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 2026  marzo 05 Giovedì calendario

Intervista a Geppi Cucciari

Geppi Cucciari ha 52 anni, è nata a Cagliari, probabilmente nessuno deve averla chiamata col nome di battesimo, Maria Giuseppina, troppo lungo e un po’ antipatico, diventando per sempre una Geppi, forse derivato dal modesto Giuseppina. Siccome qui in Italia può ancora sembrare più importante il nome del fidanzato, anche lei ne ha uno carino, Marco Micheletti che si occupa di turismo in Sardegna, cui lei dedica il fine settimana in barca attorno all’isola. Laureata in Giurisprudenza alla Cattolica di Milano dopo qualche anno all’università a Cagliari, trova un impiego da un notaio, in cui molto si annoia, fino a quando nel 2001 entra nel laboratorio artistico di Zelig e da quel momento la sua fama cresce sino ad arrivare a Splendida cornice (giovedì sera su Rai 3).
Venticinque anni dal felice ingresso nel mondo che ha sempre sognato. Ma tu hai sempre sognato di recitare? «Da sempre, da quando ero all’asilo dalle suore e facevo la comparsa negli spettacoli delle bambine più grandi. Ho sempre sognato di stare su un palco e di avere a che fare, in maniera magari non unica ma senz’altro preponderante, con la comicità o l’umorismo».
Anche se vivevi in una città che avrà avuto degli attori, ma… «Beh, sono la migliore nonché unica attrice di Macomer. Abbiamo dato i natali a un grandissimo poeta, che si chiama Melchiorre Murenu, e a un altro grandissimo improvvisatore sardo, Bernardo Zizi, peraltro scomparso di recente, che usavano la lingua sarda come modalità espressiva anche sociale. Però, sì: nel paese di 12 mila abitanti in cui sono cresciuta non ho proprio pari, ecco».
Eri una persona strana perché volevi fare un mestiere che lì non c’era. «Non c’erano grandi attori, è vero, però c’era il grande teatro. Devo molto a mia madre. È stata lei, fin da quando ero ragazzina, a spingermi, esortarmi, obbligarmi alla lettura. E poi mi ha sempre abbonato alla stagione del circuito teatrale regionale sardo, dove potevi vedere qualsiasi cosa, da Maurizio Micheli e Raf Vallone alle opere di Sofocle. Sicuramente aver frequentato le sale ha avuto un’influenza su quello che di istinto mi piaceva, quell’odore, quel rumore, quella luce che si spegneva. Non sapevo bene come, ma sapevo che era quello che volevo fare».
Ma, scusa, tua madre e tuo padre pensavano alla recitazione per te? «Ovviamente no, ci mancherebbe. Mia madre era un’insegnante di Educazione fisica, che peraltro avrebbe voluto studiare altro. Mio padre è un piccolo imprenditore nel settore edilizio. Entrambi, naturalmente, puntavano a quella che in Sardegna si chiama “laurea manna”».
Che cos’è? «Le lauree manne, cioè grandi, sono Giurisprudenza, Medicina e Ingegneria. Perché ci deve essere chi ti caccia dai guai, chi ti cura e chi ti fa la casa.
Oggi la cosa è sfumata verso un asintoto, ovvero verso il nulla, ma allora certe facoltà ti aprivano più porte perché c’erano più corridoi con alla fine delle porte. Lo consideravano il prodromo per l’indipendenza economica e personale, e quindi per la libertà».
Però la tua mamma ti ha aiutato molto. «Mi ha aiutato tantissimo in quella stagione in cui tutto è ancora possibile, in cui tutto ciò che fai sedimenta in te in modo più profondo. Ecco, mi ha fatto leggere Grazia Deledda, ad esempio, quando la mia mente era più fertile di adesso. Certo, anche oggi leggo dei bellissimi libri, e so le emozioni che mi hanno lasciato, ma se mi chiedi come si chiama il protagonista non sempre lo ricordo».
E il tuo papà, invece? «Mio padre è nato il tuo stesso giorno, il 24 giugno, sai? Quest’anno ne compie 90. Sta bene, sì, come può stare bene un uomo che ha perso la compagna di una vita. Ci sono biografie che sono fatte per andare parallele, come quella di mio padre con mia madre. Lei era tante cose: madre, nonna, zia, cugina, madrina, amica, collega… Lui invece è un padre ed era il compagno di una donna che faceva tutte queste cose qua».
Quindi tu sei proprio nata attrice. «Sono nata desiderosa di farlo. Prima a Macomer, poi a Cagliari dove sono nata e dove mi sono trasferita per fare Giurisprudenza, la facoltà fortemente consigliata dai miei. Quel percorso, però, non era proprio il mio».
Perché? «Perché non mi interessava, non mi piaceva, non mi appassionava. Devo però ringraziare, serendipicamente in questo caso, i miei per avermi spinta a laurearmi. Magari mi ha tolto tecnicità nella preparazione, ma ha aggiunto maturità al percorso».
Che comincia a Milano. Perché hai scelto proprio questa città? «Sono arrivata a Milano più o meno a 26 anni. Ufficialmente per finire l’università; in realtà avevo intuito che Milano, attraverso il cabaret, mi avrebbe permesso di provare a fare qualcosa nell’ambito che desideravo: salire su un palco. Mi mancavano sette esami, e visto che alla Cattolica mi convalidavano tutti quelli che avevo già fatto a Cagliari, Diritto agrario compreso, ho scelto la Cattolica. Dopo la laurea ho anche lavorato da un notaio: ancora ricordo la sua data di nascita, e lo porto nel cuore con affetto, ma ecco, quei sette mesi mi hanno fatto capire esattamente qual era la vita che non volevo. Se avessi dovuto lavorare in un ufficio, me ne sarei tornata a casa, in Sardegna».
Cosa vuol dire essere nati su un’isola? È qualcosa che ti rimane dentro? «Non te ne dimentichi più. Quando sei nata in Sardegna tu registri che, per cambiare regione, devi prendere un aereo o una nave. Quel cartello che conoscete voi, Lombardia/Emilia Romagna, la prima volta che l’ho visto ho detto: si cambia regione in macchina, pensate che pazzi questi peninsulari. Partire in nave, poi, è sempre stata una delle cose più strazianti: l’odore di benzina al porto, l’andare via lento lento, vedere la Sardegna che si allontana... Ogni volta che sono andata via così, ho pianto. Ho notato che l’insularità rafforza certe caratteristiche che la regione ti dà, nel bene e nel male. Sardo è un aggettivo qualificativo antropologico, non solo geografico».
Tu torni spesso in Sardegna, hai un legame ancora molto forte. «Vado spesso, ho i miei fratelli, i miei nipoti, le mie cognate, mio padre. Sto in Sardegna un terzo dell’anno».
Ma torniamo al “vero” motivo per cui hai scelto Milano. «Quando sono entrata in crisi, è stata mia madre a dirmi: “Ascolta, figlia mia, fai quello che vuoi”. Mi ha dato la forza per provare con il cabaret».
Ma a Cagliari pensavi al cabaret? «Lo seguivo, conoscevo Paolo Rossi, Claudio Bisio, Diego Abatantuono… Nonostante non ci fosse la condivisione capillare di adesso – dove non esistono distanze, non c’è lontano, non c’è vicino, siamo tutti ovunque sempre – qualcosa l’avevo intuita o intercettata dalla televisione. C’era Facciamo cabaret, la versione di Zelig in seconda serata. Lo vedevo e dicevo: ecco, quella dimensione dei cinque minuti può essere uno strumento per arrivare là, per poi fare un altro cammino».
Hai iniziato a fare cabaret, ma come facevi a saper recitare? «Questa è una domanda che molta gente si fa anche adesso, in generale e non solo su di me, anche perché la percezione della recitazione è sempre soggettiva. Ho cominciato con un laboratorio gratuito che si chiamava Scaldasole, al quartiere Barona. La gente pagava un piccolo biglietto simbolico e tu avevi cinque minuti sul palco. Comunque, dopo gli ultimi esami all’università, ho fatto un corso di comicità alla scuola di Grock, sempre qui in città. 5 ore al giorno per 5 giorni. Alla fine, dovevamo fare un monologo. Il nostro insegnante ci suggerì di sceglierne uno di un autore che conoscevamo e amavamo. Eravamo una ventina. Tutti hanno fatto dei pezzi di Woody Allen, Totò, Diego Abatantuono, io l’ho scritto. E devo dire che alcune di quelle battute mi hanno fatto compagnia negli anni successivi».
Ho visto Perfetta, lo spettacolo teatrale che Mattia Torre ha scritto per te: è bellissimo. «Beh, devo dire che, in tutti gli anni trascorsi da quella prima volta al cabaret, gli ultimi sul palco con Mattia sono stati la gioia più grande del percorso. Ho fatto più o meno 220 date di quello spettacolo, ho girato l’Italia. E adesso sto lavorando per farne un film».
Lui era davvero molto bravo. È stato un amico importante per te? «Molto. Lui, sua moglie, i suoi figli. Qualche sera fa sono stata a teatro a Milano a vedere un’altra opera che ha scritto, Migliore, con Valerio Mastandrea. Mattia ha raccontato in un modo unico le cose più basilari della vita, quelle che tutti noi conosciamo. Da quando si è ammalato a quando purtroppo è morto, a 47 anni, ha fatto in tempo a scrivere La linea verticale, il racconto incredibilmente poetico e struggente e divertente della sua malattia, appunto, Figli, il film con Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea, e Perfetta, che io ho recitato».
Adesso conduci Splendida cornice. Come ti comporti con la Rai? «Io con la Rai o la Rai con me? La Rai è una realtà in movimento, che cambia negli anni. Se tu ci sei dentro, sei tu che sei sempre uguale. Io sono in azienda più o meno da 16 anni e la Rai ha mutato forma e sostanza, in trasformazione nella forma e nel colore. Ma qualcuno mi ci ha trovato e qualcuno mi ci troverà negli anni. È una realtà statale, anzi pubblica, che di questi tempi è un aggettivo meraviglioso. Essere una cosa pubblica, che peraltro è il contrario della mafia che era una Cosa nostra, non è magnifico? È una cosa di tutti, la Rai. Io sono felicissima di esserci, era dove volevo stare. Non sono voluta andare via fino a questo momento, nessuno mi ha chiesto di andare via fino a questo momento. Inutile far finta di niente rispetto alle perdite che purtroppo in questi anni ci sono state, ma io resisto. Peraltro finora senza neanche una forza contraria».
Che cos’è per te Splendida cornice? «Ho sempre amato la tv perché pensavo che facesse compagnia…».
Invece, pensa, io non la guardo. «Ho capito, ce l’hai in casa e la usi come la cyclette, per appoggiarci gli abiti. Quando mi sono innamorata io della tv, dovevi alzarti per cambiare canale. Ho una gioventù relativa, ho fatto in tempo a conoscere l’arrivo del telecomando, che è proprio il simbolo del potere domestico. Sono cresciuta con due fratelli più grandi e facevamo a turno per scegliere cosa guardare. Adesso è un’altra cosa, la guardi quando vuoi e soprattutto c’è un florilegio di offerte: editori privati, pubblici, contenuti online, spot, fretta, velocità… Io ho ancora il privilegio di poter fare un programma che dura due ore e venti. Ed è ovvio che ci devono essere più sapori e quindi puoi essere divertente, ma anche struggente, chiamare uno che suona, uno che canta, uno che balla, uno che danza, sono tutte partite Iva che lavorano attorno a noi, perché io a volte mi rendo conto che ospito persone che erano con me 30 anni fa».
Ecco, come scegli gli ospiti da invitare? «Questo programma noi lo abbiamo chiamato varietà culturale perché siamo sotto l’egida della Rai. Ma, sai, se parli molto di libri, bellissimo, di opera, bellissimo, poi dopo un po’ la gente cambia non canale ma Paese. Siamo in venti a lavorare a quel programma e non potrei mai senza tutta quella gente attorno. Viviamo di segnalazioni, di promozione, perché abbiamo degli ospiti in promozione, che vuol dire gratis, questa parola fantastica nella vita, che vengono a parlare del loro libro, del loro film, del loro disco, delle loro serie e anzi molto generosamente si prestano a fare qualcosa con me, con noi. Questo è Splendida cornice. Parlare di libri, arte, trovare il museo dove c’è quella che spolvera il David di Donatello una volta al mese. Stasera, ad esempio, ho un collegamento con John Turturro, ho Luca Argentero, ho il magistrato Pietro Grasso che ha scritto un libro a quarant’anni dal maxiprocesso contro la mafia. Ho Topo Gigio. Adesso mettere nella stessa frase Luca Argentero, Topo Gigio e Pietro Grasso può essere sconveniente per uno dei tre».
Pensando al teatro, quale personaggio vorresti interpretare? «Una figura femminile letteraria che mi è sempre piaciuta, Zia Mame. Io mi sono sempre sentita quella cosa lì».
Mai pensato di fare Shakespeare? «Dovrei un po’ lavorare sull’accento per fare una Desdemona credibile. Per quanto anche recentemente è stato fatto un Macbeth in lingua sarda, Macbettu. Al momento con questo accento, peraltro fonte anche di grande voice shaming nei miei riguardi, se andassi a fare Shakespeare forse avrei dei problemi con gli eredi. Come protagonista in scena, in realtà si può fare qualsiasi cosa. Forse anche Shakespeare. Ci lavorerò».
Non hai avuto figli, ti spiace? «Mi spiace moltissimo ed è l’unica cosa che vorrei dire a questo riguardo».
Io ho vissuto gli anni del femminismo, quando le donne non avevano niente, non avevano leggi che le proteggessero e se volevano sposarsi dovevano essere vergini. Ti senti femminista? E cosa vuol dire essere femministe oggi? «Ci sono parole, alcune più di altre, il cui significato cambia insieme a quello che c’è attorno. Io, adesso, su questo divano, a Milano nel 2026, a parlare della mia sfumatura personale di femminismo proprio con te, che sei stata tra le prime che per quelle leggi ha combattuto, lo trovo abbastanza assurdo. Occuparsi delle cose, come tento a volte di fare io, o occuparsene per prime, come hai fatto tu, sono due mondi diversi. Ma basta una parola sbagliata, e sei misandrica, una di troppo, e sei vittimistica. Per quanto io penso che sarebbe bello un mondo dove i temi dell’uguaglianza, sociale, salariale, non fossero più tema di rivendicazioni. Sarebbe bello, in un mondo giusto, se non fosse più necessario essere femministe».
O dove non ammazzano le donne… «Il femminismo ha a che fare con i valori, con i diritti, con le possibilità, con la vita. Il femminicidio ha a che fare con la morte. Probabilmente in alcuni contesti l’assenza dei valori che il femminismo ha sempre sostenuto, oltre che il rispetto, l’empatia, l’amore nel senso non solo romantico, ha virato anche verso la violenza, oltre che l’ingiustizia. Altre volte la violenza è arrivata all’improvviso in case dove non esistevano percezioni nette né di femminismo né di maschilismo, perché la violenza a volte esplode dopo muri di silenzio, incomprensioni, distanze. Credo che su temi così carsici e di questi tempi più che mai, qualsiasi opinione pronunziata, detta, ipotizzata, viene a volte presa, isolata, virgolettata e diventa sempre un’accusa verso qualcosa o qualcuno. Ed è per quello che io, naturalmente, sono onorata di fare questa intervista con te, onorata davvero. Ma temo moltissimo le interviste scritte, perché a volte la brevità è l’animo dell’ingegno, come diceva Shakespeare, ma Dio è nei dettagli. Pure il diavolo però».
Anche tu, su questi temi, hai gli haters? «Ma certo».
E come ti comporti? Essere presa in giro ti interessa o riesci a ignorarli? «Succede a me come a tutti: gli haters ti prendono in giro, scrivono falsità su di te e le falsità non sono le opinioni o il loro giudizio soggettivo, ti augurano la morte, la malattia, fanno battute sulla tua vita personale, sui tuoi costumi sessuali. Ormai si unisce chi dice “non mi piace”, “non mi fai ridere”, “mi fai schifo” – e siamo nell’ambito della liceità – a “muori troia”».
Che orrore! «È chiaro che le prime volte che ho iniziato a leggere delle cose terribili a mio riguardo sono rimasta abbastanza contrariata anche per la percezione che fossero dei reati. Perché non mi puoi dire per strada quella roba che mi scrivi? Perché è un piccolo reato. A volte ignoro. A volte, quando è veramente violento, ricondivido il commento. E di solito costringe la persona a chiudere il profilo perché ovviamente questo gli scatena contro una serie di commenti per cui non è pronto, cioè gli stessi che ha scritto a me. Lo faccio perché chi è così con me forse lo è anche con una ragazzina di 15 anni. Quando mi scrivono sei bellissima, io non ci credo, quando mi scrivono sei una cessa, io non ci credo, perché io non sono né bellissima né l’altra cosa. Però c’è anche da dire che fa parte di una modalità di comunicare ad alte sfere della tv, dei giornalisti, di chi fa i talk, dove tutti i toni e registri di eleganza anche nel dissenso sono totalmente saltati».
Succede di più con le donne? «Alle donne succede che negli insulti c’è sempre la questione fisica e la questione dei costumi sessuali. “Troia grassa” è l’emblema».
Io non capisco questa ondata di odiatori che c’è adesso. Tu, però, sei davvero molto amata. «Sono amata da tanto tempo da chi mi ama perché comunque alla fine sono oltre 25 anni da quando ho cominciato a fare questo lavoro. Ma, Natalia, l’hai visto l’ultimo film che ho fatto? Si chiama La vita va così, di Riccardo Milani, ho fatto un piccolo ruolo, il mio primo solo drammatico».
È più facile far ridere o piangere? «Ecco, vorrei avere la possibilità di essere come la vita, che fa ridere e fa piangere. Le risate sono soggettive. Noi diciamo “fare la comica”, ma comica è un aggettivo, che mestiere è un aggettivo? Puoi essere comica, non fare la comica. Questo lavoro lo inizi a fare completamente da sola. Quando sono arrivata a Milano ero in questa casa minuscola dove c’era una ragazza che mi ha odiato dal minuto uno. Sai, il classico genitore che ti trova approdo presso la figlia di un amico? Non ha mai riso a una mia battuta».
Ma dai! «Devo ringraziarla per avermi dato ospitalità per i primi tre mesi, ma ha reso il mio ingresso nella città del cabaret una delle imprese più difficili della terra. Non ha mai riso. Ho provato di tutto: battute da bar, da balera, da caserma, comicità fisica, surreale… Niente. Ma perché non mi voleva in quella casa, poverina, la capisco, era troppo piccola. Poi io adoro Milano, io devo a Milano quello che è arrivato nella mia vita».
Hai ragione, anch’io trovo che Milano sia una bellissima città. «Poi me ne sono andata a vivere sopra il Franco Parenti, appunto, con la mia compagna di banco del liceo di Macomer e altre ragazze. Mi dicevo, ah io un giorno devo stare su quel palco. E poi, quando mi è capitato con Perfetta, è stata una grande gioia».
Il monologo racconta la vita di una donna attraverso quattro fasi del suo ciclo, come quelle della luna. Un tempo si diceva “Vogliamo anche la luna”. E adesso? Dobbiamo continuare a volere la luna, o invece siamo la luna? «Lo spettacolo finisce proprio così, con questa frase: “Io sono la luna” perché ho diritto di cambiare. Lo slogan “Voglio la luna” veniva detto quando le donne avevano ancora meno. Tante cose che adesso una ragazza ha, tu non le avevi quando avevi la loro età. Quanto hai dovuto combattere di più? Lo spettacolo si intitola Perfetta e la gente pensa che, soprattutto al primo impatto, sia un aggettivo legato alla protagonista. In realtà è legato alla luna. Poi, alla fine, dice “sono la luna”, quindi in realtà è tutto un cerchio. Per cui, forse, chi è prezioso come la luna la può avere perché ce l’ha già dentro. E credo che il testo di Mattia questo sottolinei. C’è anche un’altra frase di quello spettacolo che vorrei ricordare…».
Quale? «Quest’anno abbiamo fatto la prima edizione del premio Mattia Torre, ed era sul palco, ovunque. È una frase di Perfetta: “La gentilezza è l’ultimo atto politico che ci è rimasto”. Lega anche molti dei temi di cui abbiamo parlato, Natalia, dalla violenza sui social al modo di stare in Rai, in tv, nel mondo. Il segreto più grande alla fine è questo: la gentilezza».