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 2026  marzo 05 Giovedì calendario

60 anni fa i Beatles finirono al rogo perché anticristiani

I roghi con i loro dischi. Gli album appesi a croci di legno dal Ku Klux Klan. I conduttori delle stazioni radio che nella “Bible Belt” prendevano a martellate i 45 giri. D’improvviso, l’America fondamentalista aveva preso a disprezzare i ragazzi di Liverpool dopo l’innamoramento della Beatlemania, che era stata consolazione e cura rock per elaborare il lutto collettivo dell’assassinio di JFK. Nell’estate ’66, l’odio dei cristiani rinati si era mostrato inestirpabile, maligno, una gramigna affiorata dalle viscere di una terra intossicata dal fervore religioso. Da quale miccia era divampato quest’incendio della ragione? Da una frase, un rigo appena in un’amichevole intervista di Maureen Cleave, giornalista del London Evening Standard. Le era stata commissionata una serie di quattro articoli su “come e dove vivono i Beatles”. Sul finire dell’inverno di sessant’anni fa, Maureen è a Weybridge, nel Surrey. Casa di John Lennon. La reporter indica un crocifisso a grandezza naturale su una parete. Da una libreria fa capolino il saggio di un biblista che contraddice i Vangeli: il Nazareno ha solo inscenato la resurrezione.
La conversazione prende una piega inaspettata. John sostiene che “oggi i Beatles sono più popolari di Gesù”. E spiega: “Non so cosa morirà prima, se il rock’n’roll o il Cristianesimo. Gesù era nel giusto, ma i suoi seguaci si dimostrarono ottusi e ordinari. Ne distorsero il messaggio”. Il 4 marzo 1966 lo Standard esce con il pezzo della Cleave. Non accade nulla: non siamo nell’era dei social. Perché le dichiarazioni di Lennon si trasformino in cerchi nell’acqua occorre attendere una doppia ripubblicazione su Datebook, rivista americana per teenager. Al terzo giro lo strillo in copertina, “Siamo più popolari di Gesù!” (con la foto di Paul) innesca le fiamme. Tommy Charles, dj dell’emittente WAQY di Birmingham, Alabama, grida al sacrilegio e annuncia che non trasmetterà più i Beatles. Il boicottaggio si estende negli Stati del Sud, però sembra ancora un problema circoscrivibile. Poi l’agenzia United Press riprende la notizia, che finisce sul New York Times. Da lì i Fab Four vengono trattati come emissari di Satana. Il guaio è che nell’agosto ’66 la band è scritturata per un nuovo tour negli USA: c’è da promuovere l’album Revolver. Il manager Brian Epstein vola oltreoceano proponendo, alle città che si fossero sentite offese da Lennon, di annullare gli show: tutti confermati. Non restano che le scuse di John. Arrivano in una drammatica conferenza a Chicago: “Non mi è mai passato per la testa di dire cose antireligiose o stupide. Volevo solo deplorare l’atteggiamento attuale della gente, in particolare dei giovani, nei confronti del Cristianesimo. Non ho mai detto che i Beatles siano migliori di Dio o di Gesù”. Si concede una battuta sdrammatizzante: “Se avessi sostenuto che è la tv a essere più famosa di Cristo, forse l’avrei sfangata…”. Macché: gli incappucciati del KKK e i fanatici sperano nell’inferno per i quattro inglesi, l’embargo radiofonico si estende in Messico, Spagna e Sudafrica. Una sponda inaspettata spunta invece sull’Osservatore Romano, che cerca di riportare le nuove generazioni in chiesa sperimentando le messe beat. “Non si può negare qualche fondamento all’ultimo rilievo di Lennon circa l’assenteismo o la distrazione di molti fedeli”, scrive l’organo della Santa Sede. Basta? No. In alcune tappe gli stadi si presentano con ampi vuoti: diecimila biglietti venduti in meno allo Shea Stadium di New York, dove 12 mesi prima si era registrato un memorabile sold out. A Memphis un petardo sparato verso il palco genera la paranoia dei Fab Four. C’è un’isteria intossicante nell’aria. George Harrison dice: “Se pensate ad altri tour io me ne vado”.
I Beatles rinunciano così ai live: il piano è chiudersi ad Abbey Road per realizzare album di suprema inventiva, irriproducibili dal vivo, a partire dalla psichedelia di Sgt. Pepper’s. Una manciata di parole fraintese ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’intolleranza, ma ha cambiato il corso della Storia. E della Musica. Ora, nel 2026, lo stesso Ringo che sessant’anni fa voleva “tornare a casa dalla mamma” ha pubblicato il primo singolo (It’s been too long) estratto dal lavoro in uscita il 24 aprile, prodotto da T Bone Burnett. Long Long Road sarà il secondo capitolo di un’avventura country per Mr. Starr, che da tempo ha riconosciuto nell’America la sua vera casa, il paradiso (profano) ritrovato dopo gli anatemi e gli autodafé dei vinili beatlesiani.