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 2026  marzo 06 Venerdì calendario

Intervista a Eva Cavalli

«Da due anni la mia vita è cambiata: tutto è successo in un centro benessere in Turchia, a Bodrum. Ci ero già stata anni fa e ci sono tornata per una settimana dedicata alla salute e al riequilibrio. Invece, da lì, è iniziato l’inferno». Eva Cavalli, austriaca di nascita e fiorentina di adozione, musa e braccio destro di Roberto Cavalli – direttrice creativa, moglie e madre dei loro tre figli –, solo ora ha scelto di raccontare il suo dramma. Per mettere in guardia gli altri e far capire che qualcosa a prima vista innocuo può mettere a rischio la vita.
Cosa è successo?
«Ho prenotato in un centro benessere frequentato da amiche modelle come Naomi e Kate Moss. Durante un trattamento medicale ho sentito un dolore acutissimo, così forte da svenire. Mi sono risvegliata in ospedale, dove mi hanno dimesso rassicurandomi che era tutto a posto. Il giorno seguente però la febbre era alta, non riuscivo a mangiare, stentavo a parlare con mia figlia. È stata lei a dirmi di farmi vedere di nuovo: ci sono riuscita tramite un amico, Remo Ruffini, anche lui in vacanza in Turchia. Hanno scoperto che avevo un organo vitale lacerato. Sono stata operata la notte d’urgenza, per salvarmi la vita. Il primo di una serie di interventi».
Ha agito legalmente?
«Certo, nei confronti dell’ospedale che mi aveva dimesso la prima volta con troppa superficialità, senza i dovuti accertamenti. La maggior parte degli interventi che sono seguiti si sarebbero potuti evitare, se avessero agito subito. Ho dovuto mettere in pausa tutto: lavoro, viaggi, progetti. È come se, da un momento all’altro, si fosse fermata la mia vita».
Ora come sta?
«Un po’ meglio. Dopo essere scomparsa dalla vita lavorativa e sociale per costanti controlli e cure, adesso voglio guarire e rimettermi in forma. Ho ancora troppi progetti».

Per anni lei è stata il braccio destro di suo marito.

«Eh sì, ma soprattutto la sua complice. Mi chiamavano “the secret weapon behind Roberto”. Lui aveva la visione, quell’istinto selvaggio e poetico che accendeva tutto; io ero la struttura, la presenza costante che trasformava l’ispirazione in realtà. C’ero sempre: dietro le quinte e in passerella con lui, perché i sogni, per diventare leggenda, hanno bisogno di disciplina e amore quotidiano. Essere in due era una necessità, da soli tutto è più difficile».
Come vi siete conosciuti?
«Al concorso di Miss Universo, a Santo Domingo, dopo aver vinto il titolo di Miss Austria. Lui era in giuria: ma Roberto più che altro chiedeva numeri di telefono...».

Amore a prima vista?
«Alla cena di gala ha cambiato il cavalierino a tavola per sedersi accanto a me. Abbiamo deciso di rivederci a Parigi, ma nessuno dei due si è presentato. Poi sono andata a Firenze con un’amica: lei è partita e io sono rimasta».
Come era la vita a Firenze?
«Andavo in giro salutando e sorridendo a tutti, in Austria si fa così. Roberto era gelosissimo.
Ero una Heidi naïf: venivo da una piccola città in Austria, sul lago di Costanza».
La svolta quale è stata?
«A 17 anni il mio fidanzato mi ha iscritto a un concorso: ho vinto la fascia e una Deux Chevaux decapottabile. Vincevo sempre: quando ho conquistato il titolo di Miss Europa ho dovuto rinunciare... Roberto mi diede un aut aut».
E ha scelto lui.
«Sì, ho cominciato subito a lavorare. La pelle era un prodotto costoso, così un giorno di luglio, con l’azienda quasi vuota, ho provato a tagliare un paio di jeans stampati. Per rendere le fantasie meno stridenti e il tessuto più morbido li ho immersi nella vasca e li ho usurati con la spazzola di ferro. Avevamo finalmente un prodotto da vendere a meno di 200 mila lire! In due anni ci conoscevano tutti».

Coppia nella vita e nel lavoro.
«Eravamo un incastro perfetto. Abbiamo costruito una famiglia con tre figli meravigliosi, che sono il mix più bello di ciò che siamo e ci hanno sempre resi orgogliosi. Nel lavoro, quella sinergia è stata la chiave per arrivare. Poi, però le dinamiche professionali hanno finito per pesare su quelle personali. Se come marito e moglie ci siamo separati, nella vita siamo rimasti uniti, con un legame che non si è mai spezzato».

Eravate la quintessenza della mondanità.
«La Sardegna ci ha aiutato molto a farci conoscere. Rachele, Daniele e Robin, i nostri tre figli, avevano la tosse cavallina, il dottore ci consigliò il mare. Grazie a Marta Marzotto tutte le sere ci invitavano di qua e di là. Per ricambiare a fine agosto ho organizzato una cena: Marta mi imprestava le posate, Krizia i piatti. L’anno dopo ho mandato un camion di cose tutte da Firenze: da quel momento tutti aspettavano quella festa. Roberto invece la odiava, diceva che gli aveva rovinato le vacanze».
Una donna di marketing.
«Competere con i ricchissimi è difficile. Così mi sono inventata Freedom, un gommone di 20 metri, ha fatto più storia del Christina di Onassis! Nero con la Jacuzzi: il trenino che faceva il giro turistico a Porto Cervo si fermava davanti a noi: “Questa è la barca di Cavalli...”. Invitavo Cindy Crawford con la famiglia e gli ospiti rimanevano a bocca aperta».

I rapporti con gli stilisti?
«Gli italiani non sanno fare sistema. Eppure ci sono state eccezioni. Giorgio Armani con no, fu delizioso: ci incontravamo a Saint Barth a Natale. Roberto si lamentava delle difficoltà degli inizi, lui guardando i nostri figli ci disse: “Voi avete molto di più di me”. Eravamo amici di Tai e Rosita Molinari, Anna Molinari, Donatella Versace fino a un certo punto... Gaultier ci adorava e John Galliano, con una sciarpa che regalammo a Ljuba Rizzoli nel 1996, fece la sua famosa stampa “giornale”».
Oggi le piace Cavalli?
«Fausto Puglisi è molto bravo: mi piace il modo in cui riporta in passerella l’anima grafica di Roberto. Penso alla millerighe nata da un accendino Cartier fotografato e trasformato in codice di stile».
Un consiglio che ha tenuto buono?
«Mario Testino mi ripeteva di insistere. Far vedere una, due, tre volte la stessa cosa rielaborata, affinata, finché non diventa riconoscibile».
Le amiche modelle?
«Cindy, Afef, Esther Canadas, Naomi, Kate, Natasha, Irina, Heidi Klum: l’ho fatta conoscere io a Flavio Briatore. Erano anni in cui tutto era più scintillante, i backstage come salotti segreti, le cene che finivano all’alba, le risate rubate tra un fitting e un volo intercontinentale...».
Un aneddoto su tutti?
«Roberto adorava gli animali: un giorno Ambra Orfei lo chiamò dicendo che c’era un tigre che rifiutava i tigrotti. Si mise in viaggio per portare uno di loro in Sardegna. Ma a Firenze, con le minacce di licenziamento del personale, abbiamo capito che non avevamo i mezzi per gestirla. Così decidemmo il ritorno della tigre da Ambra. Ricordo il viaggio in auto con la tigre dietro, io guidavo e il mio stilista di allora, Lorenzo Serafini, a fianco. Ci fermammo all’Autogrill di Bologna, con 50 persone intorno che si chiedevano cosa ci facesse una tigre in autostrada...».

Nonostante il divorzio si è sentita sempre la moglie di Roberto Cavalli?
«Certo, è stato il mio grande amore. Con Roberto c’era sempre un equilibrio speciale: io l’energia, lui la misura. E anche dopo, quella complicità non si è mai spenta».
Perché vi siete lasciati?
«Sa che non lo so? Tra noi non c’è stata una fine e quindi è stato ancora peggio accettare. Forse aver venduto l’azienda ci ha tolto un collante».

Avete reso le donne più belle?
«Sì. La maggior parte degli stilisti, a partire dagli schizzi che fanno, pensano alle donne come ad alieni. Noi abbiamo vestito JLO, Beyonce. Non so perché, ma ogni donna ha un complesso e lavoravo per azzerarlo. Abbiamo dato sicurezza a un modello femminile quando non c’era Kim Kardashian».
La moda è snob?
«Molto. Ho visto negare abiti a star che non erano considerate in target con il brand. O troppo belle. Gigi Hadid all’inizio faceva fatica: suo padre, che conoscevo, mi chiamò per farla sfilare, riceveva dei no puntuali. Era troppo per gli stilisti, preferiscono le brutte interessanti».
Lei è religiosa?
«I miei figli mi hanno insegnati a meditare».
Parla con suo marito?
«Sì, lo sento vicino, come i miei genitori. Sa che è successa una cosa incredibile?».
Quale?
«Quando è mancato ero in ospedale per la seconda operazione: sono svenuta in una panchina della clinica nel momento esatto in cui lui è morto. Poi, tornata in camera, mio figlio Daniele mi ha detto che Roberto non c’era più».