Avvenire, 6 marzo 2026
Individuate su gusci di uova di struzzo le prime tracce di ragionamenti astratti
Si può solo ipotizzare come gli Homo sapiens utilizzassero i gusci delle uova di struzzo — forse per contenere e trasportare liquidi — e si possono formulare soltanto congetture anche sul significato delle linee che vi incidevano. Ciò che, invece, non è affatto un’ipotesi è che tali incisioni attestino la capacità dei primi Homo sapiens di elaborare un pensiero geometrico strutturato e di tradurlo materialmente: sono tra le più antiche manifestazioni di un pensiero complesso documentate nell’archeologia del Paleolitico Medio africano. Da cui prese avvio, in modo esponenziale, il pensiero astratto che ha portato alla filosofia, alla fisica e alla letteratura. A questa conclusione è arrivata la ricerca coordinata dall’Università di Bologna: Silvia Ferrara, responsabile scientifico, Enza Elena Spinapolice, Valentina Decembrini, Ludovica Ottaviano e Mattia Cartolano hanno studiato le incisioni su 112 frammenti di gusci provenienti da due siti archeologici sudafricani (Diepkloof e Klipdrift) e da un sito in Namibia (Apollo 11): applicando metodi di analisi geometrica e statistica mai utilizzati finora su questi reperti, lo studio ha permesso di ricostruire in dettaglio le linee, gli angoli e le traiettorie dei segni.
«Il pensiero geometrico – spiega Valentina Decembrini, dottoranda in Archeologia cognitiva all’Università di Bologna – è comune a tutti gli animali che devono muoversi nello spazio, cercare cibo e ritornare al punto di partenza. Ciò che caratterizza gli esseri umani moderni, e che abbiamo scoperto essere presente già 65–60 mila anni fa, è la capacità di rendere questo pensiero geometrico stratificato». Un pensiero, cioè, nel quale la capacità di ragionare sulle figure geometriche si sviluppa attraverso livelli consecutivi di astrazione. «In pratica - prosegue Decembrini - si immagina una struttura puramente geometrica, la si programma mentalmente, la si adatta alla superficie, nel caso dell’uovo di struzzo una superficie irregolare e difficile da incidere, e la si realizza con strumenti appositi. Il nostro paradigma sostiene che Homo sapiens è la prima specie umana ad aver sviluppato un pensiero astratto in grado di proiettare e concretizzare strutture geometriche».
I segni sulle uova dimostrano una grande regolarità spaziale e una predilezione per linee parallele e angoli retti: «L’aspetto più interessante - spiega Decembrini - riguarda i processi cognitivi coinvolti in queste incisioni. Abbiamo osservato che queste semplici linee sono strutturate in maniera gerarchica. Per esempio, prima si incidono linee parallele che delimitano uno spazio e successivamente si realizzano altre incisioni all’interno di quello spazio. Oppure si incidono linee oblique in una direzione e sopra queste si tracciano altre linee oblique parallele, equidistanti, ma nella direzione opposta». Queste operazioni oggi possono sembrare semplici, ma testimoniano processi cognitivi molto importanti per gli Homo sapiens dell’epoca. Indicano l’esistenza di un progetto iniziale nella mente di chi ha realizzato l’incisione, attuato poi attraverso diversi passaggi previsti prima dell’esecuzione. E la novità non sta solo nel tracciare linee ma nell’usarle per creare motivi attraverso ripetizione, traslazione e parallelismo regolare. «Ciò richiede un apparato cognitivo evoluto e riflette una maturazione cerebrale comparabile a quella attuale. Dietro queste incisioni vi è anche una dimensione sociale. La ripetizione del gesto - interviene Enza Spinapolice, professoressa di Archeologia del Paleolitico all’Università La Sapienza, a Roma - suggerisce un’esigenza collettiva di lasciare segni sugli oggetti e riflette processi sociali sempre più complessi. Abbiamo studiato più di cento frammenti, che rappresentano solo una parte del materiale disponibile. Si stima che fossero presenti circa quindici uova, concentrate in tre siti vicini, probabilmente appartenenti a gruppi culturali affini. Questi gruppi condividevano modalità tecniche e conoscenze trasmesse culturalmente». Quali strumenti siano stati usati non è dato saperlo con precisione: «No, con precisione no – prosegue Spinapolice - perché sarebbe necessario uno studio delle tracce d’uso e dei residui sugli strumenti litici. Presumibilmente si trattava di strumenti con punte spesse, simili ai bulini che anche oggi usano i falegnami, abbastanza robusti da incidere senza frantumarsi. Dietro una semplice incisione vi è, quindi, un processo tecnologico complesso, che prevede la preparazione dello strumento, la progettazione dell’azione e la manutenzione dell’utensile. Bisogna, inoltre, considerare l’oggetto stesso, l’uovo di struzzo, che doveva essere procurato in ambienti lontani e pericolosi. Ciò implica una profonda conoscenza dell’ambiente, dei nidi e dei comportamenti degli animali. Da un piccolo frammento possiamo ricostruire molte attività, azioni e processi mentali degli uomini del passato». Resta, però, l’incertezza sulla destinazione d’uso dei manufatti ricavati dalle uova di struzzo: «Spesso – risponde Spinapolice - ci si aiuta con l’etnografia. In Sudafrica alcune popolazioni, come i Kung San del Kalahari, utilizzano ancora uova di struzzo come contenitori di liquidi e le decorano. È possibile che anche in passato avessero questa funzione. Non sappiamo se la decorazione avesse significati simbolici. Alcuni studiosi la collegano all’identità di gruppo, ma potrebbe anche trattarsi di un segno individuale di proprietà o riconoscimento, soprattutto considerando che questi oggetti potevano essere lasciati lungo i percorsi più consueti, come riserve di liquidi. Si tratta comunque di ipotesi. Ciò che è certo è la forte intenzionalità e l’investimento di tempo richiesto per realizzare queste incisioni».