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 2026  marzo 05 Giovedì calendario

Scheler: il tragico, caduta dei valori

Per una scuola filosofica come la fenomenologia, nata ai primi del Novecento dalle Ricerche logiche di Edmund Husserl, doveva forse risultare cruciale occuparsi della questione del tragico. Se il filosofo moravo (trasferitosi in Germania e a Vienna) metteva da parte il mondo fisico per «tornare alle cose stesse» (alla loro essenza), sarebbe stato non lui, ma Max Scheler (1874-1928), il suo seguace cattolico di origine ebraica, a chiedersi, alla vigilia dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, se il tragico può rientrare all’interno di questo livello essenziale del mondo. Scheler (già laureato, addottorato e docente di filosofia a Jena), nel 1906 aveva fondato il circolo fenomenologico di Monaco di Baviera (sua città natale), abbandonando poi la città nel 1910. Trasferitosi a Gottinga, in Bassa Sassonia, dove aveva sede un altro importante circolo fenomenologico (animato dallo stesso Husserl e dalla sua assistente Edith Stein), stava per dare alle stampe la sua opera più importante, Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori (1916): all’interno della quale utilizzava il metodo fenomenologico husserliano per affermare i valori come oggetti completamente inaccessibili all’intelletto. Dunque, quella domanda sul tragico, come qualcosa che non può ricadere del tutto sotto il dominio dell’intelletto (specie se quest’ultimo viene inteso come intelletto calcolante) fu posta all’interno del circolo fenomenologico scheleriano di Monaco, con cui probabilmente il giovane Karl Jaspers, studente a Monaco qualche anno prima, non fece in tempo ad entrare in contatto: altrimenti il suo Psicologia delle visioni del mondo (1919), dal quale sarebbe nato l’esistenzialismo, avrebbe forse potuto beneficiare delle discussioni scheleriane sul tragico, inteso, si legge in un altro testo (non incluso in questa edizione), come «tendenza universale costante verso la diminuzione dei valori che deriva dalla caduta».
Sono solo alcune delle suggestioni che la recente prima edizione italiana in volume, per Morcelliana, dello scritto di Scheler sul Fenomeno del tragico consente di avanzare (a cura di Edoardo Simonotti, pagine 78, euro 10,00). Ad emergere con forza, all’interno del testo, è soprattutto il tema della caduta, che, già dagli anni di Monaco, iniziava a fare di Scheler uno dei maggiori rappresentanti della filosofia cristiana europea della prima metà del Novecento.
A suo giudizio, quell’evento che «rattrista l’anima», non sempre annientante il singolo uomo (ma sempre orientato a distruggere «qualcosa in lui»), non può essere la conseguenza di una interpretazione sbagliata del mondo, ma rivela invece un tratto della «costituzione essenziale del mondo»: il fatto cioè che «il corso causale delle cose non tenga conto dei valori che in esso si manifestano; le esigenze, poste dai valori, di unificazione o di continuazione dello svolgimento e dello sviluppo degli eventi nella direzione di un “ideale”, di fronte al corso causale delle cose, è come se neppure esistessero». E a interrompere il corso causale delle cose verso l’ideale basta «un soffio pesante e gelido» che emana dalle cose, «un cupo chiarore che si propaga attorno ad esse e in cui sembra rendersi visibile una determinata proprietà che è nel mondo e non, quindi, del nostro io, dei suoi sentimenti, dei suoi vissuti di pietà e di terrore».
Al contrario di quanto sosteneva, in quegli stessi anni, il poeta e drammaturgo belga Maurice Maeterlinck, e cioè che non può esserci evento tragico «tra esseri che hanno indagato seriamente la propria coscienza», Scheler affermava come sia proprio quando «ciascuno ha compiuto il proprio dovere e nessuno si è macchiato nel senso comune del termine di una colpa» che, a volte, può accadere l’evento tragico: e che, anzi, esso, se e quando accade, è tale non nonostante, ma proprio in quanto deriva da questo concorso di volontà positive. Con buona pace del saggio che, a dire di Maeterlinck, «interrompe mille drammi col suo solo passaggio»: e anche della «troppo miope etica kantiana», in quanto, a nobilitare l’uomo, «non è il dovere né il suo adempimento» (di kantiana memoria), ma quella «originaria nobiltà» umana che consente a «un individuo più nobile» di assumersi, tragicamente, «una colpa morale di cui i suoi avversari non si sono fatti carico», nonostante egli stesso «sia ben al di sopra dei suoi nemici dal punto di vista di una valutazione assoluta dei valori morali che ha effettivamente realizzato».
Si tratta di una «colpa innocente» che, nell’uomo nobile (una sorta di «Prometeo morale»), si unisce al suo possedere la «più ricca e più elevata sfera di doveri», anche se questi ultimi spesso appaiono, alla massa degli altri uomini (ma anche «al giudice più giusto»), come un qualcosa di cattivo e da mettere sotto processo: «Per questo motivo, in senso stretto, non vi sono tragedie presenti, ma solo passate. L’uomo tragico procede necessariamente in silenzio e senza far rumore all’interno del suo “presente”. Scivola non riconosciuto tra la folla; sempre che non venga considerato addirittura un criminale».
Questo mondo tragico della caduta non è dunque il mondo redimibile dal saggio, ma non è nemmeno il mondo di Schopenhauer: il quale, proprio mentre comprende che il peccato originale è la verità più profonda del cristianesimo, sbaglia, a giudizio di Scheler, nel momento in cui immagina, «nella sua teoria del tragico», una sorta di mondo satanico, dove tutto è male, dimenticandosi che invece il tragico consiste nel verificarsi del male, nonostante il mondo sia stato creato buono da Dio. Le conferenze che Scheler, negli anni delle riflessioni sul tragico, teneva in vari luoghi di Gottinga attiravano molti studenti che, nella stessa città, avevano seguito le lezioni di Husserl, il quale si adirò con lui, anche se ne continuò a sostenere la carriera. Nel 1919 Scheler divenne professore di filosofia e sociologia; nel 1928 accettò una cattedra all’Università di Francoforte, dove però morì lo stesso anno, all’età di 53 anni, prima di poter assumere l’incarico.