repubblica.it, 6 marzo 2026
Gli scritti sul cinema di Jean Epstein
Il cinema è uno strumento meraviglioso per farci uscire da noi stessi e dal mondo in cui crediamo di vivere. Non solo nei panorami più originali che offre, dovuti all’inversione, al rallentato e all’accelerato, ma anche nei film più ordinari, lo schermo presenta un’immagine dell’universo liberato dalla decrepita uniformità e lo mostra al contrario immerso in un ringiovanire continuo perché dotato di un continuo accrescersi della diversità». Così scriveva Jean Epstein (1897-1953) scrittore, teorico, autore “impressionista” di alcuni film fra i più originali degli anni Venti: L’auberge rouge (1923) da Balzac, La glace à trois faces (1927), La chute de la maison Usher (1928) da Poe e poi di notevoli film dedicati ai paesaggi bretoni, come Finis Terrae (1929).
In uno dei suoi ultimi libri, Alcol e cinema (1949), accostava il potere immaginativo e “irrazionale” della settima arte agli effetti disinibitori dell’ebbrezza alcolica: è uno dei testi riuniti nel monumentale e d’ora in poi imprescindibile volume Scritti sul cinema. Pensieri, affetti, metamorfosi (Cue Press): Chiara Tognolotti, Laura Vichi e Giovanni Maria Rossi hanno selezionato e tradotto otto libri e oltre trenta articoli dagli otto volumi degli Écrits complets che in Francia sono in corso di pubblicazione dal 2019.
Se alcuni testi erano già stati tradotti in italiano, gli inediti sono numerosi e offrono un contributo essenziale alla conoscenza del pensiero di Epstein. Pensiero che aveva fertili legami con Bergson e che esprime una sintesi ossimorica di scienza e arte, dove è il potere magico e al tempo stesso tecnico della macchina da presa a catturare anche quei margini di senso dove si cela la dimensione irrazionale, oltre la volontà del cineasta.
Nel libro viene tradotto per la prima volta integralmente il saggio filosofico La lirosofia (1922), basato su argomenti attinti da biologia, fisiologia e psicologia (Epstein aveva studiato medicina) dove, come scrive Laura Vichi (studiosa della sua opera da numerosi anni e autrice di una memorabile monografia), «film e nuova poesia sono gli strumenti lirosofici per eccellenza, poiché sono aperti tanto alla dimensione soggettiva che a quella oggettiva».
Un altro testo teorico fondativo è La poesia d’oggi. Un nuovo stato dell’intelligenza (1921): lo stile di scrittura di Epstein, fin da allora, è un affascinante mélange di poesia e prosa, che esprime un pensiero nel suo procedere “a spirale”, perché ritorna ossessivamente su alcuni temi, con accensioni liriche di notevole suggestione anche quando generano contraddizioni.
«Il cinema è per essenza soprannaturale», scrive in Buongiorno cinema (1921), libro scandito da invenzioni grafiche dove appaiono le immagini di Charles Chaplin («Charlot è l’eroe del disadattamento a questa vita civilizzata, le cui costrizioni, accresciute senza sosta, gravano sull’individuo in modo sempre più pesante») e della grande attrice russo-statunitense Alla Nazimova, pioniera della cultura queer.
Nel bellissimo, folgorante Il cinema del diavolo (1947), Epstein aggiungerà che «l’analogia fra il linguaggio dei film e il discorso onirico non si limita all’ingrandimento simbolico e sentimentale del senso di certe immagini. Come il film, il sogno ingrandisce e isola alcuni dettagli rappresentativi, li espone in primo piano all’attenzione, così da occuparla per intero. Come il sogno, il film può ripercorrere un tempo a lui proprio, profondamente diverso da quello della vita esteriore, più lento o più veloce. Tutte queste caratteristiche comuni sviluppano e fanno da base a una profonda natura comune, poiché film e sogno costituiscono entrambi discorsi visivi». Non a caso, il surrealista Luis Buñuel, da giovane, fu suo assistente.
Da Louis Delluc Epstein riprese fin dagli anni Venti la nozione di “fotogenia” ma la reinterpretò in una chiave nuova: una creazione della realtà simultanea alla sua riproduzione e incentrata sul movimento – «Movies dicono gli inglesi avendo forse capito che la prima fedeltà a ciò che rappresenta la vita è di muoversi come lei» – non soltanto della macchina da presa ma anche dei fenomeni luministici e degli stessi volti e corpi che vivono nelle inquadrature.
La corporalità è ricorrente negli scritti di Epstein e questo libro ha anche il merito di pubblicare integralmente un testo inedito, a lungo occultato dalla famiglia, Ganimede, saggio sull’etica omosessuale maschile (1936-1940), uscito in Francia solo nel 2019, rivelando finalmente l’importanza che l’omosessualità rivestiva nella vita e nell’estetica di Epstein. Come sottolinea Chiara Tognolotti, «l’edizione Seghers degli scritti [uscita nel 1974-’75] omette i passaggi più espliciti di Buongiorno cinema, Ganimede resta inedito e nessuno studio critico, almeno fino agli anni Dieci del Duemila, mette a tema la centralità del corpo e della sensualità nella teoria del cinema epsteiniana».