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 2026  marzo 06 Venerdì calendario

Intervista a Oscar De Pellegrin

«Non mi sento un disabile. Siamo tutti alla pari». Così afferma con schiettezza Oscar De Pellegrin, 62 anni, sindaco di Belluno, ex campione paralimpico e simbolo dello sport italiano per l’inclusione. Prima dell’incidente era un ragazzo di campagna, diviso tra scuola e lavoro nei campi dell’azienda agricola di famiglia. A 21 anni, un tragico incidente lo costringe su una sedia a rotelle e lo spinge a riscrivere completamente la sua vita. Grazie al sostegno della famiglia e degli amici, scopre lo sport: prima come terapia, poi come passione che lo porta a sei Paralimpiadi, oltre 70 titoli italiani, record mondiali e la medaglia d’oro nel tiro con l’arco a Londra nel 2012, dove fu anche portabandiera dell’Italia.
Sindaco, sarà presente alle Paralimpiadi di Cortina?
«Certo. Come potrei mancare? Purtroppo non riuscirò a partecipare alla cerimonia d’apertura ma sabato sarò a Cortina per l’apertura di Casa Paralimpica e poi parteciperò ad alcuni convegni dedicati all’inclusione e al mondo paralimpico».
C’è qualche atleta che seguirà con particolare attenzione?
«Se parliamo di sport invernali penso subito al nostro conterraneo René De Silvestro. Credo che tutto il territorio faccia il tifo per lui e spero possa regalarci grandi soddisfazioni. In generale però sono tanti gli atleti che rappresentano al meglio il mondo paralimpico. E poi nutro una grande stima per Bebe Vio».
Torniamo indietro negli anni: che bambino era?
«Sono stato fortunato perché sono cresciuto in una famiglia molto solida, con valori forti. Mi hanno insegnato ad apprezzare la terra e l’ambiente in cui vivevamo. Ero un ragazzo curioso, sempre pronto a dare una mano. Fin da piccolo mi piaceva fare le cose insieme a mio padre e imparare i lavori manuali».
La sua famiglia lavorava in campagna?
«Sì, era la tipica famiglia di allora. Mia madre stava a casa e si occupava anche degli animali, mentre mio padre lavorava. Io dividevo il tempo tra la scuola e il lavoro nei campi. Mi piaceva aiutare».
Poi arriva l’incidente che le cambia la vita.
«Avevo 21 anni e stavo lavorando con il trattore nell’azienda agricola di famiglia. Mi è letteralmente caduto sopra. Da quel giorno ho dovuto muovermi su una sedia a rotelle e ricostruire completamente la mia vita. All’inizio non è facile: quando succede una cosa così la rabbia è tanta e devi rielaborare quel lutto. Con il tempo però, grazie alla famiglia e agli amici, ho iniziato a vedere una nuova prospettiva. Trovare nuovi equilibri. E la mia seconda vita».
È stato lo sport ad aiutarla a ripartire?
«Sì. All’inizio era quasi una terapia. Negli ambienti sportivi il dialogo era alla pari: ci si guardava negli occhi. Poi è nata la passione. Ho iniziato a provare diverse discipline, dall’atletica al tennis, poi il tiro a segno e infine il tiro con l’arco, che sono diventati gli sport della mia carriera».
Lei dice spesso «non mi sono mai sentito un disabile».
«È così. Io mi sento la stessa persona che ero prima. Cresciuta e reinventata. Non mi sono mai sentito un disabile: siamo tutti alla pari. Quello che non ho mai accettato è la compassione. Il problema spesso non è la disabilità, ma lo sguardo degli altri sulla disabilità. Per questo è importante parlare, far conoscere questo mondo e abbattere i muri».
Il momento più bello della sua carriera sportiva?
«Senza dubbio le Paralimpiadi di Londra 2012. In quell’occasione sono stato anche portabandiera della delegazione italiana, un grande onore. Poi è arrivata la medaglia d’oro. Ma la cosa più importante è che avevo già deciso che quella sarebbe stata la mia ultima gara».
Cosa si aspetta dalle Paralimpiadi di Milano-Cortina?
«Eventi come questi portano investimenti, infrastrutture e soprattutto conoscenza. L’accessibilità degli impianti e delle strutture rimarrà anche dopo i Giochi. Le Dolomiti possono diventare un territorio sempre più aperto a tutti».
Un messaggio agli atleti che stanno per gareggiare?
«Auguro loro di raccogliere i frutti di tanti anni di lavoro e sacrifici. Sono certo che sapranno farci sognare».