Corriere della Sera, 6 marzo 2026
Da Zapatero a Sánchez. Il centrosinistra e quell’eterno fascino per il «papa straniero»
«E intanto Bertinotti / fa espese en via Condotti / ma porque ma porque ma porque /ma porque ma porque qui non c’è…», si caricava nella strofa Maurizio Crozza prima di sgolarsi, sempre sulle note di Bamboléo dei Gipsy King, nel ritornello «Zapatero / Zapatera / el un percento del tuo carisma ce serve aqui». Ventuno anni fa, mentre la versione dell’epoca del Campo largo (si chiamava Unione) si preparava alla conta per le primarie per la leadership che avrebbe benedetto la seconda corsa di Romano Prodi, a sinistra, come fotografava la satira di Crozza, era tutto un «Viva Zapatero». Formula magica, tra l’altro diventata il titolo di un famoso film di Sabina Guzzanti, in grado di mettere insieme i carri colorati del Gay pride (molto fotografato fu quello col cartello «Zapatero santo subito») e il riformismo esasperato della Cisl dell’allora leader Raffaele Bonanni, cattolicissimo, altro insospettabile fan del premier spagnolo. E quasi tutto quello che c’era in mezzo, ovviamente.
Ventun anni dopo la storia di ripete con Pedro Sánchez. Il premier socialista spagnolo che nega le basi militari a Donald Trump, si divincola dall’abbraccio stritolante dell’inquilino della Casa Bianca e diventa non solo il beniamino del popolo di Elly Schlein e di Angelo Bonelli. Ma, inconsapevolmente e giusto per lo spazio di qualche minuto, riesce nel miracolo di far dire la stessa cosa a Giuseppe Conte e Beppe Grillo, che la parola tra di loro non se la rivolgono da un bel pezzo. Dimentica, come sottolineano i maligni, di quella vecchia lezione messa a fuoco da Bertold Brecht con la pluricitata massima su quanto fosse beato «il popolo che non ha bisogno di eroi», la sinistra italiana riparte per l’ennesima volta da un Papa straniero. Oggi Sánchez, prima Zapatero ma ancora prima Tony Blair e Lionel Jospin, che all’epoca dei primi governi ulivisti erano rispettivamente capi di governo a Londra e Parigi. Il primo beniamino di chi inseguiva il mito della terza via tra socialdemocrazia e neoliberismo; il secondo della sinistra radicale di Fausto Bertinotti, che lo adottò a distanza per il desiderio di una legge sulle trentacinque ore di lavoro settimanali che fu uno dei colpi di piccone che fece poi tracollare il governo Prodi.
Storicamente invisa al leader di turno della coalizione, perché sa di commissariamento ideale, la scelta dell’idolo straniero spopola a sinistra quando un leader vero e proprio non c’è o non si trova ancora. O, più semplicemente, quando i capi di turno non piacciono a quella che un tempo era la base, di cui qualcuno provava sistematicamente a farsi interprete quando ancora non c’erano i social network a interpretarsi da soli o a rendere tutto ancora più confusionario. Zapatero diventò un beniamino anche per la spinta che arrivava dal popolo dei girotondi; convinto, per dirla con parole rese celebri da Nanni Moretti in un affollatissimo comizio di piazza Navona, che «con questa classe dirigente non vinceremo mai».
Nell’album delle figurine dei beniamini stranieri della sinistra nostrana si mescolano foto ingiallite, come quella dell’ex presidente dell’Spd Oskar Lafontaine, poi diventato il leader di un partito più a sinistra, Die Linke; e scatti digitali, come quelli che immortalano la breve carriera politica di Pablo Iglesias, beniamino spagnolo del movimento Podemos. Un posto a parte lo merita il greco Alexis Tsipras, arrivato al governo di Atene a seguito della tragica crisi del debito sovrano locale. Ebbe il suo nome nel simbolo in una lista italiana che radunava alle Europee del 2014 la sinistra radicale uscita a pezzi dalle elezioni del 2008. Un giorno chiesero a Nichi Vendola, che era uno degli animatori, se non fosse un nome troppo difficile da pronunciare in campagna elettorale. Lui se la cavò con un sorriso: «Vuol dire che daremo altri spunti alle prossime gag di Checco Zalone».