Corriere della Sera, 6 marzo 2026
Donald e Bibi, obiettivi diversi
Per Netanyahu rovesciare la leadership della Repubblica islamica è l’ambizione di una vita. Ora ci si chiede se il suo allineamento totale con Trump durerà o se i loro obiettivi possano divergere, man mano che l’operazione militare continua. All’inizio sia il premier israeliano che il presidente americano hanno invitato gli iraniani a prendere il controllo del loro destino, suggerendo un cambio di regime. Negli ultimi giorni però la Casa Bianca ha definito tre priorità più strettamente militari: distruggere missili e navi, prevenire la costruzione di un’arma nucleare, impedire il supporto a gruppi armati nella regione. Il capo del Pentagono Pete Hegseth ha detto che questa «non è una guerra per il cambio di regime».
Chi governa?
Gli obiettivi nel dopoguerra sono ambigui: ora Trump non sembra riporre enorme fiducia in una rivolta popolare, ma dice alla Reuters che un’offensiva delle forze curde «sarebbe un’idea meravigliosa, se vogliono farlo». Alcuni tra i curdi temono che voglia usarli come leva per ottenere concessioni e accordarsi con il regime di Teheran. Trump ha ipotizzato l’ascesa di figure più pragmatiche all’interno del sistema, in modo – come minimo – da ottenere la promessa di rinunciare al nucleare. Il presidente ha detto ieri a Axios che dev’essere personalmente «coinvolto nella nomina» del prossimo leader dell’Iran, «come con Delcy Rodríguez in Venezuela» e che Mojtaba Khamenei sarebbe «inaccettabile» perché è «un peso piuma» (un «incompetente», ha detto a Politico) e se continuasse le politiche di suo padre gli Stati Uniti tornerebbero in guerra «tra cinque anni». «Vogliamo qualcuno che porti armonia e pace in Iran».
Gli scenari
Trump parla da domenica di bombardamenti per 4-5 settimane, ma il giorno prima aveva detto che c’era anche l’ipotesi di chiuderli in 2-3 giorni. Si era detto aperto a parlare con gli iraniani. Israele ha temuto che potesse sancire un cessate il fuoco prima del raggiungimento degli obiettivi di Netanyahu, che vuole una campagna di settimane per infliggere il massimo danno e possibilmente far crollare il regime. Secondo il New York Times, il giorno dopo l’attacco elementi dell’intelligence iraniana hanno contatto la Cia indirettamente offrendo di discutere le condizioni per chiudere il conflitto. Israele ha spinto la Casa Bianca ad ignorarla. Netanyahu ha telefonato lunedì. Martedì mattina Trump ha chiarito su Truth che è «troppo tardi» per negoziare.
Secondo Steven Cook, esperto del Council on Foreign Relations, Israele non vuole una soluzione «tipo Venezuela» in Iran, possibilmente con un membro «pragmatico» dei Guardiani della rivoluzione, perché Netanyahu pensa che l’idea di un moderato sia un’illusione. Il ministro della Difesa Israel Katz ha scritto mercoledì su X che chiunque l’Iran scelga come prossima Guida suprema sarà «un obiettivo per l’eliminazione». Un funzionario Usa dice alla Reuters che le campagne militari dei due Paesi hanno obiettivi diversi: «Il cambio di regime è uno dei loro». Tuttavia finora l’operazione è stata condotta (e pianificata per due mesi) in maniera assolutamente congiunta. Netanyahu ha convinto Trump che il momento per prevenire la costruzione di un’arma nucleare e distruggere i missili balistici era «adesso o mai più», piantando il seme a fine dicembre in visita a Mar-a-Lago, secondo Axios, quando gli suggerì di dar seguito agli attacchi di giugno contro i siti nucleari colpendo stavolta i missili, possibilmente a maggio. Trump ha accelerato: in risposta alle proteste in Iran, ha promesso «L’aiuto è in arrivo». Il 14 gennaio era sul punto di ordinare l’attacco, poi ha inviato le portaerei e iniziato a pianificare l’operazione congiunta con Israele. Ha percorso anche la via parallela dei negoziati, ma voleva una resa totale che l’Iran ha rifiutato.
Chi sarà il prossimo?
Netanyahu vuole disegnare un Nuovo Medio Oriente, in cui Israele abbia l’assoluta egemonia militare e i suoi nemici finiscano distrutti o decapitati. È l’eredità che vuole lasciare e anche un modo per sopravvivere politicamente per l’ennesima volta. Ma sarà Trump a decidere quando finisce la guerra. C’è chi nel suo fronte Maga lo invita a dichiarare vittoria con la morte di Khamenei e chiudere la partita. Ma per ora il presidente sminuisce l’aumento dei prezzi dell’energia e insiste che la guerra è popolare in America, nonostante i sondaggi. È sul piede di guerra: ha predetto ieri anche la caduta del regime cubano.