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 2026  marzo 06 Venerdì calendario

Le promesse di pace non mantenute che fanno innervosire la base Maga

Che ne è stato della promessa di Donald Trump di non fare nuove guerre? La base MAGA continuerà a seguirlo nonostante l’attacco all’Iran, oppure si tratta di una rottura netta con il populismo che ha caratterizzato la sua figura pubblica per un decennio? Sono domande fondamentali per capire la nuova direzione dell’amministrazione americana e per valutare il posizionamento del presidente in vista delle elezioni di medio termine. I primi sondaggi raccontano un sostegno molto tiepido per la nuova guerra: tra il 30 e il 50% degli americani. I democratici sono decisamente contrari e anche gli indipendenti sono schierati sul No, con percentuali che superano in alcuni casi il 60 per cento. Nel mondo repubblicano rimane invece un consenso maggioritario, ma occorre capire meglio come si divide l’opinione pubblica di destra di fronte a una nuova guerra di cambio di regime, seppure senza boots on the ground per ora. Sulla stampa e nel mondo politico conservatore si registra una sorta di regressione verso la media: una certa soddisfazione nel vedere il populista Trump “normalizzarsi” con una guerra contro quello che da decenni è considerato uno dei principali stati canaglia. Nell’ambito MAGA, invece, la situazione è più complicata. Personaggi come Tucker Carlson e Steve Bannon non hanno nascosto le critiche all’interventismo militare negli ultimi mesi, anche per via del ruolo propulsivo di Israele; salvo poi smorzare i toni dopo l’inizio delle ostilità, per non danneggiare Trump nel dibattito pubblico. Non è chiaro quanto potrà durare questo balletto, anche perché l’argine delle critiche al capo si è già incrinato con il caso Epstein. Ogni tradimento evidente delle promesse elettorali può produrre un ulteriore decremento – seppure marginale – del sostegno anche tra i follower storici. È difficile immaginare uno scenario in cui il Partito repubblicano non subisca contraccolpi nelle elezioni di novembre.
GLI EFFETTI
Oltre agli effetti elettorali, occorre chiedersi cosa significhi questo cambiamento a un livello più profondo. La spiegazione più semplice per la virata di Trump è che la promessa “pacifista” non fosse mai stata davvero credibile: il tycoon cercava solo i punti di debolezza degli avversari politici, sfruttandoli per arrivare al potere e poi mostrare il suo lato più muscolare. Un giudizio più morbido sarebbe che Trump crede nei principi dell’America First, ma che l’interpretazione varia a seconda delle situazioni, pur mantenendo l’avversione per le guerre senza fine perseguite in chiave ideologica dai suoi predecessori, convinti di poter esportare la democrazia. La realtà, però, è che per molti americani questo dibattito rischia di essere incisivo quanto quello sul sesso degli angeli. In tanti avevano creduto alle promesse di Trump – come Robert F. Kennedy Jr., che per tutto il 2024 ha parlato della necessità di porre fine al militarismo americano nelle relazioni internazionali.
IL RISCHIO
Ora si troveranno ancora una volta di fronte a un assetto istituzionale che, populista o meno, finisce per seguire gli stessi metodi di prima. Si può e si deve discutere seriamente degli effetti strategici dell’operazione per schiacciare l’Iran e ridisegnare il Medio Oriente. All’interno degli Stati Uniti, però, il rischio è che si consolidi ulteriormente la percezione che l’establishment interventista vinca sempre, e che nemmeno un populista come Trump possa modificare davvero gli obiettivi del cosiddetto “deep state”.