista Mario Marzi. Per chiudere, i due Mulligan, si fonderanno nell’ultimo brano O Great Spirit, che aprirà una porta sul lato spirituale del musicista, poco noto, ma accentuato in alcuni lavori della tarda maturità». Spiega Bragalini: «Mulligan si era avvicinato al buddhismo».

Sul perché della ricerca a Washington, lo studioso racconta che «Mulligan è stato un musicista che ho sempre amato e che avevo già approfondito qualche anno fa. E proprio in quell’occasione avevo intuito che c’erano altri punti dove andare a scavare, da fare emergere». E prosegue: «Per molta storiografia del jazz, pur venendo considerato comunque un grande musicista, Mulligan ha avuto quei cinque, sei anni di vera gloria quando guidava con Chet Baker il famoso quartetto. Fine». Ma, ed è cosa non molto nota, il sassofonista scriveva anche partiture — chiamiamole così — sinfoniche. «Già nella mia prima fase di lavoro, mi occupai di quelle pagine, che ne tratteggiavano una figura di musicista tridimensionale. Alla fine mi sono fidato del mio intuito e sono andato alla Library of Congress di Washington, dove per diversi giorni ho rovistato nella Gerry Mulligan Collection, sperando di trovare qualcosa di davvero interessante. E così è stato».

È stata la vedova Mulligan, la contessa Franca Rota Borghini Baldovinetti (si sposarono il 5 giugno 1982), che dopo la morte del marito ha donato partiture e molto altro all’istituzione americana e ha agevolato Bragalini nelle sue ricerche, sostenendo con entusiasmo il progetto.

Dalla sua casa di Darien, nel Connecticut, in cui viveva con Mulligan (ma hanno abitato insieme per esempio anche a Milano e a Potenza Picena, nelle Marche), la signora Mulligan sottolinea con «la Lettura» come suo marito sia stato davvero «un artista a 360 gradi. E la sua musica ancora oggi ribadisce i tre cardini della sua estetica: grazia, nobiltà, bellezza. Aveva inoltre un grande senso dell’umorismo, un cuore d’oro; era un facile e fantastico compagno di vita ed... era sempre anche molto sexy», parole testuali.

Poi spalanca una finestra sulla musica sinfonica e ricorda: «Grazie allo stimolo del suo amico, il direttore Zubin Mehta, Gerry compose Entente for baritone sax and Symphony Orchestra per la New York Symphony Orchestra. Erano mondi e stili apparentemente lontani, ma tenuti insieme dalla ricerca della bellezza».

Il Mulligan più noto è però quello jazz, quello che faceva swingare il fraseggio. Ma delle sue composizioni del periodo in cui suonava, ed era uno dei musicisti di punta, nella celebre orchestra di Stan Kenton — un uomo di jazz che però guardava con grande interesse alla scrittura accademica — ne furono incise ufficialmente soltanto due. «Il resto dei suoi brani jazz di ampio respiro — dice ancora Bragalini — sono rimasti inediti, non perché non fossero grandi brani, ma semplicemente perché a Kenton interessava altro». Nelle sue ricerche lo studioso — che in passato fra l’altro ha anche lavorato su opere inedite di Duke Ellington che ha fatto registrare in prima mondiale — ha individuato una decina di inediti, fra cui «anche una sigla alla quale a quanto pare teneva moltissimo Mulligan e che cita nella sua autobiografia». Secondo la ricostruzione di Bragalini, il sassofonista «scrisse almeno il triplo di quanto è reperibile nei suoi dischi».

Fra gli inediti figura anche un tango intitolato Potenza Picena Tango, che «verrà eseguito nel corso del nostro concerto. È un brano molto affascinante, originalissimo nel suo sviluppo. Un pezzo di grande valore, a mio avviso anche più bello dell’omaggio, questo noto, che fece ad Astor Piazzolla». I due, lo ricordiamo, incisero anche insieme: Summit-Reunion Cumbre è del 1974. Ma di musica ne ha «scritta così tanta che secondo me si era anche dimenticato di certe cose».

Il docente di Conservatorio, compositore e arrangiatore Corrado Guarino, che sta lavorando al concerto di Brescia, spiega a «la Lettura»: «Certo, lui era noto più che altro come sassofonista, perché sul baritono ha inventato cose che prima non c’erano, però è soprattutto uno dei punti di riferimento della composizione jazz. L’ho studiato a fondo e lo insegno ai miei studenti». Negli arrangiamenti che si ascolteranno «ci sarà sicuramente del mio, ma non sono assolutamente stravolgimenti: non ho cambiato le melodie e le armonie, ho solo orchestrato e aggiunto qualche contrappunto, scrivendolo nel suo classico stile, a due o tre voci».

Bragalini chiosa: «Mulligan era anche paroliere straordinario, a livello di Ira Gerswhin e di Lorenz Hart... Tre settimane prima di morire convocò a casa tre “turnisti” per provare come funzionavano i suoi testi cantati. Voleva proporre una delle sue canzoni a James Taylor. Nel concerto verranno eseguite due di quelle canzoni ritrovate, seguendo l’idea del suo ultimo desiderio, del suo ultimo sogno».