La Stampa, 6 marzo 2026
Intervista a Mario Andreose
Ogni estate, ad agosto, va due settimane a nuotare. Il resto del tempo lo passa perlopiù al primo piano di uno dei palazzi che guardano il Castello Sforzesco, a Milano. Anche stamattina Mario Andreose – 92 anni il prossimo 24 aprile – è nella sede de La Nave di Teseo, la casa editrice di cui è presidente e che ha fondato undici anni fa con Elisabetta Sgarbi e Umberto Eco. Una copertina, un risvolto, un parere sulle ristampe: «Piccole incombenze – dice – che mi permettono di dare ancora un contributo». Andreose le assolve da quasi settant’anni ma, se si va agli inizi, il suo percorso non pare quello di un predestinato: «Avvertivo una certa debolezza educativa da parte della mia famiglia: non per incompetenza, ma per contingenze. Papà gestiva a Venezia, dove sono nato, una rivendita di pane; la salute di mamma era malferma. In pochi mesi, il mio gemello e un’altra sorellina morirono per una malattia infettiva. Restai io, pallido e mingherlino: per me si evocava, neanche troppo metaforicamente, una campana di vetro».
L’amore per i libri nacque da questa condizione di sospensione esistenziale?
«Mi appassionai a Pel di carota di Jules Renard e Senza famiglia di Hector Malot, due letture che mi diedero la convinzione che potevo cavarmela da solo».
Pensò subito all’editoria?
«Piuttosto al giornalismo, anche perché garantiva una retribuzione immediata. Nella hall dell’Excelsior di Venezia incrociai Luigi Baldacci, il primo direttore de Il Giorno; per liquidare le mie profferte mi disse: “Venga a trovarmi a Milano”. Così feci: stampai dei biglietti da visita con la qualifica di “scrittore”, anche se non avevo ancora scritto mezza riga».
Come andò?
«A Il Giorno male: quando arrivai, Baldacci era già stato licenziato. Ma allora Milano era l’America: bastava sedersi ai bar di Brera o in una latteria per bohémien e qualche lavoro si trovava: un catalogo da chiudere, un traduttore in ritardo che ti rifilava un capitolo o delle bozze da correggere».
Iniziò così?
«Prima, saltuariamente, in Feltrinelli, e poi a Il Saggiatore di Alberto Mondadori».
Il direttore letterario era un grande critico, Giacomo Debenedetti.
«Alberto Mondadori sembrava avergli consegnato le chiavi non solo della casa editrice, ma della sua vita. A un certo punto, però, cadde in disgrazia. Era già malato, morì amareggiato. Fui l’unico di quel gruppo ad andare ai suoi funerali».
Le case editrici del Novecento sono state spesso raccontate come corti rinascimentali.
«Perché portavano il nome di chi ne era proprietario. E anche Il Saggiatore non faceva eccezione, sorretto da una squadra straordinaria: da Enzo Paci, per la filosofia, a Giulio Carlo Argan, per l’arte».
Dopo Il Saggiatore – che lei finì per dirigere – passò in Mondadori e in Fabbri, e quindi, nel 1982, in Bompiani.
«Al mio arrivo, Oreste Del Buono mi disse: “Qui i direttori editoriali preparano il programma ai successori”. Duravano pochissimo: decidevano le tirature in base alle simpatie, non a un piano industriale».
Quell’instabilità non aveva impedito di pubblicare, nel 1980, Il nome della rosa di Umberto Eco.
«Uno dei miei primi incarichi fu gestirne i diritti per l’estero. Con tedeschi e scandinavi andò bene, il problema fu con anglofoni e francesi. Il libro era stato dato alle edizioni Seuil per i legami pregressi che aveva Umberto, ma il direttore editoriale, François Wahl, lo bocciò. Salvo pentirsene amaramente».
Fu il solo a non crederci?
«Moravia disse: “È una lezione universitaria in forma di romanzo"».
Moravia allora era l’autore italiano più importante della Bompiani.
«Considerato – a torto – ormai in declino. Negli otto anni insieme produsse una decina di libri, tra cui l’autobiografia con Alain Elkann. La mattina in cui andai a portargli la prima copia, lo trovai senza vita in bagno: impeccabilmente pettinato, l’asciugamano sui fianchi, con un rivolo di sangue sulla testa per la caduta».
Un altro scrittore che con lei arrivò in Bompiani fu Leonardo Sciascia.
«Conquistato dopo mesi di conversazioni conviviali: pagava sempre lui, non riuscii mai a impedirglielo. Avevo ideato la collana dei Classici, l’idea era raccogliere la sua opera in tre volumi. Quando accennai alla possibilità di inserire un’antologia della fortuna critica, replicò: “Nel mio caso, meglio dire sfortuna critica”. Non si sentiva considerato. Appena firmò con noi, festeggiammo».
Come?
«Con una cena a casa di Valentino Bompiani. La serata, attesa come un evento, fu un disastro: Valentino era sordo, Eco cercava di animare con battute ironiche, Sciascia non captava. Il giorno dopo chiesi a Umberto un giudizio su Leonardo: “Silenzioso – disse – come un questore siciliano"».
In Bompiani, in quegli anni, chiamò a lavorare Elisabetta Sgarbi.
«Collaborava già in ambito editoriale, ma non voleva lasciare la farmacia di famiglia a Rho Ferrarese. Quando le feci la proposta, mi disse che il giubbotto che indossava costava più dello stipendio che le offrivo».
Fu lei a sceglierla come suo successore?
«Sì. Ho sempre chiesto ai collaboratori di crescere: più lavoravano al posto mio, più ero contento. Ed Elisabetta non chiedeva di meglio: oltre a un grande talento, ha sempre avuto una straordinaria determinazione».
Da chi arrivò l’idea di fondare, nel 2015, La nave di Teseo?
«Da Eco. All’inizio voleva chiamarla Forte Alamo, ma l’editore francese Jean-Claude Fasquelle, che contribuì col proprio capitale, gli fece notare che gli eroici resistenti texani coi quali avremmo amato identificarci finirono uccisi tutti dai messicani».
Settant’anni in editoria hanno lasciato spazio a rimpianti?
«Il mondo che ho conosciuto è quasi sparito, ma ho vissuto una vita fortunata. Mi rammarico solo di non essere sempre stato coerente come invece avrei voluto».
Il futuro del libro?
«L’eccesso di produzione odierna rischia di oscurare il contenuto, ma quando mi si chiede se siamo arrivati a un punto di non ritorno, ripenso a ciò che diceva Umberto: il libro rimane uno strumento indispensabile, al pari della ruota e del cucchiaio. Per questo, conviene continuare a farlo evitando il più possibile gli sbrachi».