La Stampa, 6 marzo 2026
Alla corte dei Vicerè
Alzi la mano chi ha letto o almeno sentito parlare del Gattopardo, pubblicato postumo nel 1958, o ha visto il film omonimo, realizzato subito dopo e recentemente restaurato, di Luchino Visconti, o s’è interrogato sul personaggio del Principe di Salina, che altri non è che l’autore del romanzo Giuseppe Tomasi di Lampedusa, uno stravagante aristocratico palermitano che teneva a un tavolino della Pasticceria Svizzera di fronte al Teatro Massimo di Palermo lezioni gratuite di letteratura inglese ad alunni volontari accuratamente scelti, tra cui mio padre, essenzialmente per compagnia. E alzi la mano chi ha letto o almeno sentito parlare de I Viceré, il capolavoro di Federico De Roberto pubblicato più di mezzo secolo prima, nel 1894, avente per oggetto la stessa materia e lo stesso contenuto: l’aristocrazia decadente, il Risorgimento, il grande cambiamento che ne derivò per l’Italia, meno per la Sicilia, e c’è chi dice perfino le premesse della nascita della Repubblica nel 1946, di cui ricorrono quest’anno gli ottant’anni.
Bene: nel secondo caso si alzeranno molte meno mani. E non certo per la qualità del romanzo, che tuttavia fu un flop e provocò all’autore una forte amarezza – c’è perfino, tra i critici letterari, chi lo considera superiore al capolavoro di Lampedusa – ma per diverse ragioni. Innanzitutto per la differenza tra gli scrittori: palermitano, poliglotta in tempi in cui si parlava ancora in dialetto, timido ma introdotto agli ambienti letterari dal cugino poeta Lucio Piccolo, l’autore del Gattopardo. Napoletano di nascita, poi catanese, brevemente milanesizzato con buone frequentazioni, ma al dunque sempre in seconda fila, quello de I Viceré. E poi dal Gattopardo nacque nel 1963, a soli cinque anni dall’uscita del libro, il monumentale film di Visconti. Mentre per I Viceré dovette passare più di un secolo per vedere nel 2007 il film di Roberto Faenza, pregevole, certo, ma dedicato più alla sfondo storico della nascita dell’Unità d’Italia che non alle vicende dei protagonisti. I quali erano sì una famiglia, gli Uzeda principi di Francalanza, simile ai Salina, ma dediti soprattutto a una lite ereditaria e alle conseguenze dell’odio di tutti contro tutti che si trascinarono per generazioni. A differenza dei protagonisti del Gattopardo, adagiati nella magnificenza, nella contemplazione di se stessi, e ben disposti verso l’amore, si trattasse di quello mercenario che attraeva segretamente il Principe o di quello vero, che fa battere il cuore, dell’adorato nipote Tancredi per Angelica, una ragazza splendida e popolana (nel film è una giovane e irresistibile Claudia Cardinale), proveniente dalla piccola, ambiziosa e arrampicatrice sociale borghesia agricola incarnata da don Ciccio Sedara.
Nella prima trama c’era materia per una serie tv, ma appunto De Roberto fu sfortunato a darlo alle stampe in un tempo in cui non esisteva neppure la radio. Nella seconda il cambio d’epoca, il tramonto dell’aristocrazia erano testimoniati dalla ragazza che faceva perdere la testa allo zio, a cui concedeva il primo ballo, e al nipote: soggetto e sceneggiatura del film in pratica erano già scritti e lo sfondo dei cadenti palazzi nobiliari di Palermo, che la produzione Titanus, rischiando il fallimento, provvide a far restaurare, era perfetto.
Qualche altro motivo del difficile affermarsi di De Roberto e della sua opera può essere ritrovato nella sua biografia. Nato a Napoli il 16 gennaio 1861, l’anno della proclamazione del Regno d’Italia che doveva segnare un’intera generazione di letterati, orfano a soli sette anni del padre, maggiore dell’esercito, era divenuto preda di una madre, anche lei aspirante aristocratica, donna Marianna degli Asmundo, che gli aveva imposto ben sette nomi – Federico, Maria, Francesco, Diego, Michele, Luigi, Vincenzo -, lo aveva indirizzato verso studi tecnici, pur assecondandolo quando volle cambiare, rivolgendosi a quelli classici e prevalentemente al latino, scelta che gli costò il mancato ottenimento di un vero titolo. Più Federico si allontanava da Catania e più la madre diventava opprimente, come testimonia il carteggio di oltre ottocento lettere custodite nella città siciliana a cui presto o tardi dovette riavvicinarsi. La parentesi più creativa, però, lo vide a Milano, immerso nel salotto letterario dei Borromeo, frequentato dai fondatori del Corriere della Sera Eugenio Torelli Viollier e Luigi Albertini, da Giuseppe Giacosa, legato ad Albertini anche da vincoli parentali, da giornalisti scrittori come Ugo Ojetti e Arrigo Boito, dagli editori Emilio e Giuseppe Treves. Inoltre De Roberto aveva stretto amicizia con Giovanni Verga e Luigi Capuana, due pilastri viventi della letteratura siciliana, che lo incoraggiavano a scrivere e accolsero i suoi sforzi, coronati dalla pubblicazione della trilogia degli Uzeda: L’illusione, L’imperio e appunto de I Viceré, con la quale lo scrittore sognava il successo e dovette invece rassegnarsi a una delusione.
Tornato a Catania, vicino alla madre ormai anziana, privo di una sua famiglia malgrado frequenti innamoramenti senza sbocco, De Roberto cominciò a manifestare disturbi nervosi. Andò anche in Svizzera per curarsi, ma senza risultati. Si svegliava al mattino, ed era allegro; poi precipitava nella cupezza, salvo cambiare di nuovo umore. E così fino a sera, tanto che era complicato averci a che fare anche per i parenti più stretti. Oggi forse si sarebbe detto che era afflitto da un disturbo bipolare, una malattia nevrotica diffusa e complicata da affrontare. Di qui in poi prese a soffrire di una flebite che gli impediva una normale deambulazione: e di questo, un attacco più forte del solito, morì il 26 luglio 1927. A rifletterci, la vera storia da raccontare sarebbe la sua: indagare, approfondire il peso del rapporto con la madre e con la sua famiglia che ne stroncò il talento. Ma a ben guardare, la ragione vera per cui de I Viceré non s’è quasi più parlato, è che Stefania Auci ha scritto talmente bene, tanto da farne un best seller e un caso letterario, la storia dei Florio: gli imprenditori calabresi venuti a Palermo per i loro affari e trovatisi, dapprima a sorreggere con i loro matrimoni l’aristocrazia siciliana, e poi a mutuarne la fine, con la stessa rassegnazione.