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 2026  marzo 06 Venerdì calendario

Colpito il Caucaso. Trump: voglio decidere il leader iraniano

È difficile andarsene per chi non ha un posto dove andare. I portavoce dell’esercito israeliano avvertono in arabo di lasciare i quartieri a sud di Beirut, quella che viene chiamata la «roccaforte» di Hezbollah. Tra i palazzoni a Dahiyah abitano 700 mila persone, ancora di più in questi giorni dopo l’esodo di massa dal confine con lo Stato ebraico, un’altra evacuazione imposta con i volantini e le bombe. I profughi sono accampati sulla Corniche, tra i giardini ben tenuti e i ristoranti eleganti, la capitale è prima linea dopo che l’organizzazione sciita è entrata nel conflitto a fianco dell’Iran.
Bezalel Smotrich, ministro fanatico nel governo di Benjamin Netanyahu, minaccia di «ridurre Dahiyah come Khan Younis», la cittadina nella Striscia di Gaza devastata quanto il resto dei 363 chilometri quadrati. L’estrema destra al potere a Gerusalemme – e lo stato maggiore – sono convinti che il caos e gli sfollati per le strade tolgano sostegno al gruppo armato dagli ayatollah. E forzino il premier libanese Nawaf Salam ad agire contro Hezbollah dopo aver annunciato di voler disarmare i paramilitari: Salam sta cercando di districare il Paese dall’influenza di Teheran, ha dato ordine di arrestare i membri dei pasdaran presenti in Libano e ha imposto il visto d’ingresso agli iraniani.
Gli americani e gli israeliani hanno continuato le sortite sull’Iran, l’aviazione di Tsahal ha sorvolato la capitale per la tredicesima volta dall’inizio della guerra, bersagliando le caserme e le basi dell’apparato repressivo del regime. «Stiamo passando alla seconda fase», annuncia Eyal Zamir, il capo di stato maggiore israeliano. I Guardiani della Rivoluzione perseverano nella tattica di allargare ancora di più il conflitto: tre droni hanno colpito Nakhchivan, in Azerbaigian – l’aeroporto, l’area attorno all’ufficio del procuratore generale, vicino a una scuola —, e il presidente Ilham Aliyev ha dato ordine «di preparare la rappresaglia contro l’aggressione». Gli europei si stanno coordinando per inviare navi a protezione del Mediterraneo orientale e di Cipro, nei giorni scorsi una base britannica sull’isola è stata centrata da un drone. Il presidente francese Emmanuel Macron ne ha parlato con la premier Giorgia Meloni e il greco Kyriakos Mitsotakis.
I pasdaran proclamano di aver lanciato 5.000 missili e 2.000 droni in questi sei giorni: il 60 per cento contro «obiettivi americani» nella regione, il 40 contro Israele. Una nave imbottita di esplosivo ha danneggiato ieri una petroliera con bandiera delle Bahamas ormeggiata al largo della costa irachena. «Dateci ancora poco tempo – dichiara Danny Danon, ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite – e sarà impossibile per gli iraniani bersagliare i cargo che devono passare attraverso lo stretto di Hormuz». A migliaia sono bloccati attorno alla via d’acqua più trafficata al mondo. Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, ha avvertito che il regime «è pronto a un’eventuale invasione delle milizie curde», che sarebbero state armate dalla Cia. E sono incitate da Donald Trump: «Sarebbe fantastico se combattessero».
Il presidente ha ripetuto di non voler mettere anfibi sul terreno per contribuire alla caduta degli ayatollah, ma si autoattribuisce il potere di decidere chi dovrà governare. «Il figlio di Khamenei non mi sta bene, inaccettabile», ha spiegato in 8 minuti di intervista telefonica con Axios. Mojtaba è il successore più probabile al ruolo di Guida suprema, il padre ucciso nelle prime ore dell’offensiva: la nomina è decisa dagli 88 mujahid che compongono l’Assemblea degli Esperti. «Stanno perdendo tempo, devono coinvolgermi nella scelta come è successo con Delcy Rodríguez in Venezuela. Voglio qualcuno che porti pace e armonia, o ci ritroveremo in guerra fra cinque anni».
Ancora una volta Trump interviene nelle questioni interne israeliane. «Il presidente Isaac Herzog deve concedere la grazia a Netanyahu. Herzog è uno sciagurato». Appello già lanciato dal leader americano, pure dal podio del parlamento israeliano e durante le ripetute visite di Bibi, com’è soprannominato, alla Casa Bianca. Giustifica la richiesta pressante, un’interferenza nel processo contro il premier accusato di corruzione, con le necessità dell’operazione in corso: «Gli parlo tutti i giorni e voglio che sia concentrato». Herzog replica che «non se parla in tempo di guerra» e in ogni caso «siamo uno Stato sovrano».